Omicidio di Pordenone, difficoltà a trovare la pistola fumante

Una pistola, un registro bruciato, DNA e analisi dati: quale di questi elementi cela prova e movente omicidio di Pordenone?





Giosuè Ruotolo

In queste ore una coltre di silenzio circonda la Procura impegnata per le indagini sull’ormai celebre omicidio di Pordenone. Si attende a breve una svolta dopo l’arresto di Rosaria Patrone, fidanzata di Giosuè Ruotolo e indagata per istigazione e false dichiarazioni. Per gli inquirenti la ragazza avrebbe omesso l’esistenza di un profilo Facebook a lei e a Ruotolo riconducibile, ma soprattutto avrebbe istigato il fidanzato ad uccidere il 17 marzo scorso Trifone Ragone e Teresa Costanza.

Con il 2015 gli inquirenti probabilmente intendono chiudere il cerchio sul cosiddetto omicidio di Pordenone, eppure la meta non sarebbe così a portata di mano. In realtà nel caso dell’omicidio di Pordenone manca un elemento indispensabile per chiudere le indagini: la prova regina.

Finora sono stati raccolti interessanti elementi indiziari che lasciano intendere che non tutto sia stato detto dal caporal maggiore Giosuè Ruotolo e da Rosaria Patrone. La posizione del primo è senz’altro più compromessa dopo avere asserito il falso in merito ai propri movimenti la sera del duplice delitto. Dapprima aveva asserito di essere rimasto a casa a giocare alla playstation e successivamente aveva ammesso di essere uscito, dopo però che le telecamere avevano ripreso la sua auto nei dintorni del Palasport. Sospetti, dubbi, ragionamenti che si basano su giochi di probabilità come giusto che sia in casi del genere. Ma la prova schiacciante dov’è? Riepilogando gli elementi che negli ultimi mesi si sono rincorsi in questa vicenda a carico dei due giovani, spicca l’assenza di un movente, fondamento di ogni indagine. Sul piatto per ora ci sono i dati rinvenuti su computer e cellulari della coppia, il DNA sui vestiti di Ruotolo e la pistola ripescata nel lago.



 

Tre punti d’indagine importanti ma solo il primo di essi è in grado di fornire il movente, qualora esso esista. Particolarmente interessante è anche la “storia” dell’arma trovata nel lago di San Valentino, di fronte il parcheggio dove è avvenuto l’omicidio di Pordenone. Risalente al Ventennio fascista e uscita da un’armeria di Cremona la pistola è giunta fino a quel 17 marzo 2015 uccidendo Trifone e Teresa. Chi la possedeva? Il registro è andato perduto perché bruciato e gli inquirenti stanno passando al setaccio sei pistole semiautomatiche che potrebbero avere un proprietario certo, ricostruendo i passaggi che l’hanno portata fino al parcheggio del Palasport. Un’indagine difficile a affascinante. Ma in queste ore sembra difficile che gli inquirenti possano già avere una prova schiacciante tra le mani, altrimenti sarebbe stato facile immaginare le “solite” fughe di notizie. Invece regna il silenzio in Procura in attesa forse di un elemento che inchiodi i due accusati. Gli inquirenti forse non hanno neanche il movente, davvero difficile da comprendere se non si ipotizza uno stato mentale alterato da parte di uno dei due accusati. Perché infatti commettere il duplice omicidio di Pordenone se Giosuè e Rosaria vivevano in case diverse, avevano storie affettive stabili e anche sul lavoro non sarebbero emersi screzi con Trifone? Ecco, è proprio questo il punto: a meno di colpi di scena caparbiamente celati dagli inquirenti, oltre la prova regina mancherebbe anche il movente.

 

Redazione di Cronaca&Dossier

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Omicidio di Pordenone, difficoltà a trovare la pistola fumante ultima modifica: 2015-12-30T15:10:10+00:00 da info@cronacaedossier.it

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