Il mistero delle false rivendicazioni sul caso Bruno Caccia

Quel volantino che non finì mai agli atti del caso Bruno Caccia e come riconoscere i falsi comunicati

00Il 26 giugno 1983 a Torino veniva ucciso il procuratore capo della Repubblica Bruno Caccia. Un Magistrato inavvicinabile e incorruttibile, che aveva promesso linea dura contro il terrorismo e la criminalità organizzata presenti in quegli anni a Torino. Le indagini sulla sua morte si orientarono in un primo momento battendo la pista terroristica, indirizzate anche da alcuni comunicati telefonici, poi risultati falsi, che rivendicavano l’omicidio prima come opera delle Brigate Rosse, poi di Prima Linea e quindi dei NAR. Ma chi aveva necessità di depistare le indagini additando ai terroristi la responsabilità dell’omicidio Caccia? Soltanto gli autori del crimine oppure un sistema di organizzazioni deviate più complesso, che veniva favorito dall’eliminazione di un magistrato come Caccia?



Il dott. Maico Turso
Il dott. Maico Turso

In merito ai comunicati attribuiti alle Brigate Rosse, sappiamo da un’intercettazione telefonica del giugno 2009 tra il pm Olindo Canali e il giornalista Alfio Caruso, che un volantino contenente il testo del falso comunicato fu trovato durante una perquisizione presso l’abitazione milanese di Rosario Cattafi, uomo di raccordo tra organizzazioni criminali e servizi segreti, adesso in carcere con il regime 41 bis e testimone chiave nel processo della presunta trattativa Stato-mafia. Purtroppo del volantino di cui si fa cenno nell’intercettazione tra Canali e Caruso non si avranno più notizie e non comparirà mai negli atti del processo come eventuale fonte di prova. Tuttavia per comprendere quali contributi ai fini dell’indagine avrebbe potuto apportare l’analisi forense del volantino, ci siamo rivolti al grafologo ed investigatore privato Maico Turso. Gli abbiamo chiesto innanzitutto quali sono le indagini grafologiche da effettuare per poter verificare l’autenticità o la contraffazione di uno scritto.




1«Gli accertamenti che possono essere effettuati su di uno scritto sono molteplici ‒ afferma il dott Turso ‒. Si va dalla semplice ispezione ictu oculi, alle misurazioni grafometriche indicate dai vari metodi di applicazione in campo grafologico. Altra attività di indagine grafologica può essere effettuata attraverso l’utilizzo di fonti di luce a infrarosso che possono determinare differenti sovrapposizioni di inchiostri dello stesso colore, che ad occhio nudo sembrano vergati dalla stessa fonte. Ciò avviene sfruttando la risposta agli IR che ogni inchiostro dà in maniera univoca. Non ultimo l’utilizzo di microscopi tridimensionali che riescono a dare risultati che facilitano l’esecuzione degli accertamenti arrivando a conclusioni di certezza in termini scientifici».




caso bruno caccia rivendicazioniNon si tratta degli unici utilizzi possibili. «Tengo a precisare – continua il grafologo – che queste tecniche, oltre ad essere utilizzate sugli accertamenti del gesto grafico, o dei caratteri delle lettere dattiloscritte, possono essere utilizzate per analizzare le fibre della carta sulla quale il testo è vergato. Tali tecniche di indagini permettono di effettuare accertamenti sempre ripetibili a differenza dell’utilizzo di reagenti chimici che, pur raggiungendo in parte gli stessi risultati, potrebbero alterare i materiali tanto da non permettere più la ripetibilità dell’accertamento stesso».

4Nel caso specifico è dunque importante capire se e quanto l’eventuale analisi del volantino avrebbe potuto apportare informazioni utili alle indagini giudiziarie. Secondo il grafologo Maico Turso «sicuramente sarebbe stato uno strumento di valutazione in più nelle mani degli organi inquirenti. Compatibilmente con le conoscenze scientifiche e con gli strumenti di laboratorio di allora, si sarebbero potuti effettuare accertamenti sulla carta di cui il volantino era composto, oltre a tutti gli accertamenti da effettuare sugli inchiostri e sui caratteri in presenza di dattiloscrittura o sul gesto grafico trattandosi di manoscrittura». Anche se non sapremo mai la verità sul falso comunicato, oggi a distanza di 33 anni dall’omicidio di Bruno Caccia, sembra accertato dalla Magistratura che a premere il grilletto fu soltanto la ‘ndrangheta, guidata dal boss Domenico Belfiore e che sarebbe stata eseguita da Rocco Schirripa. Tuttavia rimangono ancora numerosi punti oscuri su cui indagare, per fare ulteriore chiarezza sull’omicidio di un magistrato che non sarà mai ricordato abbastanza per il suo valore di uomo inflessibile votato al servizio dello Stato.

 

articolo di Paolo Mugnai @PaoloMugnai15

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Il numero 27 della rivista Cronaca&Dossier:

Il mistero delle false rivendicazioni sul caso Bruno Caccia ultima modifica: 2016-06-15T19:05:22+00:00 da info@cronacaedossier.it

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