Processo all’orrore: il caso della piccola Angelica

Condannato Luigi De Matteis per l’assassinio della piccola Angelica «uno dei delitti più feroci della storia criminale nazionale»   

 




 

fucileVenticinque anni, praticamente una vita, è stata l’attesa per un processo. Non  un processo qualsiasi, ma quello per fare giustizia su un duplice omicidio di una giovane donna, Paola Rizzello, e della sua figlioletta Angelica, di 2 anni, trucidate il 20 marzo 1991 a Parabita, in provincia di Lecce, con una barbarie che non si riserva neanche agli animali. Nonostante il tempo passato la Giustizia ha fatto il suo corso. Il 22 aprile scorso Luigi De Matteis è stato condannato a 16 anni e 8 mesi per la morte di Angelica e sua madre, ritenuto complice di Biagio Toma. Solo 16 anni a dispetto dell’orrore compiuto. De Matteis è riuscito ad avere lo sconto di un terzo della pena avendo scelto il rito abbreviato. Il processo si era aperto nella stessa aula in cui Toma fu sentito il 17 aprile del 2000 come testimone e dove il 26 marzo del 2001 erano stati condannati all’ergastolo il boss Luigi Giannelli (come mandante), la moglie Anna De Matteis (come istigatrice) ed il fedelissimo Donato Mercuri (organizzatore) per il duplice delitto.

 

bambinaDifeso dall’avvocato Walter Zappatore, Toma si era trovato a rispondere di duplice omicidio volontario aggravato dalla crudeltà per la confessione del coimputato Luigi De Matteis, difeso dall’avvocato Francesco De Giorgi. Dopo l’arresto nel corso delle indagini dell’allora pubblico ministero Giuseppe Capoccia e dei carabinieri del ROS, Toma sostenne durante l’interrogatorio di garanzia che non sarebbe stato mai capace di macchiarsi di un delitto così orrendo. Paola Rizzello venne uccisa a colpi di fucile mentre teneva in braccio Angelica Pirtoli di due anni, a sua volta rimasta ferita. Gli assassini la lasciarono lì, viva, poi però ritennero che avrebbe potuto diventare una scomoda testimone e tornarono indietro dopo circa un’ora per finirla, in modo terribile. Il suo cadavere ormai irriconoscibile venne rinvenuto il 19 febbraio 1997, durante uno scavo in contrada Tuli, a Parabita. Due anni dopo, il 4 maggio 1999, è stata la volta di Angelica, un corpicino nascosto dentro un sacco per il concime, sulla collina di Sant’Eleuterio.

 




 

Ma perché uccidere una  giovane mamma e la sua bimba? La Rizzello dava fastidio per diversi motivi. Luigi Giannelli, a capo dell’omonimo clan di Parabita, uno dei grani della Sacra Corona Unita, aveva avuto una relazione con la mamma di Angelica, agli inizi degli anni ’80. Paola sapeva troppo. Sapeva delle dinamiche del gruppo, sapeva dei delitti più eclatanti, conosceva i luoghi in cui veniva nascosta la droga, tanto da essere persino sospettata di averne sottratta un bel po’ per sé. Chiedeva  pure di Luigi Calzolari, suo fidanzato, fatto fuori nel 1985, sospettando che il mandante dell’uccisione fosse proprio Giannelli. Paola Rizzello aveva appena 27 anni. Scostò spavalda la canna del fucile che De Matteis le aveva puntato contro: «Non mi fai paura». Partì il primo colpo, diretto alla pancia. Colpì anche la bimba che lei teneva in braccio, al piedino destro. La scarpetta volò via. Angelica si mise a piangere. E poi il secondo colpo, sul petto. Paola è morta così. Ma lei, la piccola, lei era ancora viva. Loro la lasciarono lì, in quella campagna, vicino al casolare. Al buio. Ma ci ritornarono.

«Vabbè, tanto cresceva come la madre», dicevano sprezzanti tra loro. «Se trovano la bambina in quelle condizioni, automaticamente si capisce che alla madre le è successo qualcosa, qualcosa di brutto… No, la bambina non si può lasciare. Voi sapete cosa dovete fare». Così aveva ordinato spietatamente Donato Mercuri secondo la Corte d’Assise.

 

 

3Nonostante le condanne, nel maggio del 1999 Luigi De Matteis fece una rivelazione che lasciò ammutoliti i giudici della Corte d’Assise: «Nnu la facia chiui cu tegnu questo segreto qua, anche perché ci ho due figlie ed ogni volta che io le guardavo…». Una confessione piena. E dettagli insopportabili, contro suo cognato: «Biagio Toma è sceso dalla macchina, ha preso la bambina per i piedi e l’ha sbattuta quattro-cinque volte vicino al muro e niente, cioè era morta la bambina». Con la testolina fracassata. Agli inizi del 2014 un testimone disse: «Ci aveva chiesto di spostare un sacco da lì, di portarlo da un’altra parte. Una cosa, un sacco che era sotto quel pino». «Un sacco». Non un cadavere. Questo non lo ha ammesso mai, ma è bastato per capire, per avere la conferma. Finora non c’era stato nessun altro riscontro contro Toma. Niente che potesse incastrarlo. Si sentiva sicuro.

 




 

Per il reato di estorsione aveva patteggiato una pena a 3 anni e 8 mesi; per due volte era già stato processato e assolto, per rapina e per possesso di stupefacenti. Gli era stata riconosciuta anche l’ingiusta detenzione ed era anche già stata depositata l’istanza per ottenere la detenzione domiciliare. Questa storia atroce non è stata mai dimenticata, sebbene troppo confinata alle sole cronache locali; un’atrocità che aveva spinto il gip Simona Panzera a scrivere: «Nella storia criminale nazionale non si ricordano condotte comparabili con quelle tanto sprezzanti del dolore innocente di una bambina di due anni, rimasta ferita in maniera non grave al piedino, lasciata disperata, nottetempo al buio in campagna, accanto al cadavere della madre ammazzata». Ora gli assassini hanno un nome e una condanna sulle loro teste, fin troppo lievi però per dire che giustizia è stata fatta.

 

articolo di Paola Pagliari

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La rivista Cronaca&Dossier di maggio 2016:

 

Processo all’orrore: il caso della piccola Angelica ultima modifica: 2016-05-13T18:10:42+00:00 da info@cronacaedossier.it

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