Yara Gambirasio, la difesa: «Sulla felpa 7 peli non di Bossetti»

La difesa di Bossetti valorizza un elemento già emerso ma che potrebbe aprire nuove indagini alla ricerca di complici per la morte di Yara Gambirasio

 




 

Yara Gambirasio
Yara Gambirasio

Nel caso Yara Gambirasio continuano gli scontri processuali tra accusa e difesa di Massimo Bossetti, l’uomo accusato di avere ucciso nel 2010 la tredicenne di Brembate di Sopra (Bergamo). Dall’udienza odierna è emerso che sugli indumenti della vittima vi sarebbero 7 peli che non apparterrebbero né a Yara, né a Bossetti. A dirlo è la genetista forense Sarah Gino, consulente della difesa e che ha rilevato il dato tramite l’analisi del DNA mitocondriale. Diversamente dall’analisi del DNA nucleare, quello mitocondriale è utile per risalire al ceppo materno ma non per dare responso di individualità, ovvero per risalire all’identità certa di una persona.

 

Yara Gambirasio
Massimo Bossetti

Nonostante ciò, la prima analisi ha già rilevato un elemento che potrebbe risultare importante nell’ottica della difesa, in tal modo potendo quantomeno ipotizzare che la tesi dell’accusa, volta ad indicare Bossetti unico responsabile nel caso Yara Gambirasio e dunque assassino della ragazzina, avrebbe delle falle e delle incongruenze.
È stata la genetista forense a far presente che proprio dalle indagini eseguite a Pavia dagli esperti di Genetica (nominati consulenti) erano emersi importanti risultati.

 




 

 

dnaIn quella sede i consulenti della Procura non avevano rinvenuto formazioni pilifere riconducibili a Bossetti. In particolare tali formazioni pilifere relative al caso Yara Gambirasio si troverebbero nella felpa della vittima. Per la consulente sarebbe la dimostrazione che non ci sarebbe stata alcuna contaminazione della scena. Al dato rappresentato dalla Dottoressa Gino si affianca un altro elemento importante e molto dibattuto: il DNA sul corpo di Yara Gambirasio.
Il Dottor Giorgio Portera si è detto concorde con il risultato del RIS, secondo il quale il DNA trovato sulla tredicenne è di Massimo Bossetti. Di fatto, accettando la conclusione che vede quel DNA correttamente assegnato a “Ignoto 1” e trovata corrispondenza tra “Ignoto 1” e Bossetti, non può esservi dubbio.

 

D’altra parte è proprio su questo punto che nasce la domanda sulla quale si regge l’intero caso Yara Gambirasio: se Bossetti non ha responsabilità nella vicenda, com’è possibile che quel DNA sia finito sul corpo della ragazzina?
Un punto sul quale si gioca l’intero processo e forse l’individuazione di formazioni pilifere non appartenenti né alla vittima, né a Bossetti potrebbe aprire le porte alla possibilità di nuove indagini alla ricerca di complici o mandanti, tutti comunque presenti sulla scena del crimine mentre Yara Gambirasio veniva uccisa e abbandonata prima di essere rinvenuta cadavere.

 

Redazione di Cronaca&Dossier

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Yara Gambirasio, la difesa: «Sulla felpa 7 peli non di Bossetti» ultima modifica: 2016-02-03T15:19:52+00:00 da info@cronacaedossier.it

One thought on “Yara Gambirasio, la difesa: «Sulla felpa 7 peli non di Bossetti»

  • 3 febbraio 2016 at 16:24
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    Nuove indagini? Non ci saranno mai. Le indagini sono state fatte praticamente a favor di telecamera, pardon di taccuino, senza mai calarsi nel territorio, negli ambienti, nelle gang locali e nei groppuscoli di sbandati che frequenano la nota discoteca (ben tre omicidi nelle vicinanze, compreso il “suicidio” su cui si sono chiuse troppo presto le indagini contro la volonta’ della famiglia). Subito, da parte di affezionati telespettatori di CIS che per sbaglio erano anche inquirenti di una procura della repubblica, si e’ perseguita la strada di chiudersi in laboratorio, anche con procedure di dubbia valenza scientifica e con la distruzione di un reperto fondamentale, di cui una parte poteva essere conservata per la ripetibilita’ del test, si da’ realizzare un vero incidente probatorio. E poi la ridda di info distorte, e di altisonanti numeri (questi amano i millemila) fatte trapelare alla stampa sensazionalistica in violazione palese del segreto istruttorio. Ma al di la’ di questo come ci si puo’ fidare di inquirenti che non hanno neanche disposto (parlo dei RIS, perche’ la Cattaneo dice che non era compito suo), l’analisi del terreno sottostante la vittima per capire se c’era tracce di sangue ad essa ascrivibili, al fine (classico da secoli di indagini tradizionali) di stabilire se l’assassinio (anzi le mortali sevizie del sadico o dei sadici) fosse avvenuto li’? Ancora: troppi equivoci, come la diffusa notizia che ben 4 laboratori hanno certificato. Si’, ma su cosa? Su un reperto che potrebbe essere stato maneggiato incautamente dai ris e che, guarda caso, non e’ piu’ utilizzabile, anzi la presidente della corte ha vietato persino di tentare di cambiare le conclusioni della serie di analisi (repertazione inclusa). Insomma un processo politico gia’ scritto, in stile Girolimoni, per non far perdere la faccia all’inconcludente politicante che si espose per prendersi una briciola di merito su un caso mediatico portato avanti da inquirenti che hanno sbagliato fin dal primo momento (incolpando il marocchino), e che amavano le buffonate (arrembaggio del traghetto per arrestare il marocchino) ed anzi le amano ancora (arresto in stile Al Capone di un tranquillo muratore in cantiere). Povere famiglie coinvolte, compresa quella della vittima, che avra’ un colpevole per caso, interrogandosi nei decenni a venire su quanto accaduto . Ma non dei consulenti dell’accusa e delle parti civili, che avranno la loro lauta parcella pagata.

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