Luciano Garofano sul caso Matteo Vaccaro: «Giustizia da rifare»

Prima del responso della Cassazione, ecco l’intervista che venne rilasciata un anno fa dal generale Luciano Garofano sul caso Matteo Vaccaro

 

 

Nell’intervista che il generale Luciano Garofano, consulente di parte della famiglia Vaccaro, ha rilasciato in esclusiva per Cronaca&Dossier gli errori investigativi, il sistema giudiziario italiano e la crisi di valori alla base della tragedia di Latina . Il caso Matteo Vaccaro diventa l’emblema nazionale di un sistema con troppe crepe.

L’esame Stub riveste un ruolo centrale per l’addebito delle responsabilità. Ci può spiegare in cosa consiste?
«Lo Stub permette il prelievo e la ricerca dei residui che si formano a seguito dell’esplosione di colpi d’arma da fuoco, che vengono poi analizzati singolarmente. Il ritrovamento di particelle metalliche che hanno la composizione di Piombo, Bario e Antimonio, in assenza di altri elementi metallici, consente di ipotizzare che quelle particelle provengono sicuramente dallo sparo».

Il generale Luciano Garofano
Il generale Luciano Garofano

Qual è l’importanza probatoria che riveste?
«Il problema dell’affidabilità dell’analisi degli Stub negli omicidi deve essere letta con la lente della specificità del caso e della condizione in cui sono stati fatti i prelievi. Quest’ultimi, se limitati nella sede e non tempestivi, possono risultare di limitata utilità ai fini investigativi e processuali».

Come possiamo allora intendere i risultati dello Stub nel caso Vaccaro?
«È chiaro che se una persona viene attinta da colpi d’arma da fuoco, sarà investita da una nube di residui e dunque quella positività non sarà possibile interpretarla come dovuta solo al fuoco passivo o al possibile sparo della scacciacani. Bisogna però tener presente che quella scacciacani, non aveva sicuramente sparato, in quanto fu trovata con l’otturatore chiuso ed il caricatore privo di cartucce».

I giudici hanno parlato esplicitamente di «approssimazione investigativa». Cosa ne pensa generale Luciano Garofano?
«Nel momento in cui un organo giudicante si esprime in questo modo su un’indagine, non si può non restarne colpiti. Con questo non voglio puntare il dito contro qualcuno o fare sterili polemiche, ma se è un giudice ad affermare ciò, l’unico ad avere a disposizione tutti gli elementi che hanno concorso ai rinvii a giudizio per poi arrivare ad una sentenza, vuol dire che forse le indagini potevano essere fatte meglio. In una città come Latina, dotata di una forza di Polizia molto capace e una Squadra Mobile sicuramente esperta, credo sarebbe stato auspicabile aspettarci qualcosa in più».

Crede che vi siano state pressioni o interventi ad hoc per far sì che vi fosse una verità processuale che potesse “andar bene”?
«Non credo ci siano state pressioni. Penso invece che il giudice abbia un obbligo: quello di arrivare ad una sentenza con elementi probatori certi. Ne viene da sé che, in mancanza di elementi investigativi certi, come nel caso di Matteo Vaccaro, non resta che accettare la verità processuale che ritengo lontana da quanto sia realmente successo».

 

 


A proposito di fatti accaduti, crede che gli avvenimenti siano da addebitare al substrato di microcriminalità dilagante o ad un rapporto conflittuale finito male?

«Sicuramente entrambi. C’erano degli episodi pregressi che sono stati la scintilla che hanno portato alla tragedia. Non soltanto Latina, ma in generale penso che non si sia investito adeguatamente nella prevenzione e quindi nella trasmissione dei valori etici e morali. Questo ha la sua radice anche in quella che è una situazione sociale degradata del Paese in cui, per una serie di motivi, anche la pena non è più certa. Non ultimo il decreto “svuota carceri”, che io ritengo importante in quanto non possiamo consentire che i detenuti vivano in condizioni non civili; tuttavia sono trent’anni che sento parlare di affollamento nelle carceri. Ma allora mi chiedo perché non si è investito nell’edilizia carceraria piuttosto che attingere a provvedimenti, come questo, che vanno nella direzione dell’incertezza della pena».

(foto sfondo)Quale pericolo deriverebbe da quanto ha appena detto?
«Quando la pena diventa incerta, vale a dire non erogata secondo quanto previsto dalla legge per ciascun reato, significa andare verso una china di impunità e quest’ultima è un incoraggiamento alla criminalità e alla microcriminalità. Credo che questo sia successo purtroppo nel nostro Paese e, in questo caso, a Latina che non ha saputo purtroppo invertire la tendenza e sviluppare anticorpi in grado di contrastare la criminalità».

A parte nell’edilizia carceraria, generale Luciano Garofano in cosa crede non si sia investito in Italia negli ultimi anni?
«Non si è investito adeguatamente nella famiglia, nei valori come dicevo, come l’onestà, il rispetto, l’esempio, che consentirebbero ai nostri giovani di crescere in un ambiente che sia il più equilibrato possibile e rispettoso delle norme. È certo che la colpa più incomprensibile debba essere ricercata nel ruolo della famiglia che, negli anni, è venuto sempre meno. E questa è una patologia che colpisce tutto il Paese. Se poi si aggiungono l’incertezza della pena e l’incapacità/impossibilità di fare le indagini in tempi giusti, è chiaro che tutto questo non può che incoraggiare l’attitudine a delinquere».

A proposito di indagini, cosa pensa delle pene inflitte agli imputati nell’attesa che si pronunci la Cassazione?
«Sono sempre molto rispettoso dell’organo giudicante, soprattutto in funzione del fatto che siamo in attesa del giudizio della Suprema Corte, sempre molto attenta nel valutare la congruenza dei giudizi di merito. Quindi non voglio fare dichiarazioni che possano intaccare quella che è la serenità di giudizio della Corte di Cassazione, in cui confidiamo moltissimo».

0E delle pene inflitte cosa pensa generale Luciano Garofano?
«È chiaro che siamo rimasti abbastanza delusi delle pene inflitte. Però capisco anche i giudici in quanto si condanna in base alla concretezza ed all’affidabilità degli elementi probatori. Siamo partiti da un’indagine carente e quindi a quella ci dobbiamo comunque riferire».

Il suo riferimento è solo alle pene ridotte o alle assoluzioni?
«Assolutamente ad entrambe. Ma d’altra parte, in una vicenda come questa dove è difficile stabilire, capire i ruoli e chi ha fatto cosa, alla fine i giudici applicano la legge in funzione di ciò che possono dimostrare, aldilà di ogni ragionevole dubbio. Io spero che la Cassazione possa rivedere e analizzare con grandissima attenzione tutta la vicenda, restituendo almeno un po’ di serenità ai genitori di Matteo perché l’unico modo per ricomporre, ancorché solo parzialmente, una tragedia immane come la perdita di un figlio, è ottenere che tutti i colpevoli siano individuati e gli sia inflitta una pena giusta».

 

 

Addirittura nel processo Vaccaro abbiamo avuto l’alternarsi di quattro Pm. È un modalità piuttosto insolita…
«Sì, senz’altro, e la dice lunga su quanto il nostro sistema giudiziario esibisca situazioni complesse che andrebbero risolte forse con un numero maggiore di risorse, di magistrati, di appartenenti alle Forze dell’ordine, per affrontare tragedie come queste con i mezzi migliori».

Voi e la famiglia Vaccaro state pensando a nuove iniziative per dare giustizia a Matteo?
«Credo che la famiglia aspetterà con fiducia la sentenza della Suprema Corte ma farà di tutto per pretendere giustizia. La presente intervista per Cronaca&Dossier è una delle iniziative in tal senso, al fine di consentire all’opinione pubblica di prendere coscienza di fronte a fatti gravissimi come l’omicidio di Matteo e fare in modo che si possano prevenire altre future tragedie».

A cura di Pasquale Ragone
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Luciano Garofano sul caso Matteo Vaccaro: «Giustizia da rifare» ultima modifica: 2015-12-07T17:29:57+00:00 da info@cronacaedossier.it

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