Maurizio Giugliano e quella lunga scia di sangue

Ribattezzato il “lupo dell’agro romano” commise delitti in un decennio: ecco la storia inquietante di Maurizio Giugliano e l’analisi degli omicidi





Maurizio Giugliano

È il 15 luglio 1983 quando, in un cantiere sulla via Flaminia, a Roma, a pochi chilometri dall’abitato, viene scoperto il cadavere di una donna, Thea Stoppa, prostituta professionista di 31 anni. È l’autopsia a chiarire che l’assassino, dopo la violenza sessuale, ha strangolato la vittima con una calza e l’ha finita con un colpo di pietra alla testa. Agli inquirenti non sfugge inoltre un particolare curioso: il volto è stato coperto con terriccio e sassi. Il 22 luglio, appena una settimana dopo, viene trovata uccisa un’altra prostituta: prima violentata, poi strangolata. Si tratta di Luciana Lupi, 45 anni, e anche in questo caso, il volto appare occultato da terra e pietre. Ancora due giorni e il macabro rituale si ripete. A Castelporziano, Roma, si scopre il corpo senza vita di Lucia Rosa, una prostituta di 34 anni. La donna, che ha subito violenza carnale, è stata strozzata con il suo reggiseno.
Le analogie fra i tre omicidi appaiono evidenti agli inquirenti e iniziano ad ipotizzare l’azione di un serial killer. L’azione investigativa è tuttavia ostacolata dalla mancanza di indizi concreti che possano condurre alla sua identità. A bloccare tale situazione di stallo interviene un altro delitto: il 5 agosto 1983, una donna viene uccisa e abbandonata in un campo di granoturco a Sabaudia, a circa settanta chilometri da Roma. Dalla perizia autoptica emerge che è stata sgozzata e martoriata selvaggiamente. L’assassino le è saltato addosso più volte schiacciandola con il peso del corpo. La vittima si chiamava Giuliana Meschi, impiegata comunale. Una persona irreprensibile e senza lati oscuri. Questa volta, però, il killer non è svanito nel nulla senza lasciar traccia. Un contadino ha notato un uomo fuggire a piedi e poi allontanarsi a bordo di una Ford Capri gialla con il tettuccio nero.




Il killer, che sa di essere stato visto, è costretto ad arginare la propria furia omicida, almeno per un po’, anche se l’inattività non dura a lungo, e il suo desiderio di morte non può essere placato per tanto tempo. Infatti l’impeto omicida torna presto ad esplodere: il 30 ottobre 1983 Fernanda Durante, pittrice di via Margutta, viene trovata con il ventre squarciato da 37 coltellate. Dopo quest’ultimo fatto segue un intervallo di circa tre mesi, durante i quali il killer ha avuto con molta probabilità bisogno di non esporsi ulteriormente per non attirare velocemente su di sé l’attenzione degli inquirenti. La sera del 21 gennaio 1984 si consuma l’ultimo atto della catena di omicidi: Catherine Skerl, una bella ragazza italo-svedese di 17 anni, saluta gli amici e lascia una festa perché è tardi ed ha fretta di tornare a casa, una casa dove di fatto non arriverà mai. La ritroveranno sommersa nel fango di una vigna a Grottaferrata, vicino a Roma. Lo scenario è il solito: la ragazza è stata violentata, strangolata e massacrata. Stavolta però il killer ha le ore contate perché qualcuno ha assistito alla scena e ha visto salire Catherine su uno scooter guidato da un giovane, nel quale viene individuata la persona di Maurizio Giugliano, figlio di un guardiano di vacche e abitante a Roma, nel quartiere di Trastevere.

Maurizio Giugliano viene processato e condannato per due dei sei omicidi; la confessione piena arriverà solo molti anni dopo, sotto forma di lettere inviate al commissario che lo aveva inchiodato. Ma la storia criminale del serial killer Maurizio Giugliano non si ferma qui, perché durante la celebrazione del processo il capo della Squadra mobile di Venezia intuisce che probabilmente c’è un’analogia tra la serie criminosa della zona romana agita da Maurizio Giugliano e un caso di cui si era occupato un anno prima, il 3 agosto 1984, a Punta Sabbioni. In quell’occasione Maurizio Giugliano sta viaggiando con la moglie e il cognato. Fra Venezia e Jesolo si ferma per una sosta, proprio a Punta Sabbioni, per comprare le sigarette. Dirigendosi verso il tabaccaio aveva notato Maria Negri, affacciata alla finestra e vestita in modo succinto per il gran caldo. Una bella casalinga di 51 anni. Maurizio Giugliano non resiste al suo istinto omicida e anziché entrare in tabaccheria, sale nel palazzo e suon alla porta della donna: appena la sfortunata apre, piomba dentro aggredendola e strangolandola con il filo dell’aspirapolvere. Finita l’opera, torna tranquillamente dai suoi cari che lo attendono in automobile. Maurizio Giugliano dopo il processo è trasferito, all’età di 31anni, all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, ma la sua furia omicida non è ancora placata: strangola il compagno di cella, colpevole di avergli negato una sigaretta. Trasferito all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio Emilia, muore nel 1994 per un infarto.

 

di Francesca De Rinaldis    @FrancescaDeRin2

Quando l’abbandono diventa violenza
Approfondimento della psicologa forense Francesca De Rinaldis
maurizio giugliano
Dottoressa Francesca De Rinaldis

Come spesso mi piace dire, dietro la maschera di ogni “Mostro” si nasconde la storia di un essere umano. Proprio ripercorrendo quella storia di vita spesso troviamo alcune risposte rispetto ai tanti “perché” legati alle azioni brutali compiute. Maurizio nasce a Roma nel 1962, secondogenito di quattro figli. Una vita costellata di traumi, difficoltà, abbandoni e vuoti, fin dai primissimi momenti e fasi di vita: per farlo nascere è stato necessario l’uso del forcipe, tale circostanza farà sì che nei genitori maturi la convinzione che egli abbia riportato dei danni cerebrali, con conseguente rifiuto. Dopo la nascita, la madre priva di latte decide di affidarlo ad una balia ed in seguito, constatando che il piccolo Maurizio è magro e denutrito, lo affiderà nuovamente alle cure di un’altra balia: Maurizio vive così un forte senso di vuoto, di abbandono. Ciò lo porterà ad assumere un atteggiamento aggressivo e a provare un forte rancore nei confronti della madre che era solito chiamare “puttana”. I rapporti col padre sono invece formali e anaffettivi tanto che un giorno arriva persino a formulare l’idea di ucciderlo. L’atteggiamento di ostilità e rabbia inizia ad essere espresso anche nella scuola dove Maurizio strappa un occhio con una forchetta a un compagno e, in un’altra occasione, costringe un bambino a bere della varechina. È all’età di 10 anni che compaiono episodi di piromania e di sadismo orientato sugli animali. Il nuovo abbandono che opera la famiglia nei suoi confronti e il suo addio alla casa paterna fanno sì che si dedichi alla violenza fisica fino alla sua serie omicidiaria negli anni che vanno dal 1983 al 1993.



Il Forcipe

Maurizio Giugliano è a tutti gli effetti un serial killer e tale certezza si fonda sulla constatazione della presenza di alcuni elementi: una vita costellata di ferite emotive mai elaborate, traumi, abbandoni e perdite, e soprattutto mancanza di un riconoscimento affettivo e identitario: nessuno lo ha mai veramente amato, riconosciuto ed accettato per quello che è, tanto che egli è riconosciuto solo attraverso l’identità di “mostro”. Il sentimento di odio e rifiuto dell’immagine materna lo proietterà su tutte le donne che incontrerà nella sua vita, comprese le sue vittime, donne scelte casualmente con la sola “colpa” di essere donne e dunque meritevoli di odio. La contiguità temporale degli eventi criminosi, commessi a breve tempo l’uno dall’altro, mossi dall’esigenza compulsiva e irrefrenabile del desiderio di morte; la dedizione al corpo della vittima e dunque la “necromania” che si concretizza proprio nel piacere ricevuto dalla manipolazione del corpo cui è stata tolta la vita per mezzo della propria mano; la “firma” dell’assassino che ha l’abitudine di coprire il volto con terra e sassi. Riguardo a ciò è necessario richiamare l’attenzione su un atteggiamento psichico difensivo che si riscontra in molti autori di crimini violenti e, dunque, anche degli assassini seriali: la depersonalizzazione della vittima. Il seriale ha bisogno di privare la vittima dei suoi connotati e delle sue caratteristiche di umanità che lo esporrebbero al rischio di imbattersi ferocemente contro il forte senso di colpa per aver privato della sua vita un essere umano innocente, e comunque non direttamente correlato alla causa delle sue sofferenze. Deprivare la vittima delle sue caratteristiche di umanità, come ad esempio in questo caso specifico, attraverso la copertura del volto, è funzionale a che il seriale porti a termine la sua azione di morte: in tal maniera l’altro, nel caso specifico la donna, è resa innocua e soggiace al suo egoistico bisogno di dominio, possesso e piacere.

Maurizio Giugliano e quella lunga scia di sangue ultima modifica: 2015-12-28T17:03:40+00:00 da info@cronacaedossier.it

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