Mafia e P2: un patto segreto per uccidere Antonio Varisco?

In L’agguato sul Lungotevere le trame segrete del caso Antonio Varisco, un mistero italiano. La giornalista Turi: dal fascicolo giudiziario «documenti che alludono alla presenza sul luogo dell’agguato di un pregiudicato della camorra» 

 

a cura di Pasquale Ragone

 
Il colonnello Antonio Varisco – assassinato il 13 luglio 1979 sul Lungotevere Arnaldo da Brescia a Roma all’interno della propria auto – stava scrivendo un “diario” per “salvarsi la vita”, ma ad oggi responsabili della sua morte sono gli uomini delle Brigate Rosse.
Nel libro della giornalista Anna Maria Turi che da anni segue il caso e che ha conosciuto Antonio Varisco l’indagine dal fascicolo giudiziario e lancia l’ipotesi: non furono le Br, ma la mafia e la P2 a volere la morte del Colonnello. Ma perché Antonio Varisco doveva morire?

 

Il colonnello Antonio Varisco
Il colonnello Antonio Varisco

Il libro restituisce un’immagine del colonnello Antonio Varisco pulita, di grande fascino, amata da quanti l’hanno conosciuto in vita, eppure Lei stessa in L’agguato sul Lungotevere non manca di sottolineare i segreti che hanno costellato la vita stessa di Varisco. Cosa c’è di “inconfessabile” nella sua morte che al giorno d’oggi ancora spinge gli ultimi brigatisti ad attribuirsi un delitto che Lei ritiene non essere stato commesso dalle Brigate Rosse?
«Di segreti il Colonnello Varisco ne aveva accumulati molti in vent’anni di servizio. Da una confidenza, riportata in nota a pagina 10 del mio libro, si ricava che il Servizio di Traduzione e Scorte, col quale era stato insediato nei tribunali di Roma, era, sì, un compito di fatto, ma anche una sorta di copertura. In verità quello non era un incarico di prestigio. Del compito “particolare” io peraltro non potevo avere prova al di là della confidenza, e quindi esso circola in maniera ovattata nelle mie pagine. Quanto ad Antonio Savasta, questi si attribuì il delitto come capo della Colonna romana delle Br quando fu sottoposto ad interrogatorio all’indomani del rapimento, e della successiva liberazione, del generale americano Dozier e dopo essere stato sottoposto a tortura dalla squadra di Nicola Ciocia. Fu allora che Savasta cominciò a collaborare ad abundantiam per cui oggi, come pentito, gode di tutti i benefici connessi a tale status. Ammettere l’omicidio di Varisco tra i sedici o diciassette da lui compiuti non era una significativa aggravante per la sua posizione,  ma magari l’opportunità ‘utile’ di separare l’azione brigatista da quelle della criminalità organizzata».

 

Copertina del libro "L'agguato sul Lungotevere"
Copertina del libro “L’agguato sul Lungotevere”

Come d’abitudine di Cronaca&Dossier andiamo nello specifico del delitto, partendo dai dettagli che hanno accompagnato la morte di Antonio Varisco il 13 luglio del 1979. Cosa non la convince della tesi ufficiale che vuole le Brigate Rosse mano armata di questo omicidio?
«Esaminando il fascicolo giudiziario, ho scoperto per esempio documenti che alludono alla presenza sul luogo dell’agguato di un pregiudicato della camorra napoletana. Da ricordare che la mafia all’epoca aveva stretto alleanza con la camorra dei Nuvoletta. Varisco inoltre fu colpito da un fucile a canne mozze, un’arma che non era in uso delle Br. Tuttavia i magistrati Sica e Mauro impostarono le indagini nella direzione del terrorismo rosso. Ci furono, è vero, le rivendicazioni brigatiste, ma ormai si sapeva che potevano essere falsificate. A far vacillare la tesi ci pensò lo stesso Savasta che mostrò, nel corso delle sue deposizioni in tribunale, di non ricordare particolari  importanti dell’attentato a Varisco benché il fatto fosse accaduto solo tre anni prima. Non ricordò infatti dove le due macchine delle Br si fossero appostate. Non ricordò il tipo e il colore della seconda macchina. Non ricordò esattamente come la staffetta avvisasse dell’arrivo di Varisco: con “un fazzoletto messo in testa cioè un fazzoletto messo al collo: questo era il segnale”. Non ricordò, cosa più grave, quando e da chi fosse stata redatto il testo della rivendicazione».

 

La giornalista e autrice Anna Maria Turi
La giornalista e autrice Anna Maria Turi

Crede che nella morte di Varisco ci sia stata una “mano” – per non dire una talpa – che avrebbe tradito il Colonnello? 
«Varisco era da tempo sotto controllo. Un controllo non solo telefonico come ormai sapevano quanti lo frequentavano, ma anche fisico, se si può dir così, perché ad esempio nella sua abitazione di via del Babuino era sorvegliato da occupanti di un appartamento accanto al suo. D’altra parte, Varisco era uno che a sua volta controllava».

A quanto scrive potrebbe avere avuto un importante peso specifico il nuovo incarico che Antonio Varisco aveva preso in consegna sebbene in pensione. Di cosa si sarebbe trattato e per conto di chi?
«Gli era stato promesso dall’amico Ugo Niutta, Presidente della Carlo Erba di cui aveva operato la fusione con Farmitalia, il posto di capo della sicurezza nella stessa Carlo Erba.
A ben guardare, non si trattava di un incarico di particolare rilevanza, ma per lui era comunque un impiego e, soprattutto, una via di salvezza.
Non ci credeva, però, perché poco prima di morire disse alla famiglia: “Se me ne danno il tempo [di andarci, ndr]”.
Dubitava cioè  di avere il tempo di salvarsi».

 

Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

Nel libro lega il caso Varisco a diverse morti eccellenti: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giorgio Ambrosoli, Boris Giuliano. Un filo che – possiamo dirlo a distanza di anni – ancora appare troppo sottile per essere visibile ai più. In L’agguato sul Lungotevere quali sono i retroscena che accompagnano il lettore verso trame tutt’altro che semplici da districare? Cosa non doveva scoprire ulteriormente il colonnello Antonio Varisco?
«Gli incontri di Varisco con Giorgio Ambrosoli sono suggeriti dalle date della venuta a Roma dell’Avvocato, in quanto almeno l’ultimo, quello del 6 marzo 1979, è indicato da una nota trovata in un borsello. Ma anche Varisco va spesso a Milano, perfino poche ore prima della morte di Ambrosoli, e quando  c’è anche Boris Giuliano, stando a un paio di testimonianze. L’impegno su Michele Sindona e sulla mafia di tutti e tre fu per loro l’arma mortale. Ma soprattutto per Varisco che, quanto a informazioni, e a rischi connessi, era a un livello superiore di esposizione, sapendo tutto dell’attività della P2».

 

Sulla sinistra Michele Sindona
Sulla sinistra Michele Sindona

Si parla di P2 irrimediabilmente e, scendendo nei dettagli, si fa riferimento esplicito agli accertamenti che Ambrosoli stava compiendo su Michele Sindona. Noi sappiamo che passando dalle vicende legate a Sindona si è aperto un mondo per gli inquirenti che si sono alternati nelle inchieste a carico del noto finanziere, fino addirittura ad essere la via – non immaginata fino a quel momento – che avrebbe portato alla perquisizione a Villa Wanda e alla scoperta della nota lista P2. Cosa avrebbe custodito Antonio Varisco in merito alle indagini eseguite da Ambrosoli? Nel libro si racconta di una cassaforte e di segreti lì custoditi da Antonio Varisco. Senza svelare tutti i retroscena raccontati nell’opera, potrebbe accennare all’importanza di questa informazione nell’inchiesta sulla morte del Colonnello?

Giorgio Ambrosoli
Giorgio Ambrosoli

«Ambrosoli era in continuo contatto con i magistrati milanesi Guido Viola e Ovilio Urbisci e parlava sicuramente con loro di Licio Gelli e della P2. Due anni dopo la morte di Ambrosoli si mossero i giudici istruttori Gherardo Colombo e Giuliano Turone e scoprirono la lista della P2. Ma certe verità potevano venir fuori prima se, a pochi minuti dalla morte di Varisco, la cassaforte personale con le sue carte segrete non fosse stata presa, svuotata e riconsegnata dopo mesi alla famiglia. Varisco aveva detto alle sorelle e a me che stava tenendo un “diario” per “salvarsi la vita”. Certamente il diario tracciava un quadro completo, una visione a 360 dell’Italia delle trame, delle criminalità e delle stragi compiute e forse anche di quelle da compiere. La cassaforte con il suo contenuto lui l’aveva destinata alla sorella Vittoria e ne aveva dato incarico ai suoi carabinieri. L’unica ipotesi possibile è che il diario dovesse essere consegnato da Vittoria stessa al generale Dalla Chiesa. Questi era l’unica persona di cui Varisco, ne sono sicura, si fidava».

 

morto licio gelli
Licio Gelli

In riferimento alla nota lista P2, le chiedo un parere del tutto personale e cioè se crede che esista un elenco ancora segreto di altre – e ben più autorevoli – personalità appartenenti ad essa. E in particolare che idea si è fatta della stessa P2: idea fallita di Licio Gelli o reale minaccia per la democrazia in Italia?
«Alla prima domanda rispondo con quanto è ormai sui libri e che cita un Appunto trovato dal giudice Enzo Calia negli Archivi del Sismi. L‘Appunto di cinque pagine, delle quali due scritte a macchina e le altre tre autografe, è a firma Turi. Guarda caso, non è esistito un Agente di tal nome nel Sismi ma al Ministero della Difesa c’era un alto funzionario con incarichi speciali: mio padre. Nell’Appunto si dice che il fondatore della P2 è stato Eugenio Cefis. Possiamo immaginare che accanto a lui vi fosse il gruppo dei fedelissimi, fra i quali certamente Ugo Niutta, l’amico “fraterno” di Varisco. La P2 un pericolo per l’Italia? Per rendersene conto basta leggere il discorso pronunciato da Cefis all’Accademia Militare di Modena il 23 febbraio 1972 in cui questi espone il suo concetto di necessità di scavalcamento dello Stato democratico, della sua Costituzione e dei poteri legali in nome di un potere economico multinazionale. Lo stesso discorso allude alla necessità per la multinazionale di disporre di un esercito».

 

Vittorio Occorsio
Vittorio Occorsio

Leggendo il libro va da sé chiedersi se il delitto Varisco non sia che una triste prosecuzione di un macabro filone iniziato con l’assassinio di Vittorio Occorsio, anch’egli impegnato nelle indagini sulla P2. Pensa ci sia un legame specifico circa i due delitti?
«Occorsio ne sapeva ancora poco, Varisco ne sapeva già molto. Quando il giudice si rivolse a lui scattò l’allarme di cui forse il solo Varisco si rese conto».

Leggendo il libro viene da chiedersi perché non riaprire il caso Varisco. Crede che elementi in grado di dare voce ad un fascicolo presso la magistratura ve ne siano? È una battaglia che intende intraprendere?
«Persone di quel mondo esistono ancora, come colui che si è rifiutato di presentare il mio libro, un militare che ho scoperto essere stato un tesserato della P2 e che forse grazie a ciò ha fatto una brillante carriera. L’Agente di cui parlo nel libro mi aveva messo in guardia: “Vive da sola? Stia attenta”. Vorrei fortemente che la magistratura riaprisse il caso Varisco. Sarebbe un bene per l’Italia».

 
dsc00235Lei ha conosciuto personalmente il Colonnello e nel libro si rivela tutto il suo affetto per Varisco, amicizia e stima che il lettore ha modo di scoprire nel corso della lettura di L’agguato sul Lungotevere. Proprio in virtù di questa sua conoscenza dell’uomo Antonio Varisco, secondo lei cosa avrebbe pensato oggi di questa Italia e delle tante ombre che ancora la circondano?
«Lo conobbi che ero poco più che un’adolescente e lo conobbe la mia famiglia. Oggi un mio cugino, che avendo militato nell’Arma ne ha seguito a distanza la carriera, mi ricorda di quando in Calabria ci portava in gita in macchina e di quando in un giorno festivo fece aprire i negozi di fiori perché nostro nonno avesse un degno funerale. Varisco aveva una natura così generosa da farsi volere bene da tutti. L’Italia di oggi? Secondo me, Varisco penserebbe che sia ancora offuscata dalle ombre degli anni delle trame, delle distorsioni ideologiche e ideali, delle molteplici collusioni e della grande corruzione, afflitta quindi da un male che pare riprodursi perpetuamente».

 

Segui Cronaca&Dossier con un Mi Piace su Facebook e Twitter, oppure unisciti al canale Telegram

Mafia e P2: un patto segreto per uccidere Antonio Varisco? ultima modifica: 2018-11-21T09:00:53+00:00 da info@cronacaedossier.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

La realtà fa notizia, aiutaci a condividerla. Seguici con un Mi Piace!