Serial killer di mestiere, storia di Roberto Succo

La storia di Roberto Succo, serial killer di mestiere molto temuto in Italia e Francia: tutti gli omicidi, il modus operandi e analisi dei crimini commessi





roberto succo
Roberto Succo

Carcere di massima sicurezza di Vicenza, quella sera del 22 maggio 1988 gli agenti credono che stia dormendo col cuscino sul capo per non essere disturbato dalla luce sempre accesa. Invece ha infilato la testa in un sacchetto delle immondizie e, sotto, ha aperto una bomboletta di gas, di quelle permesse ai detenuti per scaldarsi il caffè: Roberto Succo non respira più, ha ingannato tutti e si è ucciso. Svanisce così, con un suicidio, la vita di un ragazzo di Mestre, apparentemente normale, ma che era invece uno dei più spietati serial killer di mestiere italiani.

Nessuno ha mai badato troppo a lui, a quel ragazzo freddo, studente della quinta liceo che si sta preparando per gli esami di maturità, un po’ isolato dai compagni e irascibile, che si divertiva a sezionare i piccoli animali. Almeno fino alla sera del 5 aprile 1981.
Roberto Succo ha compiuto diciannove anni da due giorni, è una domenica. Madre e figlio litigano per il solito motivo, l’automobile. Roberto prende un coltello da cucina e incomincia a colpire la donna, trentadue volte di fila, al petto, al collo e alla testa, poi trasporta il corpo nella vasca da bagno, spegne le luci e al buio attende che rientri il padre che viene aggredito alle spalle a colpi di accetta e soffocato con un sacchetto di nylon. Roberto depone poi anche il corpo del padre nella vasca da bagno accanto a quello della madre.




carcereIn seguito dirà: «Non volevo che soffrisse povero! Come può stare un uomo con la moglie uccisa e il figlio in galera?». E ancora: «Se tornassi indietro lo rifarei, mia madre era un drago a due teste».  Chiude la porta di casa a chiave, sale sull’auto, va in Friuli e la Polizia lo rintraccia tre giorni dopo. In carcere più perizie lo giudicano  totalmente infermo di mente e in ottobre viene condannato a 10 anni di Ospedale Psichiatrico Giudiziario, a Reggio Emilia. In soli 5 anni riesce a far credere ai medici di essere sulla via della guarigione e di potere, quindi, usufruire di permessi premio per motivi di studio: qualche ora inizialmente, poi mezza giornata, infine due giorni e, il 12 giugno 1986, ne approfitta per evadere. Succo espatria in Francia con documenti falsi. Ora si fa chiamare André. In Francia, Succo non ha freni muovendosi senza che nessuno lo conosca. Prima di sparare urla: «Je te tue», ossia «io ti uccido». Miete diverse vittime: un brigadiere svizzero, un medico, un ispettore di Polizia e, sempre nello stesso anno, due diciassettenni, violentate e ammazzate a colpi di pistola.

Rientrato in Italia è catturato vicino a Treviso, il 28 febbraio 1988. Agli interrogatori esordisce senza troppi indugi: «Sono un killer di mestiere. Ammazzo la gente!»,  per poi confessare i delitti. Un serial killer di mestiere che più volte tenta di evadere. Viene quindi trasferito a Vicenza, dove morirà suicida. Prima di morire Succo era stato nuovamente sottoposto a perizie psichiatriche, confermandolo totalmente incapace di intendere e di volere, affetto da schizofrenia paranoie e idee di superiorità.

 

di Francesca De Rinaldis   @FrancescaDeRin2




Il parere dell’esperta, dott.ssa Francesca De Rinaldis (psicologa forense)  

Dottoressa Francesca De Rinaldis
Dottoressa Francesca De Rinaldis

La vicenda di Roberto Succo ha destato l’interesse del cinema e della letteratura. È stato ribattezzato dalla cronaca come il “cherubino nero”, il “killer dagli occhi di ghiaccio”, l’“assassino della luna piena”. Ma la sua storia  è soprattutto la drammatica conferma che nell’uomo si annidano delle potenzialità negative che raggiungono picchi elevatissimi. Le motivazioni che spingono i serial killer di mestiere come Succo ad uccidere sono quasi sempre incomprensibili, di tipo intrinseco e si possono rintracciare nel loro mondo psichico, spesso pervaso da traumi che affondano radici in una triste infanzia, costellata da soprusi e umiliazioni.

La motivazione che ha spinto Roberto Succo a compiere la serie degli efferati omicidi è essenzialmente di ordine edonistico, di ricerca costante di godimento in assenza di ogni forma di malessere morale. Il suo divenire serial killer di mestiere si è strutturato lentamente nel diventare adolescente, in quella fase di pulsioni aggressive, violente e molto forti, grazie alle quali ha maturato un gusto perverso nei confronti della morte.  Ciò che caratterizza la vita del futuro serial killer è la solitudine: egli si sente solo e lo è realmente perché è un individuo diverso, una persona che avverte dentro di sé un nucleo di violenza abnorme. Nel momento di passaggio dalla fase adolescenziale a quella dell’età adulta egli avrebbe dovuto distaccarsi dall’identificazione con le proprie figure genitoriali per instaurare un autentico rapporto con loro vissuti non per ciò che sono apparsi durante l’infanzia ma per ciò che essi  sono realmente. Invece nella psiche di Roberto Succo tale passaggio non è avvenuto e le figure genitoriali si sono trasformate in fantasmi che lo hanno ossessionato e contro i quali ha combattuto fino a maturare l’idea, illusoria, di liberarsi di loro uccidendoli. Egli in realtà si porta dietro per tutta la vita la figura materna, da distruggere ed esorcizzare fino in fondo. Questo spiega la sua aggressività e perversione nei confronti delle figure femminili in particolare. Dopo l’uccisione dei genitori, dopo questo suo primo contatto con la morte egli non può più arrestarsi poiché fortemente motivato dal ripetere tale piacevole esperienza. Non può più venir meno a questo suo bisogno psicotico e delirante, vissuto nella convinzione della propria superiorità e onnipotenza. Solo col suicidio, e dunque solo con la sua morte, ha potuto mettere a tacere il bisogno imperante di uccidere.

Serial killer di mestiere, storia di Roberto Succo ultima modifica: 2015-12-23T18:14:23+00:00 da info@cronacaedossier.it

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