Omicidio Rombaldi, la prova balistica cambia le carte in tavola

Colpo di scena nell’omicidio Rombaldi, il cold case che scagiona un ex vigile dopo 22 anni

Abdominal_Gunshot_WoundNon ci sono elementi sufficienti per sostenere con certezza che fu la Smith&Wesson calibro 38 posseduta dall’ex vigile Pietro Fontanesi a sparare, quasi ventidue anni fa, al chirurgo Carlo Rombaldi.
È questa la conclusione della nuova superperizia disposta dal Tribunale di Reggio Emilia per capire se l’arma, all’epoca utilizzata da Fontanesi, possa essere quella del delitto. Non ci sono quindi le condizioni per giungere all’archiviazione del caso Rombaldi.
La notte tra il 7 e l’8 maggio del 1992 il noto chirurgo è assassinato a colpi di pistola sotto la sua abitazione, in via Fabio Filzi, un quartiere residenziale di Reggio Emilia, dopo essere rientrato da una cena tra colleghi.  Quaranta minuti dopo la mezzanotte, orario in cui saluta tutti per tornare a casa, è soccorso davanti al suo garage, ferito da un proiettile che gli trapassa un polmone, provocandogli la morte in ospedale. Altri due colpi si conficcano sul portone dell’autorimessa.
A incastrare il 65enne ex vigile urbano, vicino del medico, è la .38 Special in suo possesso da vent’anni e che si pensa GP90-bulletessere l’arma dalla quale sono partiti i colpi che hanno ucciso Rombaldi. Il ritrovamento della presunta pistola usata nel delitto trasforma il buon vigile in un assassino, nei confronti del quale la Procura di Reggio chiede una misura cautelare che il gip, Giovanni Ghini, rigetta per assenza di pericolo di fuga e di inquinamento delle prove. La Squadra Mobile, guidata da Domenico De Iesu e coordinata dal sostituto procuratore Maria Rita Pantani,  indaga così Pietro Fontanesi, da sempre dichiaratosi innocente, rinviandolo a giudizio «perché all’esito di una banale discussione, estraendo il suo revolver a tamburo marca Smith&Wesson calibro 38, e puntandolo contro Rombaldi Carlo esplodeva sei colpi, attingendolo e provocandone la morte. Con le aggravanti del fatto commesso in piena notte, in luogo isolato e per futili motivi».
Bullet_holeFino a ieri il delitto sembrava avere un autore certo a cui conferire una pena altrettanto sicura. Invece dietro l’angolo c’è ora un vero colpo di scena. Gianfranco Guccia, Martino Farneti e Claudio Gentile, i tre periti, nominati dal giudice per eseguire gli accertamenti sull’ipotetica arma del delitto, approdano a un punto non indifferente: «Non ci sono elementi sufficienti per ipotizzare un’equiprovenienza dall’arma in discussione, e ciò nonostante che si siano rinvenute alcune coincidenze casuali».
La risoluzione del caso tarda ad arrivare, quindi,  favorendo l’incalzante preoccupazione che l’omicidio Rombaldi venga relegato nella lunga lista dei cold case irrisolti. Se non altro, si intravede la fine di un incubo per il vigile che, da oltre due decenni, è accusato di un delitto che sembrerebbe non avere mai commesso.

 

articolo di Annalisa Ianne

Vuoi leggere il numero di maggio 2014 da cui l’articolo sull’omicidio Rombaldi è tratto? Clicca qui!

 

Omicidio Rombaldi, la prova balistica cambia le carte in tavola ultima modifica: 2015-04-21T15:48:32+00:00 da info@cronacaedossier.it

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