Marco Pantani e quell’ultima salita

L’eroico e tragico percorso di Marco Pantani: da Les Deux Alpes a Rimini la folle corsa verso la morte in solitaria del Pirata






Valloire, stèle dedicata a Marco Pantani.«Ed eccolo, Marco Pantani in prossimità del traguardo di questa tappa che ci rimarrà nel cuore e nel cervello, una tappa splendida in cui Pantani ha dimostrato tutta la sua classe ma anche il suo cuore ed il suo coraggio…».

27 Luglio del 1998 Adriano De Zan così accoglie nella storia quel piccolo ciclista con il numero 21 che affiora dall’ultima curva dell’ultimo chilometro della 15° tappa del Tour, da Grenoble a Les Deux Alpes.

Quel giorno tutto il mondo si accorge di quel romagnolo minuto e nodoso di 28 anni che sulla bicicletta appiattiva le salite.

Il Pirata lo chiamano tutti adesso, anche quei francesi che l’anno prima lo avevano soprannominato Petit elephant per via di quelle orecchie che uscivano dalla bandana; quel giorno Marco Pantani da Cesenatico distanzia di 10 minuti la Maglia Gialla, neanche fossimo ai tempi di Girardengo, vincendo il Tour dopo aver vinto il Giro, impresa riuscita solo a Bartali, Coppi e Gimondi in Italia.

Il giorno più felice della sua carriera, una felicità presto spenta, appena 10 mesi dopo a Madonna di Campiglio al Giro 1999: un controllo a sorpresa, l’ematocrito di un’inezia più alto del valore consentito e Pantani scende dalla bici e dalla gloria, sospeso dalla corsa perché quel valore significa doping, una condanna agli occhi degli appassionati dello sport più duro del mondo.

Qualcuno dirà in seguito che quel giorno Pantani iniziò la folle corsa verso la morte, una morte misteriosa che arrivò 55 mesi più tardi.




Marco Pantani«Rialzarsi sarà per me molto difficile», dice alla stampa quel giorno, stordito da quel valore del sangue che, occorre dirlo, non si riscontrerà più nei controlli successivi fatti in laboratorio. Quell’analisi, secondo il Pirata fatta solo per escluderlo dalla corsa, lo getta nel baratro di una depressione senza fine e dal finale tragico. Pochi anni bastano a Marco per auto-distruggere il Campione che fu, portarlo nella dipendenza dalla cocaina in un turbine in picchiata che lascia attoniti e che trasforma l’«uomo solo al comando» di Les Deux Alpes in un «uomo solo» a cui il grande cuore cesserà poi di battere il giorno di San Valentino 2004.

Marco Pantani muore a neanche 35 anni solo e disperato, come si può esser soli quando unica compagna è quella polvere bianca, chiuso da cinque giorni al Residence “Le Rose” in una stanza al quinto piano dove si ammira l’alba sul mare di Rimini.

Ma cosa è successo quel giorno a Rimini? Qualcosa di misterioso, qualcosa che ha a che vedere con la disperazione ma forse non solo con quella.

Tomba di Marco PantaniPantani arriva nel Residence il 9 febbraio 2004. Gli ultimi due mesi della sua vita sono stati una folle corsa verso l’autodistruzione. Il 27 dicembre lo avevano trovato sempre a Rimini svenuto in crisi respiratoria da pieno di cocaina, lo aveva salvato il medico del Sert; ristabilito si trasferisce quindi a Milano in casa della sua ex manager Manuela Ronchi, ma nulla cambia, si droga con frequenza e non è in sé, quindi in un momento di lucidità il 9 febbraio scappa senza bagagli e in taxi raggiunge il Residence della morte. Qualche chiamata a due spacciatori di zona; paga in contanti Marco, paga bene e i soldi non gli mancano. Gli manca solo la lucidità, si chiude dentro la stanza D5, esce pochissimo e chi lo incontra nel Residence racconta di un uomo in stato confusionale, ridotto come è impossibile pensare si possa ridurre un ragazzo di 35 anni che soltanto qualche anno prima aveva indossato la Maglia Rosa.

Nessuno si cura di lui, questa è la cosa più terribile di questa storia, nessuno che senta il bisogno di chiamare aiuto per questo ragazzo così solo e indifeso, anche quando il 14 febbraio (dopo cinque giorni di clausura) comincia a spaccare tutto, a metter mobili davanti la porta per non far entrare gli addetti alle pulizie che con il passe-partout cercano di rassettargli la camera.

Telefona alla reception: «Chiamate i Carabinieri – farfuglia – ci sono delle persone che mi disturbano». Gli addetti del Residence salgono, cercano di aprire ma Marco è barricato lì dentro, urla frasi senza senso, se ne vanno, lo lasciano lì, dove lo troveranno quella sera stessa morto in una maschera di sangue e in uno scenario spaventoso, controsoffitto sfondato, suppellettili del bagno divelti, materassi squarciati.

«Sembrava passato un tornado», dice qualcuno dei presenti, Pantani è riverso a terra, moltissime ferite al volto ma nessuna grave, una bottiglia d’acqua lì vicino e quei resti di cibo respinti dal corpo squassato dalle convulsioni e che si riscontrerà poi esser pane misto a cocaina.

Il caso archiviato come morte da overdose ed almeno fino ad ora la verità per la Giustizia è quella. Caso chiuso.

Un giorno Gianni Mura sul podio di una corsa vinta al Tour gli chiese: «Perché vai così forte in salita?».
Pantani ci pensò su, non aveva la risposta pronta per questa domanda, poi disse: «Per abbreviare la mia agonia».

Un’agonia breve, intrisa di solitudine per il Pirata, un’agonia che da Madonna di Campiglio in soli 55 mesi ha “scollinato” fino a Rimini, per chiudersi in una fuga solitaria di disperazione e di morte.

di Mauro Valentini @MValentini1966



Marco Pantani e quell’ultima salita ultima modifica: 2015-09-14T10:56:27+00:00 da info@cronacaedossier.it

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