Pino Cobianchi: serial killer o mitomane?

 

Nel giugno del 2006 Pino Cobianchi si autoaccusò del massacro di una lunga serie di prostitute e vantò amicizie insospettabili

(foto piccola ma lasciarla di tale grandezza nell'impaginaz.)È il 19 marzo 2006 quando in un fosso, nelle campagne di Coltano (Pisa) viene ritrovato il cadavere di una giovane donna. Il corpo è quello di una prostituta di 28 anni, Veruska Vason, della quale si erano perse le tracce due mesi prima. L’assassino ha infierito su di lei con oltre 50 coltellate. Le indagini sulla sua morte imboccano una strada ben precisa grazie alle analisi dei tabulati del suo cellulare, ritrovato nella stanza di albergo a Livorno dove la donna aveva soggiornato due giorni prima. Tre mesi più tardi arriva l’arresto di tre persone, tra cui, come esecutore materiale del delitto, un uomo di Milano di 52 anni, Pino Cobianchi. L’uomo confessa subito, affermando che tutto sarebbe successo per una truffa finita male. Pino Cobianchi è lo stesso che aveva denunciato la scomparsa di Veruska, un mese e mezzo prima del ritrovamento del corpo recandosi più volte presso la sede del quotidiano Il Tirreno, raccontando di gente che voleva sfruttarla e di raggiri. Invece, a febbraio, poco dopo aver dato l’allarme su Veruska, lo arrestano insieme ad una donna e ad un amico. Il gruppo è stato soprannominato “Banda di Robin Hood” perché, dopo aver messo a segno alcuni colpi nei negozi di Pisa e provincia, telefonava al giornale locale rivendicando l’operazione col nome dell’eroe della foresta di Sherwood. Quando va dai cronisti de Il Tirreno, non solo Pino Cobianchi denuncia la scomparsa di Veruska Vason, ma chiede loro di aiutarlo a tornare “dentro”. In fondo “dentro” Pino Cobianchi è abituato a starci: una vita, la sua, passata tra galere, riformatori e orfanotrofi. Agli inizi degli anni Ottanta era stato condannato a quasi 30 anni per un delitto e in passato si era pure attribuito gli omicidi di alcune prostitute. Il caso vuole che, al momento del suo arresto per la morte di Veruska Vason, nella zona ci siano altri casi irrisolti, proprio riguardanti delle prostitute. Pino Cobianchi insiste perché gliene venga attribuita la responsabilità, in particolare di uno, quello del transessuale brasiliano Wagner Pereira Da Silva, ucciso a Nodica la notte fra il 2 e il 3 dicembre 2004, e lo fa scrivendo una lettera a La Nazione, nella quale implora: «Dovete credermi. Sono io l’assassino».

(foto copertina)I Magistrati però non gli credono, e questo Pino Cobianchi non lo sopporta. Intanto, viene però rinviato a giudizio per la morte di altre tre prostitute, uccise nel 2003, i cui casi sono stati riaperti. Tutte e tre sono state uccise a colpi di pistola. Nel maggio del 2009 inizia il processo a Pino Cobianchi, già condannato a 30 anni per l’omicidio di Veruska Vason. A dicembre dello stesso anno è lui a deporre in aula e lo fa presentandosi con indosso la maglia della squadra del Genoa, anzi dell’ex attaccante Marco Borriello, in onore alla sua compagna che porta lo stesso cognome del calciatore. Stavolta il copione cambia: Pino Cobianchi spiazza tutti proclamandosi innocente. Non solo, per dar prova della propria credibilità, dà voce a tutte le sue conoscenze di noti casi di criminalità italiana affermando tra l’altro: «Sono stato ascoltato come testimone durante il processo di Perugia per la morte di Meredith Kercher perché sono venuto a conoscenza di alcuni particolari di quell’indagine, così come ho deposto, sempre come teste, a Brescia al processo per la strage di piazza della Loggia contro il generale Delfino, nel quale ho prodotto un documento, che il suo difensore ha definito un atto coperto da segreto di Stato».

000Anche il suo avvocato Laura Antonelli, stupita, gli domanda come mai sappia tutti questi fatti della cronaca nera. E lui, prontamente: «Perché sono stato amico di Vallanzasca e nell’ambiente della malavita questo è un vanto e sono conosciuto come una persona affidabile. In tanti mi vengono a raccontare le cose, perché sanno che non sono un “infame”». A tal proposito, scrive anche una lettera a La Nazione in cui si attribuisce il delitto dell’agente della Polstrada Bruno Lucchesi, avvenuto nel 1976 e per il quale è stato invece condannato proprio Renato Vallanzasca. A sostenere l’innocenza di Pino Cobianchi relativamente agli omicidi delle tre prostitute è anche il suo legale, il quale fa notare un dettaglio non trascurabile e cioè che Pino Cobianchi, uno che le prostitute le frequentava, soffre di un’anomalia sessuale che lo porta ad abbondanti eiaculazioni. Eppure il suo Dna non è mai stato repertato sul luogo degli omicidi. Ciò non è comunque ritenuto sufficiente dai giudici che lo condannano all’ergastolo in primo e secondo grado. Nel febbraio 2012, quando ormai Pino Cobianchi è condannato a scontare, tra quattro delitti e reati minori quali incendi, rapine e furti, circa 104 anni di pena, si impicca nella sua cella al carcere di Opera.

 

articolo di Francesca De Rinaldis

 

 

IL PARERE DELL’ESPERTA
Dott.ssa Francesca De Rinaldis (psicologa forense)

Francesca De Rinaldis, Pino CobianchiLa storia criminale italiana ricorda Pino Cobianchi come serial killer. Tuttavia, al di là delle decisioni processuali, resta ancora oggi difficile stabilire con certezza se sia o meno responsabile della morte delle prostitute della quale si era assunto dapprima la responsabilità per poi ritrattare tutto in sede processuale, atteggiamento anomalo per un serial killer che considera ogni omicidio come una sorta di sua opera d’arte della quale desidera gliene venga giustamente riconosciuto “ogni merito”.

Pino Cobianchi ha cercato in più occasioni di attrarre l’attenzione su di sé e lo ha fatto contattando direttamente, sia di persona, sia attraverso lettere, le redazioni delle principali testate giornalistiche italiane, certo che tale mezzo di comunicazione di massa, il giornale appunto, gli avrebbe garantito visibilità e notorietà ampia ed immediata. È tipico del serial killer il desiderio di attrarre su di sé l’attenzione, di tenere così “in scacco” inquirenti ed opinione pubblica. Ciò gli permette di esercitare il suo senso di grandezza e desiderio di onnipotenza che si concretizza nel terrore delle masse e nell’incapacità degli investigatori di giungere alla sua cattura. Difficilmente però lo fa esponendosi in prima persona e chiedendo di essere incriminato per morti delle quali non è ancora stata nemmeno accertata la paternità di una stessa mano.  
Certamente però, Pino Cobianchi ha esibito una serie di comportamenti da mitomane. Clinicamente la mitomania è la tendenza abituale ad inventare bugie, a cui spesso crede l’autore stesso allo scopo di destare ammirazione, compassione o comunque interesse negli altri. La mitomania è indotta dal bisogno che ha un soggetto di valutarsi di fronte agli altri cercando, con storie fittizie o fantasiose, di crearsi una sua notorietà. Il mitomane talvolta è cosciente della natura fantastica del suo racconto, talvolta invece finisce con il crederci tanto è viva la sua partecipazione affettiva. Fisiologica nel bambino che ancora confonde fantasia e realtà, la mitomania diventa patologica in soggetti adulti costretti a sostituire una realtà esterna o interna insopportabile con una fittizia.
Già la storia criminale italiana, anche recente, ci ha abituati al confronto con mitomani. Tra tutti val la pena ricordare Stefano Spilotros, 22 anni, agente immobiliare della provincia di Milano, che nel 1992 contattò la polizia per confessare di essere l’autore dell’omicidio del piccolo Simone Allegretti, di 4 anni, prima delle due piccole vittime del mostro di Foligno, Luigi Chiatti. In realtà Spilotros, come hanno testimoniato varie persone, il giorno della morte del piccolo Simone Allegretti, era nella sua città, qualcuno lo ha anche incontrato in discoteca, eppure egli vuole demolire il suo alibi, mosso dal suo delirio di grandezza, dal suo bisogno patologico di esistere in un grande teatro della finzione.  
Recentemente, riguardo all’omicidio di Yara Gambirasio, tra gli altri si è fatto avanti un altro mitomane che reclamava la paternità del delitto, scrivendo una lettere al quotidiano l’Eco di Bergamo affermando: «Ecco come ho ucciso Yara Gambinasio», fornendo una serie di dettagli che sono stati a lungo sottoposti al vaglio degli inquirenti fino alla smentita.

0000Questi sono solo due esempi che stanno a dimostrare come la cronaca nera si costelli spesso di fatti di questo tipo, proprio perché i casi difficili, e soprattutto molto attenzionati dall’opinione pubblica, avvicinano facilmente il mitomane, che si sente “forte” nella veste di colui che sfida le indagini con successo. Anche Ferdinando Carretta, l’uomo che nel 1998 ha sterminato la sua intera famiglia per godere da solo di tutto il patrimonio economico, nel momento della sua confessione si è creduto potesse essere un mitomane, memore dell’esperienza di Spilotros. A tal proposito Achille Serra, l’investigatore che lo arrestò, affermò: «Se Carretta è mitomane non reggerà quando i riflettori si saranno spenti». Così è stato, i riflettori si sono spenti e Carretta non ha mai ritrattato anzi, ha fornito dettagli coerenti che hanno trovato adeguati riscontri, ha scontato tutta la pena, tra cui un periodo in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario, ed oggi gode della sua libertà e della sua eredità. Pino Cobianchi no, quando l’impatto con la realtà carceraria non lasciava vie di fuga e quando ormai il sipario su di lui era calato e quei riflettori che egli aveva voluto puntare su di sé si erano spenti, non ha retto al duro impatto depressivo con la realtà ed è crollato, togliendosi la vita.

 

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Pino Cobianchi: serial killer o mitomane? ultima modifica: 2015-07-28T16:53:34+00:00 da info@cronacaedossier.it

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