Rosalia Pipitone, la verità sul volto delle donne di mafia

La storia di Rosalia Pipitone, la donna che aprì uno squarcio sulla dura legge che vige nelle famiglie mafiose: la sua vita e le ipotesi sulla morte 





00Sono le 19:30 del 23 settembre 1983 quando Rosalia Pipitone, detta Lia, sposata, madre di un figlio di quattro anni, è uccisa durante quella che sembra una rapina compiuta da balordi.

La donna è in un negozio di articoli sanitari, nella borgata di Arenella di Palermo, quando entrano due uomini eleganti: sono armati di “Smith & Wesson Special” calibro .38. Prendono l’incasso ma poi, invece di fuggire, sparano alle gambe di Lia e scappano. Uno di loro però rientra e urla: «Mi ha riconosciuto» e la finisce con tre colpi a bruciapelo al petto.

Gli inquirenti all’epoca ritengono che i rapinatori, inesperti, abbiano compiuto il delitto temendo di essere stati identificati dalla donna.

 

 

Ma la verità è ben altra. Nel 1997, durante il Processo a Cosa Nostra, dall’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose nei cantieri navali di Palermo, spunta, dalle parole del pentito Francesco Onorato, una nuova versione dei fatti:  sarebbe stato il boss di Cosa Nostra Antonino Pipitone a far uccidere la figlia per “onore”.

Il motivo? Rosalia Pipitone avrebbe tradito il marito. Gli secutori dell’omicidio altri non erano che due sicari inviati dal boss simulando una rapina. All’indomani dell’omicidio di Rosalia viene ucciso anche il suo amante, defenestrato, simulando un suicidio per amore.




000Ma chi era Rosalia Pipitone? Nel 1975 frequenta il liceo Artistico, ascolta i Pink Floyd, legge Che Guevara, Levi, Pasolini. Sogna a occhi aperti. Nel frattempo, il clan di suo padre diventa potentissimo. Ma Lia ignora tutto questo quando nel 1977 scappa di casa, sull’onda della nuova contestazione studentesca, e non può nemmeno immaginare che dalla casa paterna sarebbero partite le spedizioni del commando che, tra il 1982 e il 1985, vedono cadere La Torre, Dalla Chiesa e il capo della Squadra Mobile Ninni Cassarà.

Si sposa con il fidanzatino conosciuto a scuola, ma non in chiesa, come invece desidera il padre. Quando le illusioni del movimento giovanile del ’77 vanno via via a  spegnersi Lia, senza casa e lavoro, nel settembre del 1978 fa ritorno insieme al marito a casa Pipitone. Seguono gli anni d’oro per l’impresa mafiosa del padre, il boss Antonino Pipitone: tutti lo temono e lui si sente onnipotente.

Nel frattempo Lia esce senza il marito e ha un nuovo amico. Il padre boss interroga la figlia e lei gli dice che sta per separarsi. È quello l’inizio della fine per la donna; è da qui che inizia la cronaca di una morte annunciata: Rosalia, quasi temesse il triste epilogo, pochi giorni prima di quella tragica sera del 23 settembre chiede al marito e padre di suo figlio di non abbandonare mai il bambino. Sarà quest’ultimo, ormai adulto, a ricordare Rosalia nel 2012 con queste parole: «Mia madre voleva essere una donna libera, questo dava fastidio alla mafia».

 

 

di Francesca de Rinaldis

Segui Cronaca&Dossier con un Mi Piace su Facebook e Twitter

 

 

APPROFONDIMENTO
La legge delle famiglie mafiose

 

Dott.ssa Francesca De Rinaldis
Dott.ssa Francesca De Rinaldis

L’omicidio di Rosalia Pipitone ci pone davanti alle feroci logiche che per anni hanno dettato legge nelle famiglie mafiose.

Non dimentichiamo però che il suo non è purtroppo l’unico caso di vendetta per “onore”. Il killer di Cosa Nostra, Giuseppe Lucchese, è stato accusato di aver fatto uccidere la sorella Giuseppina e la cognata Luisa Gritti. Entrambe le donne hanno pagato con la vita relazioni extraconiugali. Nel caso di Rosalia Pipitone invece l’amore paterno è stato vinto dal tradimento, dalla ferita inferta al codice d’onore della famiglia mafiosa.




Il suo volto è il quello di tutte le donne della mafia, che muta col mutare della storia, e che oggi gioca un ruolo diverso rispetto al passato, meno succube del sistema. Si assiste al passaggio da una partecipazione formale (limitata alla procreazione e alla crescita dei figli) ad un ruolo più centrale nei compiti.
Le donne nelle organizzazioni mafiose di oggi consentono, avallano e partecipano ad attività criminali, anche in prima fila. Basti pensare al momento in cui il marito-boss viene a mancare, che sia in carcere o morto, e gli affari vengono condotti sotto le direttive della moglie che acquista, in egual misura, lo stesso rispetto che deteneva il marito all’interno dell’organizzazione.

La caratteristica che tuttavia resiste al cambiamento del tempo e dei ruoli è la loro tenacia e la loro forza, in un’aula di tribunale così come di fronte alla morte.
L’arma più potente che hanno è la capacità di saper acquisire, più dell’uomo, i codici del silenzio lasciando a se stessa tempi più lunghi nel farli propri e con maggiore consapevolezza e sicurezza tale da non permettersi errori.
Da lì nasce la donna d’onore. Come afferma Piera Aiello, donna della mafia, vedova del figlio di un boss, che con coraggio ha rotto il muro del silenzio divenendo collaboratrice di Paolo Borsellino, «finché le donne staranno zitte la mafia non potrà mai essere sconfitta».

Rosalia Pipitone, la verità sul volto delle donne di mafia ultima modifica: 2016-01-30T23:37:58+00:00 da info@cronacaedossier.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

La realtà fa notizia, aiutaci a condividerla. Seguici con un Mi Piace!