Varisco, il sangue nella nebbia

La scena del crimine del delitto Varisco, sul lungotevere Arnaldo da Brescia di Roma.

Colonnello Antonio Varisco.Sono da poco passate le 9:00 del mattino. È un sabato. La voce intraprendente della radio si arresta per un istante nei bar, dentro i saloni e nelle auto. Poi riprende confusa e frastornata ma il tono non è più quello di prima. Qualcosa si è rotto. L’enfasi lascia il posto allo sgomento. Poche frasi pronunciate lente comunicano la notizia dell’attentato sferrato ai danni del colonnello Antonio Varisco. Le lunghe pause di quella voce, rassegnata tra parola e parola, raccontano di un’esecuzione condotta fino in fondo. Non un avvertimento, non un tentativo. Il 13 luglio 1979, sul Lungotevere Arnaldo da Brescia della Capitale, all’interno della propria auto, giace depredato il corpo di Antonio Varisco. La BMW color avana è stata speronata fino allo schianto contro l’imponente barriera di lamiera costruita per delimitare i lavori della metropolitana che proprio in quel punto ricreano un considerevole restringimento della carreggiata a quattro corsie. Il corpo di Varisco, protetto da un lenzuolo intriso di sangue, è riverso sui sedili anteriori, ricoperto dai vetri dei finestrini frantumati. Due dei quattro colpi mortali hanno raggiunto l’alto ufficiale; uno si schianta contro l’auto e un altro va a vuoto. Una fredda esecuzione alla luce del giorno. Un modus operandi da professionisti. Mezz’ora dopo l’omicidio, in una telefona anonima all’Ansa (sul momento poco attendibile) una voce maschile dichiara: «Siamo le Brigate Rosse. L’abbiamo ucciso noi. AvreteLungotevere Arnaldo da Brescia. un documento». Quella zona a quell’ora non era molto trafficata. Solo pochi testimoni possono aiutare gli investigatori a ricostruire l’accaduto. Tutti parlano di un’azione fulminea. I killer hanno condotto un piano con compiti ben precisi a seguito di un attento studio dei luoghi e delle tempistiche, questo è certo. Due auto modello Fiat 128. Su una delle due è pronto il tiratore, la seconda solo d’appoggio e copertura durante la fuga. Varisco, una volta uscito di casa, sarebbe stato intercettato lungo il tragitto che solitamente compie per recarsi da casa al proprio ufficio presso il palazzo di giustizia. I terroristi avrebbero dapprima atteso il momento prestabilito e dunque agito con un primo colpo che ha sfondato il lunotto posteriore colpendo il Colonnello in prossimità della testa. Dopo essersi affiancati, avrebbero esploso in rapida successione i successivi due colpi contro la loro vittima predestinata colpendola al viso e al fianco e accompagnando poi la corsa finale dell’autovettura contro la barriera di lamiera che delimita il cantiere. Il resto è noto. Un fumogeno esploso dagli assassini ha creato un diversivo visivo aiutandoli a scomparire nella nebbia. Le perizie balistiche diranno che l’hanno freddato con
0un fucile “Winchester” a canne mozze calibro 12 di fabbricazione americana. Non un’arma automatica ma molto potente (ogni colpo esploso contiene 9 pallettoni di piombo della grandezza di un proiettile calibro 9). In sede autoptica, a un primo esame, sono stati riscontrati 18 fori lungo tutto il corpo. Quasi tutti colpi capaci di produrre lesioni mortali. Le auto usate per l’agguato verranno ritrovate poco dopo, abbandonate di là del Tevere, nel quartiere Prati, lungo via Ulpiano ai piedi del “Palazzaccio” di piazza Cavour. Pare che i protagonisti di quest’atto terroristico all’infuori delle auto abbandonate non abbiano lasciano altri indizi dietro le loro spalle. Al di là della telefonata d’incerta rivendicazione delle Br in prossimità del fatto di sangue, gli inquirenti hanno validi motivi per avvalorale la paternità dell’organizzazione terroristica eversiva. In primis perché Antonio Varisco aveva collaborato in tutti i più importanti fatti giudiziari e di cronaca nera; le inchieste sul terrorismo, gli scandali finanziari, il crack Sindona e molti 12gaugeshotgunshellaltri. In secondo luogo era noto come il quartiere Prati fosse già stato teatro di altre imprese terroristiche delle BR (l’assalto di piazza Nicosia). Le ricerche condotte precedentemente in quei luoghi avevano portato all’arresto di Valerio Morucci e Adriana Faranda in un covo a viale Giulio Cesare, all’importante ritrovamento della mitraglietta Skorpion usata per uccidere Aldo Moro e di una lista di nomi-obiettivo tra i quali figurava proprio quello di Antonio Varisco. Quattro giorni dopo il vile gesto, un comunicato “ufficiale” delle BR rivendica l’assassinio del Colonnello. Due ciclostilati sono fatti ritrovare da due redattori del Messaggero e di Vita. Gli scritti, datati 17 luglio, sono caratterizzati da vistosi errori grammaticali e battuti da un dattilografo inesperto. Come in Fiat 128.una sentenza motivano il massacro. Il militare sarebbe stato reo di essere protagonista attivo del servizio speciale antiguerriglia comandato dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e di essere affidatario del compito di stanare la “talpa” guerrigliera all’interno del palazzo di Grazia e Giustizia. Non si è mai riusciti a risalire agli esecutori materiali dell’omicidio. Solo nel 1982 il leader della colonna romana, Antonio Savasta, confesserà la responsabilità dell’atto e nel 2004, dopo essere stata catturata, Rita Algranati si autoaccuserà di complicità.

 

articolo di Alberto Bonomo

Vuoi leggere il numero di maggio 2015 da cui l’articolo sul caso Varisco è tratto? Clicca qui!

 

Varisco, il sangue nella nebbia ultima modifica: 2015-05-20T09:30:05+00:00 da info@cronacaedossier.it

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