Mostro del Dams: tre delitti opera di un serial killer?

Alla scuola di Bologna negli anni Ottanta un incubo infestava la città seminando morte: è stata davvero la mano unica del Mostro del Dams?





Nuova immagine (2)È 15 giugno 1983, un mercoledì, quando in un appartamento del centro storico di Bologna, in via del Riccio 7, Francesca Alinovi viene ritrovata senza vita. La donna ha 37 anni e insegna al Dams, dove ha la fama di essere l’astro nascente della critica artistica in Italia. Da tre giorni non risponde né al telefono né al citofono. Il corpo viene ritrovato a terra, non lontano dalla porta d’ingresso di casa, i piedi sono rivolti all’uscio, la testa alla camera da letto e il viso è coperto da un paio di grossi cuscini. Si intuisce subito che il suo assassino non ha avuto bisogno di scassinare la porta, mentre una prima analisi medico-legale del corpo certifica l’omicidio almeno tre giorni prima del ritrovamento, probabilmente domenica 12 giugno, tra la metà del pomeriggio e la serata. La donna è colpita da 47 coltellate, la maggior parte con ferite più profonde di un centimetro. Alcune pugnalate raggiungono anche il palmo di una mano – effetto forse di un tentativo di difesa – e la schiena. Solo una, tuttavia, è mortale: quella inferta al collo, che provoca un’emorragia interna e che uccide Francesca in una decina di minuti.  Dalla tipologia delle ferite, l’arma è una sola e infierisce sul lato destro del corpo.

In bagno, sulla finestra, gli inquirenti trovano una scritta che recita: «Ad ogni modo non sarai sola». Per cercare l’autore di questo delitto gli investigatori si concentrano sulle persone più prossime a Francesca e isolano una decina di iscritti al Dams. Tra loro c’è Francesco Ciancabilla, 23 anni, legato alla vittima da una relazione sentimentale iniziata un paio d’anni prima e trascinatasi tra alti e bassi, costellata anche da episodi quanto meno burrascosi tra i due: in più occasioni Ciancabilla, affetto anche da problemi di tossicodipendenza da eroina, agisce con comportamenti fortemente violenti nei confronti della donna. Il 3 dicembre 1986, la Corte d’Assise d’Appello di Bologna lo condanna per l’omicidio di Francesca Alinovi a 15 anni di carcere. Per quanto ancora ci sia chi non crede fino in fondo alla sua colpevolezza, ad oggi l’assassino di Francesca Alinovi ha un nome, non ricondotto quindi al Mostro del Dams.

Nuova immagine (1)Sei mesi prima, sempre a Bologna, precisamente il 30 dicembre 1982, scompare Angelo Fabbri, ricercatore al  Dams di 26 anni, considerato uno dei più brillanti allievi di Umberto Eco. Angelo vuole tentare la carriera universitaria e sempre a Bologna acquista un piccolo appartamento, lo stesso luogo dal quale si hanno le ultime notizie su di lui. Infatti il 30 dicembre 1982, verso la mezzanotte, telefona al suo migliore amico. La chiacchierata dura un’ora e mezza e in quell’arco di tempo il giovane appare sereno, parlando della notte di San Silvestro che vuole trascorrere con alcuni coetanei a Roma. Cosa accade dopo quella telefonata non si sa esattamente. Il giorno successivo, il 31 dicembre 1982, due cercatori di tartufi in Val di Zena, sugli Appennini attorno Bologna, trovano il corpo di Angelo, trafitto da  dodici coltellate, tutte alla schiena, inflitte da una lama di una trentina di centimetri. Sei di quei colpi sono mortali e la profondità delle ferite è differente, come se le mani fossero diverse.




Si ipotizza che per uccidere e buttare Angelo in quella zona, abbiano collaborato più persone: la vittima, infatti, è alta quasi 190 centimetri e pesa più di 100 kg. Dettaglio importante: l’impermeabile che indossa non presenta i segni della violenza. Dunque, appare chiaro che l’omicidio, fino a quel momento non ricondotto al Mostro del Dams, non si consuma in quel luogo: l’omicida – dopo aver compiuto il fatto – riveste Angelo per gettarlo dove viene ritrovato.

Le indagini si rivelano subito difficili. Lo stile di vita della vittima non sembra lasciare spazio a storie sospette. Cosa però accade a quel giovane e chi erano i suoi assassini non viene mai a galla. A tutt’oggi il delitto di Angelo Fabbri è irrisolto. Solo dopo tutti questi due efferati omicidi in città c’è chi inizia a parlare della presenza di una persona che uccide gli studenti del Dams: si inizia a parlare del Mostro del Dams.

Nuova immagineIl 1983 è un anno maledetto per la facoltà del Dams di Bologna anche per un altro terribile omicidio, anche questo ad oggi irrisolto. È il 29 novembre 1983 quando Leonarda Polvani 28 anni, alle 20.00, parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa. Dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito, il quale, non vedendola rientrare, allerta le Forze dell’ordine. La vita della Polvani è irreprensibile: con il marito è felice e le sue giornate si dividono tra il lavoro come designer in un laboratorio di gioielli e la ripresa degli studi al Dams di Bologna.

Il 3 dicembre il corpo di Lea Polvani viene ritrovato in una delle grotte della Croara, a est di Bologna. Quelle grotte dovrebbero essere inaccessibili: l’ingresso è sbarrato da cancelli con catene e lucchetti. Ad accorgersi della presenza di un cadavere è un guardiacaccia che sta perlustrando la zona. La ragazza viene trovata con il dorso nudo, gli abiti alzati sulla testa, e con un laccio intorno al collo. Il torace presenta la ferita letale di una pistola calibro 6.75, che raggiunge la Polvani al cuore.  Anche in questo caso gli investigatori escludono la rapina. La donna indossa ancora i gioielli e non sembra che la sua borsa sia stata frugata. Vestiti scomposti a parte, non sembrano esserci tracce di stupro, come conferma poi anche l’autopsia. Ciò che è certo è che devono essere trascorse pochissime ore tra la sparizione e la morte della ragazza. Nessun elemento consente di arrivare a un’identificazione dell’assassino: col trascorrere del tempo le indagini si arenano e – come per Angelo Fabbri – non verrà mai scritto il nome di un colpevole.

Nuova immagine (3)Questo è l’ultimo dei cosiddetti delitti del Mostro del Dams. Mesi prima del novembre 1983 si pensa che ci sia un altro caso da aggiungere agli allora due e destinati a diventare tre. A luglio, poche settimane dopo la morte di Francesca Alinovi, Liviana Rossi, 22 anni, una ragazza ferrarese iscritta al Dams di Bologna, viene uccisa in Calabria, in un albergo del crotonese. Ma il caso viene presto risolto: la ragazza, in un tentativo di stupro da parte del direttore dell’albergo nel quale alloggiava, cercando di divincolarsi, cade fratturandosi il cranio.

Chi, in una città già martorizzata in quegli anni da sconcertanti fatti di cronaca, può uccidere un brillante ricercatore, un astro nascente della critica artistica italiana e una donna dalla vita irreprensibile, così, senza apparente motivo e in maniera brutale? Chi se non un Mostro?

Cosa ci spinge a cercare i cosiddetti Mostri? Forse il bisogno di trovare una risposta a quello che razionalmente non sappiamo spiegarci.

di Francesca De Rinaldis    @FrancescaDeRin2


L’analisi dell’esperta, dott.ssa Francesca De Rinaldis (psicologa forense)

Dottoressa Francesca De Rinaldis
Dottoressa Francesca De Rinaldis

Davanti all’efferatezza umana, fredda e immotivata, non c’è altra salvezza che attribuire cotanta brutalità alle gesta di un Mostro. Spieghiamo ora perché non siamo davanti ad un omicida seriale, al cosiddetto Mostro del Dams.

Nella scelta delle sue vittime il serial killer generalmente uccide prede semplici da avvicinare  e catturare, persone con le quali non ha precedentemente intrattenuto relazioni. Può osservare la sua futura vittima da lontano, per giorni, per conoscerne le abitudini e scegliere in base a queste il momento giusto di agire. Al contrario, tanto nell’omicidio di Fabbri, quanto in quello della Alinovi che in quello della Polvani, è altamente probabile che le tre vittime conoscano il loro assassino. La Alinovi, ad esempio, è stata ritrovata morta in casa sua, apre la porta al suo assassino, a una persona dunque di sua conoscenza e che non ha riserve a far entrare in casa. Un serial killer non entrerebbe in casa di una sconosciuta col fine di ucciderla, esponendosi al rischio di creare allarmismi o incorrere in inconvenienti che lo potrebbero esporre al pericolo del riconoscimento e della cattura.




Non gioca a favore dell’ipotesi dell’omicida seriale la scelta dell’arma e il modus operandi. Un serial killer, generalmente, sceglie di colpire sempre con la stessa arma e le modalità lesive sui corpi sono simili. L’arma, spesso, diventa proprio la firma del serial killer, l’elemento che permette di mettere in relazione tra loro gli eventi di una serie di omicidi. L’arma è il suo feticcio, il mezzo attraverso il quale raggiunge il suo massimo piacere. Ed è per questo che spesso sceglie di agire con un’arma bianca, che gli permette di avere un rapporto più ravvicinato e intimo con la sua vittima e godere del fatto che questa stia morendo tra le sue mani. Invece, nei cosiddetti delitti del Mostro del Dams,  tutte e tre le vittime sono state uccise con armi diverse: la Polvani è attinta al cuore da un proiettile; la Alinovi viene sgozzata, poi sul suo corpo sono state inferte altre numerosissime coltellate tutte frontalmente e solo poche, lievi, sulla schiena; Fabbri invece viene ucciso da dodici coltellate alla schiena. Dunque tre modalità lesive diverse, che fanno supporre tre moventi e tre tipologie molto differenti.

E ancora, è altamente probabile che il Fabbri sia stato ucciso con la complicità di due o più persone: il serial killer invece è un omicida solitario perché nulla deve frapporsi tra lui e il suo piacere personale. Ecco dunque che l’ipotesi dell’esistenza di un serial killer passato alla storia come il Mostro del Dams ad oggi non rimane che una suggestione.

 

 

Mostro del Dams: tre delitti opera di un serial killer? ultima modifica: 2016-01-08T18:24:37+00:00 da info@cronacaedossier.it

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