Trifone e Teresa, ottocento metri per un enigma

 

Quel duplice delitto lucido, spietato e dettagliato ma ancora senza movente: la misteriosa morte di Trifone Ragone e Teresa Costanza

1. Trifone Ragone«È dura la vita vero signora? Però bisogna andare avanti». Rossella sorride a mezza bocca a quel ragazzo che in via Leo Girolami, vedendola arrancare dietro al suo cane, l’ha apostrofata così. Ha un accento partenopeo. Lei ha origini campane e a Pordenone una voce meridionale non passa inosservata. Un cenno, attraversa la strada e va via. É il 17 marzo 2015, sta facendo buio, sono le 17:15.

Rossella ricorderà quell’incontro la sera stessa e guardando il TG della notte rimarrà di sasso ascoltando la notizia: due ragazzi sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco nel parcheggio del Palasport di Pordenone, a pochi metri da quella via e da quell’incontro con lo sconosciuto. Trifone Ragone e Teresa Costanza giacciono nella loro auto, lei al posto di guida, lui sul lato passeggero. Gli hanno sparato sei colpi a distanza ravvicinata. Tutti in viso, spari per 2. Teresa Costanzauccidere. Uno soltanto non è andato a segno. Un agguato in piena regola che ha colto i due ragazzi di sorpresa. Alle 20:00 Trifone esce dalla palestra, appena finito il suo allenamento, Teresa è passata a prenderlo. Non si rendono neanche conto di quello che sta accadendo, nessuna azione di difesa, a dimostrazione che Trifone, almeno lui, conosce lo sparatore. Chi ha sparato lo ha fatto dal suo lato, aprendogli lo sportello e colpendolo in viso, una, due, tre volte. Gli inquirenti sono certi, i due sono stati colti di sorpresa magari dopo un saluto proprio all’assassino. Uno come Trifone, si sarebbe difeso e ce ne sarebbe stata evidenza nella postura che lo ha colto nell’atto della morte. Teresa è stata colpita appena dopo, ha lo sguardo attonito e atterrito di chi vede la morte in faccia e la aspetta senza speranza. Chi ha sparato è poi fuggito nel buio del parcheggio, ma come? Ci sono testimonianze che convergono nel distinguere una macchina grigia che si allontana mentre tutti invece vanno verso l’auto bianca con i ragazzi morti. Si analizzano subito le telecamere della zona e una traccia rimane nel setaccio di chi analizza le immagini. Un’Audi grigia che percorre via di San Valentino, la strada proprio dietro il Palasport e che costeggia il parco. Un percorso che le due telecamere poste agli antipodi della via che è lunga 800 metri mostrano chiaramente. Però qualcosa di strano c’è. Perché per percorrere questi 800 metri l’auto impiega 7 minuti circa. Decisamente troppo.

3Si ascoltano gli amici di Trifone, ci si concentra su di lui, si cerca qualche crepa plausibile nella vita di questo ragazzo che giustifichi un omicidio. Trifone prima di andare a vivere con Teresa divideva un appartamento con Giosuè Ruotolo, campano e collega del ragazzo ucciso. Giosuè ha un’Audi grigia. Nel frattempo Rossella si presenta in Caserma, vuole raccontare quell’incontro con quel ragazzo due ore e mezza prima del duplice omicidio. Tracciano un identikit. Rossella ricorda benissimo che quel tipo aveva un cappello di lana blu in testa. Giosuè ai Carabinieri che lo interrogano dice che non è mai uscito di casa quella sera, i commilitoni che sono con lui lo confermano. Però quell’auto sembra proprio la sua e nella sua auto, fatalità, durante la perquisizione gli trovano tre cappelli di lana scuri del tutto simili a quelli descritti dalla signora Rossella. Ma i due pm Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro sono tormentati da quegli 800 metri percorsi in 7 minuti. Fanno un sopralluogo e notano che in quel tratto di via c’è l’ingresso del parco. Soprattutto c’è un laghetto. Mandano i sommozzatori che subito trovano l’arma del delitto, gettata a pezzi nell’acqua. I periti la rimontano, è una Beretta della Prima Guerra Mondiale. Ed è l’arma che ha ucciso Trifone e Teresa.

(ipotesi copertina 1)Giosuè allora cambia versione: quella macchina è la sua, è andato al Palasport, è vero. Ma dice che non ha trovato parcheggio ed è tornato indietro percorrendo via di San Valentino. Si è fermato al parco per fare jogging, ma per pochi minuti perché aveva freddo. È risalito in macchina ed è tornato a casa. I commilitoni coinquilini, anche loro ora ricordano meglio. Prima confermavano che Giosuè non era mai uscito, ora dicono sì, è uscito. «Gli abbiamo chiesto “dove vai?”. Ci ha risposto “fatevi i cavoli vostri”». La ricostruzione di Giosuè è troppo posticcia e spalmata sulle evidenze investigative per non essere sospetta. Giosuè è indagato, accerchiato da tanti riscontri. Ma se ne cercano altri, più consistenti: si sta comparando una impronta parziale su una cartuccia rimasta sulla scena, si stanno analizzando delle piccole macchie forse ematiche nell’Audi grigia e si stanno facendo rilievi sulla vernice nera che rivestiva la pistola. Soprattutto, si scava nei meandri della vita privata di Giosuè che, testimonianza dopo testimonianza, sta mostrando qualche crepa emotiva soprattutto nella sfera sentimentale. Quello che manca però finora a chi indaga è il movente. Quale può esser la molla di un duplice omicidio operato con una rabbia così lucida ed estrema nelle modalità di esecuzione?

 

articolo di Mauro Valentini        @MValentini1966

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Trifone e Teresa, ottocento metri per un enigma ultima modifica: 2015-11-18T13:39:37+00:00 da info@cronacaedossier.it

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