L’Odontologia forense nel giallo di via Poma

Il dubbio della Scienza rende giustizia a Raniero Busco ma il colpevole del giallo di via Poma resta ancora a piede libero

 

Roma, via Carlo Poma
Roma, via Poma

La morte di Simonetta Cesaroni, uccisa il 7 agosto del 1990 a Roma in uno stabile in via Carlo Poma 2, ha ancora tanto da dire. La Cesaroni condivide con la Ferrero quel nome, Simonetta, e il comune destino di non avere trovato ancora giustizia. Tuttavia, a differenza del delitto della Cattolica, nel giallo di via Poma i colpi di scena non sono mancati e su tutti il processo celebratosi dal 2011 al 2014 a carico di Raniero Busco, ex fidanzato della Cesaroni che si era pensato fosse l’assassino.

Secondo l’accusa, i segni sul capezzolo sinistro di Simonetta Cesaroni erano indicatori di un morso che l’omicida aveva inflitto alla ragazza negli istanti concitati del delitto o poco prima. Nel processo è entrata in gioco così l’Odontologia forense (a metà strada fra Medicina legale e Odontoiatria) che si occupa anche dello studio dei denti, ma la cui applicazione può portare a tracciare un vero e proprio identikit della persona a cui appartengono determinati resti o determinate tracce.

 

Raniero Busco all'epoca del delitto Cesaroni
Raniero Busco all’epoca del delitto Cesaroni

Nel caso in questione l’analisi delle impronte lasciate dai denti (bitemarks) da parte dell’assassino sembrava condurre verso la risoluzione del caso perché i segni di un morso possono essere riscontrati anche su oggetti o cibi così da poter avere una valenza investigativa di non poco conto. L’assoluzione di Busco nasce proprio da un particolare scontro tra perizie in sede dibattimentale sul presunto morso. La linea condotta dalla difesa dell’imputato prende spunto dal presupposto che secondo la scala di Pretty (punto di riferimento in Odontoiatria forense) i segni del presunto morso sul capezzolo della Cesaroni sono di scarsa significatività e non sufficienti a provare in modo inconfutabile la paternità di Busco.

 

 

Protesi ricreata per sperimentazione in laboratorio
Protesi ricreata per sperimentazione in laboratorio

Sia la dentatura dell’imputato che le caratteristiche del morso sono state analizzate e studiate dall’American Board of Forensic Odontology (l’organo che regola l’operato degli odontoiatri forensi in Usa) e le risultanze ottenute dimostrano come, in effetti, l’analisi di un morso umano possa portare a pareri discordanti in base a chi analizza i campioni e in base alla quantità e qualità degli stessi. La scala di Pretty è uno strumento utilizzato per evidenziare la significatività di una presunta lesione da morso e si suddivide in 4 punti principali.

Nei primi due la significatività forense è davvero molto bassa poiché non è osservabile la seconda arcata dentale e le piccole ferite ascrivibili alla lesione principale non sono sufficienti o idonee per parlare di sicurezza sulla paternità.

Nei punti successivi della predetta scala gli elementi d’analisi sono sufficienti in quanto sono presenti entrambe le arcate. Il consulente di Busco, il Dott. Emilio Nuzzolese, ha definito i due segni riscontrati in sede autoptica come segni di bassa significatività, con un valore 2 della scala. In sede scientifica, dunque, così come in aula, si è ribadito quanto i dati incerti in possesso avrebbero portato a false diagnosi e non di certo a verità oggettive e inconfutabili. In questo caso la giustizia è riuscita con lucidità a non seguire la pista del “mostro a tutti i costi” scagionando un uomo ad oggi innocente.

 

articolo di Alberto Bonomo

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Il caso di via Poma pubblicato sulla rivista Cronaca&Dossier:

 

L’Odontologia forense nel giallo di via Poma ultima modifica: 2016-07-23T13:22:07+00:00 da info@cronacaedossier.it

One thought on “L’Odontologia forense nel giallo di via Poma

  • 14 agosto 2016 at 9:49
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    Emilio Nuzzolese, odontoiatra forense, consulente tecnico della difesa in favore di Raniero Busco. Confermo la validità dell’analisi forense del morso umano nelle indagini giudiziarie di crimini come omicidi, violenza domestica e maltrattamento sui minori. Ringrazio l’autore dell’articolo per aver evidenziato come la disciplina dell’odontologia forense abbia avuto un ruolo fondamentale in questo processo, nonostante in secondo grado, tra i periti d’ufficio, non sia stato nominato anche un odontoiatra forense.
    Il “Delitto di Via Poma” è uno di quei numerosi casi giudiziari che, oltre ad una rilettura giornalistica, impone serie riflessioni, tra le quali i professionisti che dovrebbero essere abilitati a svolgere accertamenti tecnico-forensi.
    L’odontologia forense può dare risposte su evidenze scientifiche e tecniche, ma la prova giudiziaria ha un significato diverso, peraltro condizionata anche dal contesto giuridico e dall’organo giudicante. E’ paradossale che periti “esperti” arrivino a due conclusioni completamente agli antipodi, su una lesione suggestiva da morso umano che doveva prevedere rigore metodologico e onestà intellettuale proprio per permettere alla stessa scienza di non perdere in attendibilità.
    Verità scientifica e verità giudiziaria si sconteranno sempre, proprio perché scaturiscono – per fortuna – da presupposti e percorsi diversi. Tuttavia ogni scienza di analisi di un pattern – come anche quella delle lesioni da morso umano appunto – possiede dei limiti che purtroppo possono amplificarsi se il perito non riesce a bilanciare il dato oggettivo con quello soggettivo, seguendo il principio di una autovalutazione critica da cui scaturisce non solo crescita e maturità professionale, ma soprattutto la più ampia tutela del diritto.
    L’odontologia forense ha senz’altro uno spazio importante ed efficace in numerose indagini giudiziarie. Sono convinto che, grazie alla continua e constante ricerca in questo settore, coniugata con impegni anche di tipo umanitario, si potrà apprezzare sempre più questa disciplina forense. Basti considerare, ad esempio, il gruppo “Forensic Odontology for Human Rights” costituito a maggio 2015 formato ad oggi da 31 odontoiatri forensi di tutto il Mondo o l’Associazione di Volontariato “Dental Team DVI Italia”, nata quest’anno a Bari, entrambe ispirate dall’obiettivo di fornire un fattivo contributo – senza fini di lucro – nel processo di identificazione odontologico-forense delle vittime di disastri (Disaster Victim Identification) e nella stima dell’età dei minori non accompagnati.

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