Tra nuove foto e Cassazione si riapre il processo sulla Strage di Brescia (parte seconda)

41 anni dopo la bomba a piazza della Loggia si torna nelle aule di tribunale: riparte il processo sulla Strage di Brescia

strage di BresciaDopo lo scoppio, quel 28 maggio 1974, un fotografo dello studio “Eden” si precipita in piazza, non sa che lo aspetta l’orrore, corpi dilaniati e la disperazione dei loro parenti, amici e compagni: una vera e propria strage, la Strage di Brescia. Il reporter quasi si protegge dietro la macchina fotografica, scatta senza guardare oltre il mirino della sua reflex per filtrare quel dolore che acceca, sotto la pioggia fitta di quel giorno. Tra gli scatti che ritraggono volti storditi e terrorizzati, guardandoli bene uno ad uno trent’anni dopo, se ne riconosce uno, non un passante, non uno qualsiasi. La perizia antropologica del prof. Luigi Capasso, per conto della Procura di Brescia, afferma che quello in piazza tra le vittime e i parenti è Maurizio Tramonte, uno dei sei personaggi rinviati a giudizio nel maggio del 2008 per la strage di Brescia. Lui era lì (anche se lo nega), il professore non ha dubbi. Lo chiamavano con il 0-
nome in codice di “Tritone”, il Sid (Servizio Informazione Difesa) lo aveva infiltrato in quella palude che era all’epoca Ordine Nuovo. Tritone viene rinviato a giudizio come esecutore materiale della strage di Brescia il 15 maggio del 2008 insieme al gotha dell’eversione nera e cioè Delfo Zorzi, un habitué nei processi per strage ma sempre in contumacia, visto che da anni se la spassa in Giappone, Carlo Maria Maggi, Giovanni Maifredi, Pino Rauti che è il fondatore di Ordine nuovo. Insieme a loro viene accusato anche l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino. Un processo indiziario, una montagna di 750 mila documenti. Ma cosa c’è dentro questa pila incredibile di fogli e 000di faldoni che costerà 45mila euro solo di fotocopie, pagate dalla Regione Lombardia che corre in aiuto dell’Associazioni dei familiari delle vittime? Ci sono delle testimonianze che affermano di conoscere la dinamica degli eventi della Strage di Brescia, chiamando in causa i sei imputati, coinvolti a vario titolo. Prove in realtà non ce ne sono molte, ma le testimonianze hanno convinto i Pm, il teorema per loro è chiaro: «Sullo sfondo di questa storia ci sono i servizi segreti italiani e americani». Roberto Di Martino e Francesco Piantoni, i due pm che hanno lavorato sodo, hanno prodotto un castello di accuse ben piantato nelle fondamenta, per loro le prove ci sono. Non fu dunque opera di una deriva impazzita di neofascisti bresciani, non furono bombaroli senza scrupoli della cellula nera milanese che volevano colpire l’anima ed il consenso sindacale, le due ipotesi dei primi processi lasciano il passo ad un maledetto intreccio tra chi dirigeva Ordine nuovo, i neofascisti veneti che ben sapevano come muoversi nella città “leonessa d’Italia” e apparati deviati dello Stato, anche ai massimi livelli. Ecco perché tra gli imputati c’è il generale Delfino, lui era comandato a Brescia in quel periodo. I Pm lo accusano di aver partecipato a riunioni anche organizzative della strage.

Ma chi sono questi testimoni che hanno concorso ad ipotizzare le accuse?

In primis ci sono le deboli ammissioni dell’imputato Tramonte e poi di due pentiti, Martino Siciliano e Carlo Digilio, due 0000personaggi davvero raccomandabili e con un curriculum che sembra uscito da un romanzo di Le Carrè, i quali costruiscono un quadro che appare probante. Soprattutto è la testimonianza di Digilio, raccolta prima della sua morte avvenuta nel 2005, a puntellare l’accusa. Lui che era un agente della CIA con il nobilitante nome in codice Erodoto, esperto di esplosivi nonché esponente di primo piano del gruppo ordinovista veneto, ha raccontato prima di morire che quell’azione fu ordita da Ordine nuovo, in particolare dalla cellula veneta con a capo Carlo Maria Maggi e che l’esplosivo lo fornì Delfo Zorzi. Digilio racconta ed è dettagliatissimo: ha visto la bomba, anzi, l’ha messa in sicurezza proprio lui su richiesta di Marcello Soffiati, che la doveva trasportare da Mestre a Brescia. Quella valigia con dentro 15 candelotti di dinamite con innesco formato da una pila di 4 Watt e una sveglia con il quadrante in plastica e le lancette rivolte verso l’alto per facilitare il contatto. A metterla nel cestino dei rifiuti sotto al porticato centrale di piazza della Loggia, secondo quanto detto anche da Tramonte, fu Giovanni Melioli, ordinovista veneto come 00000Soffiati. Soffiati e Melioli sono deceduti, non potranno confermare, ma le testimonianze concordano. Oltre quelli che hanno messo in atto la strage di Brescia, i Pm perseguono anche e soprattutto chi l’ha ideata: il vertice di Ordine nuovo, quindi Pino Rauti. Al generale Delfino l’accusa addebita il ruolo di aver costruito con le sue indagini un colpevole perfetto, facendo cadere la colpa su Ermanno Buzzi (ucciso poi dal duo Tuti-Concutelli in carcere) mentre Maifredi, che morirà prima della sentenza era il collettore di informazioni, strategico nella stanza dei bottoni al Ministero dell’Interno. Il processo inizia, percorre stancamente l’iter senza sussulti, tanto che su La Stampa l’editorialista Michele Brambilla dopo dieci mesi di processo scrive senza mezzi termini che «a Brescia c’è un processo che sembra non interessare a nessuno. Si fanno due sole udienze alla settimana. Gli imputati non vengono mai. Sui giornali nazionali neanche una riga. Eppure il reato è strage: otto morti, 108 feriti». Solo Manlio Milani, il presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime, non si rassegna. Lui che era mano nella mano con sua moglie vicino a quel secchio dei rifiuti con la valigia piena di tritolo e che l’ha vista morire dice: «È un surreale processo ai fantasmi. Nonostante ciò, questo dibattimento sta comunque permettendo di scoprire ancora di più che cosa era l’Italia di quegli anni, quali trame si ordivano, quali folli progetti». La fiducia di Milani però cade miseramente il 16 novembre 2010, quando la Corte d’Assise assolve tutti gli imputati. Nelle motivazioni si fa riferimento all’articolo 530 comma 2, la vecchia insufficienza di prove, ordinando anche la revoca della misura cautelare per Delfo Zorzi, come se si fosse mai fatto un giorno di carcere per l’implicazione nella Strage di Brescia. La Corte d’Appello di Brescia conferma la sentenza il 14 aprile 2012, tutti assolti. «Abbiamo fatto tutto il possibile. È una vicenda che va affidata (foto sfondo)alla storia». La resa dei due Pm che tanto si erano prodigati in quasi 8 anni di ricerca della verità è totale ed amara. Il Procuratore generale di Brescia fa ricorso per tutte le assoluzioni, tranne che per il generale Delfino (Rauti è deceduto nel frattempo) e il 20 febbraio 2014 approda finalmente in Cassazione, dove il pg Vito D’Ambrosio chiede di annullare le assoluzioni in secondo grado per Zorzi, Maggi e Tramonte. La Cassazione accoglie il ricorso per Maggi e Tramonte, loro due saranno riportati davanti al Giudice per quella bomba. Zorzi esce definitivamente di scena. Un’ultima chance per arrivare almeno ad un brandello di verità, questo almeno si augurano ora i parenti delle vittime e la società civile, che quella bomba, quei morti e quei feriti non li ha dimenticati. E mentre si attende la prima udienza, esattamente 41 anni dopo la strage, ecco che ancora una volta dalle foto di quel giorno salta fuori l’ennesimo colpo di scena. In diverse immagini si nota un ragazzo giovanissimo che indugia in piazza appena dopo la strage, tra il sangue e i morti coperti con gli striscioni dei manifestanti della CGIL. Quel ragazzo sembra proprio esser Marco Toffaloni, all’epoca 16enne, veneto anche lui, molto attivo nella falange nera, da anni riparato con altra identità in Svizzera. Chi aveva parlato di lui come di una presenza di supporto al gruppo della morte quella mattina era stato a suo tempo Giampaolo Stimamiglio, anche lui collaboratore di giustizia. Le foto lo confermerebbero e in questo nuovo dibattimento ci sarà un altro iscritto nel registro degli indagati.

La prima udienza di questo processo infinito è fissata per il 26 maggio 2015, 4.963 giorni dopo quello scoppio che uccise otto persone e ne ferì per sempre oltre cento.

 

articolo di Mauro Valentini

Vuoi leggere la terza parte dello speciale sulla Strage di Brescia? La trovi qui, oppure sul numero 14 di Cronaca&Dossier!

 

 

Tra nuove foto e Cassazione si riapre il processo sulla Strage di Brescia (parte seconda) ultima modifica: 2015-05-14T16:33:53+00:00 da info@cronacaedossier.it

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