Omicidio Lidia Macchi, l’indagato sfida i magistrati

Stefano Binda si professa non responsabile dell’omicidio Lidia Macchi e rilancia sul DNA sfidando gli inquirenti durante l’interrogatorio




Posizione geografica di Cittiglio (Varese)
Posizione geografica di Cittiglio (Varese)

Stefano Binda è l’uomo indagato per l’omicidio Lidia Macchi, avvenuto il 7 gennaio 1987, arrestato solo qualche giorno fa dopo che l’indagine degli inquirenti aveva riconsiderato una lettera inviata dall’uomo il 9 gennaio ’87 alla famiglia della vittima. Assieme alla valutazione della calligrafia riportata in quella lettera, attribuita a Stefano Binda, elemento rilevante potrebbe essere il DNA ricavabile dall’analisi della linguetta proprio della busta contenente la lettera stessa. L’omicidio Lidia Macchi si era consumato nel gennaio 1987, dopo che il giorno 5 dello stesso mese la bella 21enne di Varese era scomparsa per poi essere ritrovata a Cittiglio, in una traversa sterrata in via Filzi. Sul suo corpo i segni di 29 coltellate e l’ipotesi che possa essere stata assassinata in un posto differente rispetto a quello del ritrovamento.

 

Negli ultimi anni qualcuno ha avanzato addirittura alla possibilità che nel delitto fosse coinvolto Giuseppe Piccolomo, ricordato come “il killer delle mani mozzate”, ma poi tutto era tramontato. Di certo si sa che Lidia Macchi si era recata a Cittiglio in visita all’amica Paola Bonari, ricoverata all’ospedale del paese. Cosa sia accaduto dopo è ancora avvolto dal mistero. Dopo quasi trent’anni però la svolta: gli inquirenti fermano Stefano Binda, ex compagno di liceo che avrebbe commesso l’omicidio Lidia Macchi e dopo due giorni, il 9 gennaio, inviato una lettera ai genitori della vittima.




 

letteraProprio quella lettera è l’oggetto delle nuove indagini ritenendo che la paternità dello scritto sia proprio di Binda e che potrebbe avere ucciso per motivi passionali. Stefano Binda non ha però ancora confessato l’omicidio Lidia Macchi e sembra non essere intenzionato a farlo. Anzi, rincara la dose: «Io so che non ho fatto nulla. Ho fiducia che si risolva. Ho fiducia nella Giustizia». Dinanzi ai magistrati, Binda non mostra particolari preoccupazioni; sembra sicuro che tutto si risolverà al meglio.
dnaSceglie di non parlare, chiede se vi sia una biblioteca interna al carcere, non si oppone alla richiesta di fornire un campione di saliva. Quest’ultimo sarà necessario per compiere una comparazione di DNA con quanto rinvenuto sulla busta della lettera recapitata ai familiari di Lidia Macchi. Tuttavia si tratta solo della seconda comparazione; la prima era stata effettuata con le tracce rimaste su una sigaretta fumata dallo stesso Stefano Binda. Quell’accertamento non aveva però dato esito positivo e dunque ecco la necessità di una nuova comparazione. L’incontro fra Binda, il gip Anna Giorgetti e il sostituto procuratore generale Carmen Manfredda, per l’interrogatorio di garanzia, finisce dopo appena un’ora. Sul piatto resta il prelievo eseguito dalla Polizia Scientifica e l’esito di una comparazione che potrebbe dare un nome all’autore dell’omicidio Lidia Macchi oppure far sì che tutto resti ancora nella nebbia dopo quasi trent’anni.

 

Redazione Cronaca&Dossier

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Omicidio Lidia Macchi, l’indagato sfida i magistrati ultima modifica: 2016-01-20T16:56:43+00:00 da info@cronacaedossier.it

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