Piazza Fontana: il silenzio dei servizi sulla strage

12 dicembre 1969, centro di Milano. La storia è arcinota: alle ore 16:37 nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana esplode un ordigno che causa la morte di 17 persone, oltre ad 88 feriti.

 

strage piazza fontanaUna seconda bomba, inesplosa, verrà poi trovata nella sede della Banca Commerciale Italiana di piazza della Scala. La strage di piazza Fontana è, se possibile, ancora più grave se si considera come il vero e proprio inizio del periodo della Strategia della tensione. Al di là dei vari coinvolgimenti, ciò che fa più scalpore è anche solo il sospetto che pezzi dello Stato, come i servizi segreti, possano avere avuto un ruolo nella triste vicenda. Già, ma di quale ruolo potrebbe trattarsi? I primi sospetti giungono già nelle ore immediatamente successive alla strage, quando una serie di elementi tendono a depistare le indagini verso gli anarchici, additando a quest’ultimi la responsabilità delle bombe. Si rivelerà un falso. La vera pista porta all’eversione di destra, come decreterà la Magistratura, in particolare al neofascismo veneto. Sebbene costellata solo da voci e sospetti, in realtà nella strage di Milano le ombre dei Servizi compaiono eccome. Su tutte spicca la figura perlomeno enigmatica, quella del giornalista Guido Giannettini. Il lavoro con la carta stampata è infatti solo una copertura: Giannettini, conosciuto anche come “Agente Zeta”, è un infiltrato dei servizi segreti ed è presente alla riunione tenuta a Padova il 18 aprile 1969 in cui la cellula nera pianifica l’attentato. Evidentemente svolge male il suo lavoro, visto che l’attentato non viene sventato, come tutti quelli in cui Giannettini è infiltrato (avrà un ruolo anche nell’attentato di Fiumicino del 1973). Qualche anno più tardi il “giornalista” viene accusato di aver partecipato attivamente all’attentato di piazza Fontana; solo grazie al ministro Andreotti riuscirà ad evitare il processo. Grazie alle indagini strage piazza fontana2del giornalista Mino Pecorelli si scopre come il SID – sempre su beneplacito andreottiano – favorisca la fuga di Giannettini all’estero, non solo procurandogli i documenti necessari (come il passaporto falso) ma continuando pure a stipendiarlo come un dipendente. A più di 40 anni di distanza restano senza risposta numerose domande. La più importante: come mai il SID decise di affidarsi a un uomo come Giannettini, dichiaratamente neonazista e già implicato in organizzazioni di spionaggio internazionale? Forse tutte le “missioni” in cui Giannettini si è infiltrato non si sono rivelate fallimentari; forse, per i servizi segreti, le cose sono andate esattamente come dovevano andare? L’Agente Zeta gode così di importanti protezioni, evidentemente custode di informazioni rilevanti o, come più pragmaticamente funziona negli ambienti dei Servizi, un agente va tutelato per evitare di bruciare altre fonti, anch’esse infiltrate e parte in quel momento di operazioni delicate. Una questione di vita o di morte, insomma, un po’ come avvenuto a piazza Fontana.

 

articolo di Nicola Guarneri

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Piazza Fontana: il silenzio dei servizi sulla strage ultima modifica: 2015-07-28T15:28:41+00:00 da info@cronacaedossier.it

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