Serial killer, analisi di un fenomeno terrificante

Dalle orribili imprese di Jack lo Squartatore agli studi recenti sulla definizione di serial killer come assassino organizzato  







serial killerIn principio fu “Jack lo Squartatore”. Era lui, nell’immaginario collettivo il prototipo del serial killer, ed era a lui che dalla fine del XIX secolo in poi ci si riferiva e si classificava i tanti, troppi omicidi seriali che a tutte le latitudini del mondo sono accaduti nel tempo. Ed il motivo forse non è neanche tanto misterioso: Jack aveva spettacolarizzato le sue infamie, confabulando in maniera epistolare e palese con i giornali dell’epoca. Era diventato un serial killer perché, in fondo, aveva rubato la scena, era diventato “famoso” quindi classificando egli stesso gli omicidi come delitti con la sua firma. La firma di Jack. Poi, la storia del “Secolo breve” ha dimostrato che, anche per lo sviluppo della scienza psicoanalitica e psichiatrica, i casi pluriomicidiari possono esser studiati nella sua globalità, anche rileggendo le varie esperienze che la cronaca mondiale ha tristemente espresso in questi 130 anni che ci separano da “the Ripper”.

 

 

sangueIl primo grande studio del dopoguerra appartiene all’inglese (e non è un caso visto da dove si era partiti) Colin Wilson, che teorizza una classificazione che sarà poi presa a modello per tutta una serie di studi sul crimine specie oltreoceano. Wilson ne individua ben sei tipologie, tra cui la prima, quella dei “bisogni progressivi” è molto interessante perché implica non tanto una volontà omicida dovuta ad irrefrenabile istinto mentale quanto ad un’associazione con la società che ci circonda. Dice infatti lo studioso che «l’omicidio seriale scaturisce da questo bisogno insoddisfatto: il serial killer non ha un sufficiente livello di autostima, sente di essere un perdente e allora sfida la società, mettendo in atto il comportamento omicidiario che gli consente di sentirsi  qualcuno». Oltre questa, le altre cinque si discostano tra loro per modalità comportamentali più psicologiche, più intime che denotano conflitti non sociali ma personali, come quella detta “sindrome di Jekill e Hyde” dove i killer commettono errori talmente grossolani da condurre al loro arresto ed è «come se questi individui avessero una parte “buona” che si accorge della presenza di una parte “cattiva”: l’impulso a confessare spontaneamente o a fare in modo di farsi catturare, è la risultante di un tentativo inconscio della parte positiva di sconfiggere quella negativa».



Uno dei delitti di Jack Lo Squartatore
Uno dei delitti di Jack Lo Squartatore

L’FBI invece, nel 1988 presuppone nei suoi protocolli di analisi due macro gruppi di questi assassini, classificandoli in semplice omicida “organizzato” e “disorganizzato”, una classificazione che cerca di individuare nella tipologia del crimine dei segnali che portino a dimostrare che certi omicidi siano riconducibili alla stessa mano. È organizzato chi seleziona la vittima secondo uno schema, chi cerca una relazione con la vittima prima di uccidere, presenta segni di aggressione sadica o di sottomissione e che usa un’arma specifica che poi ha cura di rimuovere o occultare. Il contrario darà il responso di un serial killer disorganizzato, impulsivo e non premeditante e proprio per questo più difficile da localizzare. Per il protocollo statunitense un serial è colui che «uccide 3 o più vittime in luoghi diversi e con un “periodo di intervallo emotivo” (cooling-off time) fra un omicidio e l’altro; può colpire a caso oppure scegliere accuratamente la vittima e spesso ritiene di essere invincibile e che non verrà mai catturato». In Italia recentemente ha fatto notizia la nuova possibile classificazione operata da due studiosi così diversi per storia ed esperienza sul campo ma concordi nell’orientamento riguardo la materia delle violenze seriali: il professore Vincenzo Mastronardi, tra i più famosi psichiatri e criminologi italiani, e lo psicologo Ruben De Luca.




 

serial killerEssi sostengono che ci sono due tipologie che definiscono “assassino seriale classico” dove si intende quello che anche per i media è facilmente riconoscibile, come Jeffrey Dahmer per esempio, che ha anche come movente palese o velato quello sessuale, in quanto uccide utilizzando metodiche che gli permettono un certo livello di contatto fisico più o meno esplicitato. Poi c’è il cosiddetto “atipico”, ed in questa categoria si comprendono ad esempio, l’omicidio mafioso e terroristico seriale con caratteristiche di sadismo e anche l’omicidio seriale di guerra sempre con caratteristiche di sadismo, così come l’omicidio rituale seriale e altre tipologie. I due studiosi poi, analizzando il criterio discriminante nella scelta di chi uccidere da parte del serial killer, individuano altre quattro categorie specifiche. Tra queste, “l’assassino seriale potenziale” si rivela particolarmente importante in merito alla prevenzione di tali fenomeni criminali. Si tratta di un soggetto che, pur avendo commesso solo un omicidio o non avendolo ancora portato a termine, ha per caratteristiche psicologiche tutti gli elementi che potrebbero portarlo ad uccidere. Difatti i due studiosi puntano il dito su uno dei mali della società: la ricerca della notorietà, che alcuni individui con evidenti disturbi di personalità possono pensare di raggiungere nel modo peggiore ed edonisticamente terrificante.

 

articolo di Mauro Valentini

 

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Tratto dalla rivista Cronaca&Dossier:

Serial killer, analisi di un fenomeno terrificante ultima modifica: 2016-04-15T16:21:37+00:00 da info@cronacaedossier.it

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