Lidia Macchi, il caso tra depistaggi e vetrini

Analisi in laboratorio e prove perdute: la Scienza e la speranza di giungere alla verità 30 anni dopo la morte di Lidia Macchi

Un foglio firmato in fretta, nel marasma della giustizia, senza leggere bene tra le righe. E così, una banale firma potrebbe porre fine alla caccia all’assassino di Lidia Macchi. Qualche speranza tuttavia c’è ancora, ma andiamo con ordine.




lidia macchiLidia Macchi, studentessa 21enne di Cittiglio (in provincia di Varese), scompare misteriosamente il 5 gennaio 1987 mentre va trovare un’amica ricoverata in ospedale. La giovane Lidia fa parte del gruppo di Comunione e Liberazione (Cl). Saranno proprio tre amici di Cl a trovare il cadavere della ragazza, due giorni dopo, vicino alla sua auto in un bosco a 700 metri dall’ospedale. La dinamica dell’omicidio è subito chiara: l’aggressore ha ucciso la giovane con 29 coltellate, non prima di aver avuto un rapporto sessuale con lei. Non è dato sapere se il rapporto sia stato consenziente o meno, ma un dato è certo: Lidia, fervente cattolica, era vergine fino a pochi istanti prima di morire. Un particolare che, come vedremo in seguito, potrebbe incastrare il suo assassino.




isabella noventaLe prime indagini puntano forte verso il gruppo di Comunione e Liberazione, ma le ricerche del procuratore Agostino Abate danno fastidio. La Curia di Milano invia a Varese il proprio legale chiedendo che l’inchiesta venga affidata ad un altro procuratore, depistando di fatto le indagini. Nonostante molti indizi e una lettera (intitolata “In morte di un’amica”) inviata alla famiglia pochi giorni dopo l’omicidio l’inchiesta si chiude in un nulla di fatto. Nemmeno la battaglia del giornalista Enzo Tortora, presentatore del programma tv Giallo, risulta vincente: Tortora era sostenitore della prova del DNA, una nuova prova scientifica utilizzata per la prima volta in quegli anni in Inghilterra per incastrare due ragazze. Purtroppo i residui di sperma trovati sul cadavere di Lidia Macchi non sono sufficienti a sostenere un test.




massimo bossettiArriviamo così ai giorni nostri: il 15 gennaio 2016 Stefano Binda, ex ciellino e compagno di liceo di Lidia Macchi, viene arrestato per l’omicidio. Ad incastrarlo, proprio la lettera inviata alla famiglia. Il merito è di Patrizia Bianchi, anch’essa ciellina e amica di Binda e della Macchi, che in una puntata di Chi l’ha visto? dell’agosto 2015 riconosce nella grafia proprio quella del compagno di Cl. Iniziano così nuovamente le indagini e per incastrare Binda si pensa subito alla prova del DNA. L’evoluzione degli esami e delle tecniche di laboratorio permetterebbe un esame anche sui pochi residui di sperma raccolti ormai quasi trent’anni prima.

3 Cittiglio (Varese)Purtroppo nulla è facile e scontato in questo intricato caso perché tutti i vetrini del caso Macchi sono stati distrutti nel 2000. Nessun depistaggio stavolta, ma banale prassi. Una firma in un foglio, probabilmente per fare spazio in qualche archivio a casi e prove più recenti, e gli undici vetrini contenenti lo sperma dell’assassino vengono distrutti. Lo sconforto, soprattutto per una famiglia che da anni aspetta di sapere la verità, è immenso. Tanto da giungere ad una decisione dolorosa come quella di avallare la richiesta di riesumazione ricavando così pochi residui: un capello, alcuni denti, unghie e peli pubici.

4Proprio quando le indagini sembrano a un punto morto, l’ennesimo colpo di scena: un vetrino si è salvato. Non contiene lo sperma, ma l’imene di Lidia Macchi, che appunto era vergine fino a pochi istanti prima di incontrare il suo killer. Quel vetrino era stato mandato all’Istituto di Medicina legale di Pavia per ulteriori esami ma poi non tornò a Varese, sfuggendo casualmente alla distruzione ordinata nel 2000 dal Pm. Nonostante il campione sia già stato analizzato senza portare a risultati significativi, le recenti tecniche danno ancora speranza. È l’anatomopatologa forense Cristina Cattaneo a proporre questo nuovo tipo di analisi, che prevede un sezionamento stratigrafico del lembo di pelle per cercare tra le cellule un minimo residuo di sperma utile a un esame del DNA. Un’analisi molto difficile e che potrebbe essere fatta anche sulle tracce rinvenute in seguito alla riesumazione.

Per quanto difficile e complicata, l’analisi della tracce resta l’ultima speranza per risolvere un caso che il prossimo gennaio compirà mestamente trent’anni. Non resta che aggrapparsi alle parole della Dottoressa Cattaneo, intercettata lo scorso maggio dal Corriere della Sera poco dopo l’udienza dell’incidente probatorio: «Della scienza si deve sempre avere fiducia».

 

articolo di Nicola Guarneri

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Il caso Lidia Macchi pubblicato sulla rivista Cronaca&Dossier:

 

Lidia Macchi, il caso tra depistaggi e vetrini ultima modifica: 2016-07-23T13:23:24+00:00 da info@cronacaedossier.it

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