Rocco Chinnici, l’uomo che ideò il pool antimafia

Trentadue anni fa il magistrato Rocco Chinnici diventava una delle prime vittime illustri di Cosa Nostra

“Pool antimafia”. Quante volte sentiamo questa locuzione ai telegiornali, quante volte la leggiamo sui maggiori quotidiani nazionali? Ebbene, forse in pochi sanno che fu proprio Rocco Chinnici il primo a proporre un’unione tra i magistrati per la lotta alla mafia.

Il magistrato Rocco Chinnici.Rocco Chinnici è un predestinato. Nel 1952, a soli 27 anni (è un classe ’25) fa il suo ingresso nella Magistratura. Un ingresso in punta di piedi, come uditore giudiziario presso il Tribunale di Trapani. D’altronde, come ricorderà la figlia Caterina nel libro È così lieve il tuo bacio sulla fronte (ed. Mondadori), «non chiamatelo eroe, perché era speciale in modo normale». Dopo un decennio abbondante in cui è pretore a Partanna, nel 1966 Chinnici giunge a Palermo per rivestire la carica di giudice istruttore. È in questo periodo che si trova a che fare con le indagini di mafia e inizia a pensare ad un modo per arginare questo oscuro potere. Dopo aver lavorato alla strage di viale Lazio (uno dei primi “lavori” dei mafiosi che avrebbero monopolizzato gli anni Ottanta e Novanta, come Salvatore Riina e Bernardo Provenzano) nel 1975 diventa prima magistrato di Cassazione e poi Consigliere Istruttore. Le uccisioni della mafia di susseguono fino al 1980, quando le morti del capitano dell’Arma dei Carabinieri Emanuele Basile e del procuratore Gaetano Costa (amico di Chinnici) fanno scattare qualcosa nella testa del magistrato. Chinnici si rende conto che l’unione fa la forza e propone di istituire un pool di magistrati e Forze dell’ordine per la lotta alla mafia (tra i più favorevoli a questo modus operandi ci saranno proprio i giudici Falcone e Borsellino). Fino ad allora infatti le indagini personali non solo mettevano a repentaglio le vite degli investigatori ma anche le loro scoperte, che dopo la loro morte venivano disperse nel nulla.

Foto segnaletica di Salvatore Riina.Chinnici propone anche una nuova strategia di indagine che si rivela molto efficace (e che sarà, probabilmente, una delle maggiori cause della sua scomparsa): è il primo a seguire i soldi, il flusso di denaro. Le tracce lasciate dagli sporchi affari permettono a Chinnici di iniziare a intuire il fondo dell’iceberg dell’imprenditoria mafiosa, il cui connubio con la politica inizia a diventare evidente. Il fatto che Chinnici abbia “fatto centro” si traduce nei primi messaggi di minaccia: il telefono di casa inizia a squillare senza che dall’altro capo qualcuno spiccichi parola. Forse Chinnici non si rende conto di essere un “morto che cammina” e continua imperterrito nel suo lavoro, nella sua missione. Fino a quel maledetto 29 luglio del 1983. Sono le 08:05 del mattino quando il magistrato esce dalla sua abitazione per recarsi al lavoro, come ogni giorno. Forse è pensieroso e non nota un’auto che di solito non sosta in via Giuseppe Pipitone Federico: è una Fiat 126 verde ed è piena di tritolo, circa cento chili. L’esplosione è violentissima e oltre a Rocco Chinnici perdono la vita anche il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. L’unico superstite è l’autista, Giovanni Paparcuri. La primogenita Caterina non è in casa; i primi ad uscire sono gli altri due figli, Giovanni ed Elvira, di 19 e 24 anni, che accorrono ancora in pigiama. Il cratere che li accoglie è un buco che ha inghiottito per sempre il loro papà. Un buco fondo e nero, proprio come la mafia.

 

articolo di Nicola Guarneri

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Rocco Chinnici, l’uomo che ideò il pool antimafia ultima modifica: 2015-07-28T16:48:54+00:00 da info@cronacaedossier.it

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