Nicola Longo: «Così avveniva il traffico illecito di armi»

Nicola Longo è stato collaboratore del SISMI oltre che poliziotto di fama, oggi direttore della Nicola Longo Investigazioni e infiltrato nei principali gruppi criminali degli anni Settanta e Ottanta. Nel periodo in cui accadevano i fatti relativi alla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Longo ha lavorato sotto copertura nel mondo del traffico delle armi. Non indagò personalmente nel caso Alpi-Hrovatin ma venne a conoscenza di informazioni che ricostruiscono come avvenivano attività illegali inerenti il traffico di armi.




Anche se Lei non ha seguito direttamente il caso di Ilaria Alpi, le chiediamo in merito a fatti collaterali che avvenivano in quel periodo circa le attività che svolgeva.

Nicola Longo
Nicola Longo

«Era un momento storico molto particolare per me: in quel periodo avevo appena lasciato un incarico sul traffico clandestino di armi e, su disposizioni della Super Procura Antimafia, mi ero calato nei panni di una nuova identità: dottor Massimo Massimi, funzionario ispettivo di un noto Istituto di Credito italiano che avrebbe dovuto agevolare il riciclaggio di oltre seicento miliardi di lire provenienti dai sequestri di persona, traffico di droga, armi, tangenti e altro. Le persone indagate e coinvolte erano i capi storici di uno dei più potenti sodalizi associativi criminali della ‘Ndrangheta e dell’Anonima Sequestri sarda. Dopo il fermo di un’auto con a bordo due persone appena sbarcate a Cagliari dietro mia segnalazione, e che detenevano ben occultata una cospicua somma di denaro proveniente da diversi sequestri di persona, proprio mentre si stavano per raccogliere sviluppi clamorosi di una delicatissima operazione sottocopertura s’innesca una vicenda giudiziaria abbastanza anomala e perversa impiantata in modo strumentale e calunnioso presso il Tribunale penale di Palmi che ha l’effetto di bloccarmi per un periodo di tempo abbastanza lungo. In precedenza, quasi parallelamente a quest’ultima, ero riuscito a penetrare la diffidenza del mondo del traffico internazionale delle armi, infiltrandomi su precisi connotati di copertura. Ero quindi riuscito a farmi assumere da una famosa fabbrica di armi di cui la mia particolare conoscenza e la destrezza nel maneggiarle, furono un eccellente passepartout. Collaborando prima con il SISDE e poi con il SISMI, conducevo una vita avventurosa, dinamica, ma molto pericolosa. Assunto il nuovo ruolo di “undercover” nella qualità “shooter of firearms new generation”, riuscivo ad accattivarmi la simpatia di diversi addetti militari delle varie ambasciate a Roma, interessati a seguire le nuove tecnologie ed io, a loro insaputa, l’excursus del prodotto acquisito, prima che arrivasse a destinazione definitiva. Più volte ebbi la fortuna di segnalare in tempo la posizione del prodotto, prima che venisse triangolato in un itinerario diverso e definitivo. Un’avventura pericolosa che da Roma mi spingeva prima a Cipro, poi in Grecia facendomi spostare lungo i confini Balcani, o in Libano anche in tempo di guerra, in Palestina fino al Sudafrica. Paesi posti nella black list, ma che attraverso triangolazioni geopolitiche, erano in grado ricevere le forniture di altri paesi. La Grecia, in particolare la zona del Peloponneso, Atene, punti di riferimento e luoghi cui ero collegato con i servizi segreti del luogo. Un lavoro abbastanza avventuroso e rischioso».

Esiste un reale collegamento tra la Somalia e il traffico di armi sulla base delle Sue attività da infiltrato?     

Spiaggia somala«Si mormorò che la questione traffico di armi in Somalia fosse cosa reale, non ricordo esattamente da dove partì l’informativa ma ricordo nitidamente che si parlava di collegamenti oscuri con le attività di cooperazione internazionale in cui l’Italia partecipava fornendo alcune imbarcazioni, tipologia peschereccio per intenderci, navi da pesca. Il mio obiettivo, supportato da alcune segnalazioni che ricevetti da un ingegnere che si occupava per vie traverse di questa faccenda, era quello di indagare e scoprire possibili traffici di armi celati da queste attività diplomatiche».

Il quotidiano La Repubblica in un articolo del 10.4.2015 [a firma di Daniele Mastrogiacomo] cita una flotta della società Schifco, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia, per incrementare l’industria peschiera nell’Oceano Indiano del Corno d’Africa.

0«La questione a quanto ricordo è che in quelle zone c’era un’ampia distesa desertica. Il territorio di cui stiamo parlando era strutturato, dal punto di vista “politico” se così possiamo dire, con connotazioni tribali ovvero ogni zona era comandata da un “boss” e da quello che ne so io, erano proprio questi “boss” che prendevano accordi sul traffico di armi in cambio di altri benefici di vario genere. Poi, detto sinceramente, io non ho mai accertato se vi fosse o meno questo traffico, ma si è parlato molto di questa concreta possibilità. Ma si è parlato molto anche del traffico di mine antiuomo e di tanto altro. Si parlava di società che ufficialmente vendevano e poi in realtà non vendevano proprio nulla, c’erano piloti di aerei di linea che ufficialmente giravano il mondo per lavoro, ma in realtà di volta in volta raggiungevano posti prestabiliti per tessere rapporti e accordi con addetti militari. Ho avuto il compito di controllare alcuni di questi individui e personaggi, uno di questi riuscimmo ad arrestarlo».

Nel medesimo articolo si parla anche di «spedizione in Somalia di una partita di 5.000 fucili d’assalto e 5.000 pistole da parte degli Usa. Ufficialmente. Ma in realtà, attraverso una triangolazione che aggirava l’embargo decretato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel 2002, una partita destinata alla neonata federazione croata-bosniaca durante la guerra nell’ex Jugoslavia».

00000«Quando Ilaria Alpi e Hrovatin indagarono su questo traffico venne fuori che c’erano giri che conducevano in ex Jugoslavia per la fornitura di armi sottobanco. Quale giro facessero non è mai stato accertato, personalmente io mi sono interessato principalmente al traffico di munizionamenti nei Balcani. Ricordo che al tempo c’era (omissis) di Atene che era una delle più grosse industrie di munizionamenti per obici e calibri pesanti. Io ho fatto lo sparatore ufficiale ‒ sempre sotto falsa identità ‒ per la ditta di armi (omissis) perché ero molto bravo nelle esibizioni a fuoco. In questo contesto ho avuto modo di capire alcuni meccanismi e quando il quadro fu chiaro, mi resi conto che le armi erano esportate in Grecia e da lì, per i buoni rapporti, erano mandate a Cipro e poi ancora in Libia. Mi impegnai attivamente per contrastare questi traffici sul nascere e devo dire che nel tempo alcuni interessanti sequestri sono arrivati».




A cavallo tra il 1993 e il 1994 ricorda qualche importante operazione che ha fatto fare? 

Un-libya«Beh, ne ricordo una del ’92, un’operazione connessa al terrorismo e al traffico delle armi, sembrava assurdo ma l’operazione nacque per caso in un quartiere residenziale di Montesacro a Roma. Protagonista una falange palestinese che risultava in contatto con un’emittente privata della zona che tesseva rapporti in arabo con certi personaggi libici e palestinesi. Non appena gli indizi furono più nitidi, partirono le intercettazioni e poi le perquisizioni e si scoprì un imponente traffico di armi legato al terrorismo. Ancora più interessati erano gli israeliani. Si riuscì a identificare e ad arrestare qualcuno dell’aria militare, ma io non ero un “operativo” sul piano fisico, mi limitavo alle segnalazioni sui traffici legati anche ai somali e all’Eritrea e alla Libia. A seguito di quest’indagine fui trasferito dalla sede di via Pasiello in un’altra zona periferica di Roma».

E come si collega al caso Alpi-Hrovatin?

Casse scorie nucleari (foto nuova 2)«Come dicevo prima in quelle zone c’era uno di questi boss che gestiva il territorio, Mohammed Farah Aidid il signore della guerra. I luoghi deserti caratteristici di certe zone del globo si prestavano per essere trasformati in discariche per rifiuti tossici dietro un corrispettivo in armi, questa è la mia idea maturata perché in quella zona non vi era altro da offrire, zero densità demografica, nulla; nonostante ciò giravano davvero troppi affari. Forse l’illegalità girava anche tramite i famosi pescherecci della cooperazione internazionale. Insomma, il posto ideale per cose che non si devono sapere. Io però non ebbi mai la possibilità di indagare personalmente».

Come funzionava il meccanismo dell’embargo e quali giri facevano queste armi?

000«Diciamo che ci sono dei Paesi per cui la Comunità internazionale ha imposto delle regole, il veto, o l’embargo viene posto a tutti quelli che non danno garanzie di rispettare le regole e che in precedenza, per fatti gravi e specifici sono stati posti sulla lista. Ma i trafficanti, grazie a diverse strategie, riescono a superare il problema agendo per un paese che non risulta in pregiudizio, e che poi da lì è in grado di far arrivare comunque la fornitura al Paese a cui è stato posto il veto d’importare le armi. Gli ostacoli sono dunque superabili agendo sulle discipline. Quando si presentava una società con delle credenziali per un Paese che non aveva l’embargo ‒ parliamo di società con copertura militare, non società qualsiasi, siccome queste cose non si fanno facilmente ‒ esse si presentavano con finti intenti e dietro questi intenti a volte anche d’interesse sociale, come costruire o ricostruire intere zone disagiate, conducevano trattative per il traffico illecito con i Paesi senza autorizzazione intenti ad acquistare armi. Forse non si riesce a comprendere l’affare monetario dietro la vendita, ad esempio, di 50.000 pezzi, per noi obsoleti, a Paesi poco sviluppati che riconoscono un affare d’oro seppure a fronte di una tecnologia superata».




E riguardo proprio ai carichi che arrivavano nella ex Jugoslavia?

AK 47«I veri traffici sono in grado di raggirare qualsiasi problema. In quegli anni riguardavano principalmente armi facili da costruire. Il kalashnikov era una di queste. Un’arma semplice, calibro 7,62 o 5,56; calibri da guerra molto veloci e potenti con grossa forza di penetrazione e ampio volume di fuoco che, per l’appunto in Afghanistan venivano realizzate anche manualmente da piccole fabbriche artigianali riproducendo i fucili d’assalto abbastanza fedelmente».

E sul traffico tra Italia ed ex Jugolsavia?

Ilaria Alpi
Ilaria Alpi

«In Italia c’era un veto per tanto se le armi erano vendute lo si faceva sottobanco. Esistevano dei canali con o senza la complicità delle fabbriche; si vendeva solo a qualcuno che poteva comprare e poi le armi seguivano un altro percorso. Sempre lo stesso meccanismo. Raggiunti i canali ufficiali ipoteticamente riuscivano a giungere nell’ex Jugoslavia così come in Somalia ma la certezza non esiste, solo un grosso giro di sospetti. Si consideri che sono giri molto chiusi in cui è quasi impossibile entrare. Non ci s’improvvisa trafficante di armi. Diversamente dal traffico di droga in cui tu puoi anche avere una brutta faccia e portare avanti i tuoi affari, nel traffico delle armi devi essere un accreditato, o stare dentro un certo giro».

Cosa pensa della morte di Alpi e Hrovatin?

Miran Hrovatin
Miran Hrovatin

«Penso come tanti che Ilaria Alpi aveva trovato qualcosa di concreto, e non escludo lo scambio di armi con lo smaltimento rifiuti tossici o radioattivi, qualcosa di grave, altrimenti non sarebbe morta. Che questa sia una vicenda sporca e anche se non posso affermarlo con certezza, che scavando nel passato fino ad arrivare ai rifiuti tossici, si possa arrivare alla verità, ma per arrivarci, bisogna giungere al posto giusto. Solo così, riaprendo il caso e localizzando i luoghi in pregiudizio dove si ritiene che siano state sepolte le scorie, sarà possibile riesumare tasselli importanti per rafforzare precise teorie».

 

l’intervista a Nicola Longo è a cura di Alberto Bonomo e Pasquale Ragone

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Nicola Longo: «Così avveniva il traffico illecito di armi» ultima modifica: 2016-03-16T11:38:04+00:00 da info@cronacaedossier.it

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