Ustica, quel depistaggio consacrato dalla cassazione

Il 27 giugno 1980 l’aereo di linea Douglas DC-9 di Itavia precipitava nelle acque del Mediterraneo tra le isole di Ustica e Ponza.


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Non si è accertato chi ha sparato quel missile, ma i Giudici chiamati a decidere delle richieste di risarcimento in sede civile per i parenti delle vittime e per gli eredi di Aldo Davanzali, presidente Itavia sono state operate da parte del Ministero dei Trasporti e della Difesa azioni di «depistaggio definitivamente accertato». Un colpo al cuore dello Stato, o meglio, alle sue tasche, ma anche e soprattutto una prima ammissione nella storia dei misteri italiani. Perché la Corte di Cassazione Civile riconosce che «è certa la tesi del missile sparato da aereo ignoto, la cui presenza sulla rotta del velivolo Itavia non era stata impedita dai due enti (Difesa e Trasporti, ndr)». Eppure, in sede penale non era andata proprio così, perché quattro generali accusati a vario titolo di non aver gestito la sicurezza e soprattutto di non aver dato informazioni alle autorità politiche e giudiziarie erano stati assolti. «Perché il fatto non sussiste», si era deciso, e così Lamberto Bartolucci, Franco Ferri, Zeno Tascio e Corrado Melillo se l’erano cavata senza guai per il loro coinvolgimento nella strage di Ustica. Dopo il “decreto Renzi” qualcosa di interessante viene riportato alla luce. È un documento redatto dai servizi segreti italiani. Nel 2000 si scopre che le due rotte chiamate in codice “Ambra 13” e “Ambra 14” erano le zone di competenza degli aerei militari e che il DC9 quella sera incrociò proprio quelle zone, sopra Ponza e vicino ad Ustica, che ufficialmente risultavano libere ma che libere non erano affatto. Nel documento denominato Questioni informative aperte con gli Stati Uniti si fa cenno al fatto che fin da pochi giorni strage di usticadopo la strage, il SISMI già sapesse di un coinvolgimento di Gheddafi sebbene non sia ancora chiaro se in veste di bersaglio di un aereo nemico o addirittura mandante dell’esplosione in volo. La pista libica è comunque la più accreditata, ma sempre omessa per Ragion di Stato. Così come potrebbero celarsi dietro ragioni “supreme” le «troppe morti improvvise», dirà anni più tardi il magistrato Rosario Priore chiamato a indagare sulla strage di Ustica. Il 3 agosto del 1980 muore in un incidente stradale il colonnello Pierangelo Tedoldi, collega di Mario Alberto Dettori, l’uomo presente al centro radar di Poggio Ballone (GR) la sera del disastro e trovato impiccato il 31 marzo 1987. Il 9 maggio 1981 un infarto uccide Maurizio Gari, capocontrollore della sala operativa della Difesa aerea a Poggio Ballone; il 23 gennaio 1983 muore il sindaco di Grosseto, Giovanni Battista Finetti; il 12 agosto 1988 il maresciallo Ugo Zammarelli, del SIOS (Servizio segreto dell’aeronautica) di Cagliari, muore in un incidente stradale. Il 28 agosto un incidente aereo uccide i colonnelli Mario Nardini e Ivo Nutarelli. Entrambi avevano dato l’allarme la notte del 27 giugno ma senza mai rivelarne la ragione. Dal ’91 al ’95 si alternano altre quattro morti: sono quelle del maresciallo Antonio Muzio (’91), del maresciallo Antonio Pagliara (’92), del generale Roberto Boemio (’93), del maresciallo Franco Parisi (’95), tutti implicati direttamente o indirettamente ai fatti di Ustica. Non mancano date inquietanti. Se davvero Gheddafi avesse ordinato l’abbattimento del DC-9 sarebbe facile vedervi una reazione all’azione italiana di garanzia della neutralità di Malta, accordo che sarà firmato il 2 agosto 1980, alle 09:30, un’ora prima della bomba alla Stazione di Bologna.

 

articolo di Mauro Valentini

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Ustica, quel depistaggio consacrato dalla cassazione ultima modifica: 2015-07-28T15:19:11+00:00 da info@cronacaedossier.it

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