Le ferite psicologiche delle guerre sui minori

I bambini coinvolti nelle guerre sono soggetti a traumi che condizioneranno per sempre la loro vita: ecco alcuni casi che hanno fatto scuola

 

Varsavia, 1943
Varsavia, 1943

Ricordiamo ancora immagini come quelle del bambino impaurito con le mani alzate davanti alle SS che sgomberano il ghetto di Varsavia nel 1943, o quella della piccola Kim Phuc che fugge, svestita e piangendo, dal villaggio bombardato con il napalm in Vietnam nel 1972, oppure le foto più recenti della bimba siriana, Hudea, che alza le mani in segno di resa di fronte alla macchina fotografica, pensando fosse un’arma, o lo sguardo spento e confuso del bambino col volto insanguinato, Omran, estratto vivo dalle macerie, ad Aleppo.

Espressioni, quelle sui loro visi, che colpiscono la nostra emotività e che dovrebbero spingere la società a non trascurare gli effetti che le guerre possono comportare: il dolore e il trauma vissuto da questi innocenti porta ferite incancellabili nelle loro anime. Sovente, si pensa erroneamente che i bambini non ricordino, non capiscano e non recepiscano cosa sia una guerra e cosa questa provochi, invece i conflitti armati vanno proprio ad amplificare le sofferenze delle fasce più deboli della popolazione, a partire dall’infanzia.

 

Vietnam, 1972
Vietnam, 1972

Le guerre producono effetti invisibili, che non sono meno gravi delle privazioni materiali: i bambini, soprattutto i più piccoli, percepiscono l’insicurezza e la paura degli adulti, intuiscono anche che non potranno essere adeguatamente protetti da loro e sviluppano, per tale ragione, diverse ansie e fobie. Avviene una sintonizzazione emotiva tra genitori e figli, che comporta una spirale di paura dalla quale è difficile uscire perché le uniche vie di fuga sono le relazioni familiari e sociali, a loro volta traumatizzate e compromesse. Assistere a un bombardamento, fuggire in preda al panico, vedere azioni violente a danno dei propri familiari, essere testimoni dell’uccisione di un genitore, provare fame e dolore, tutte queste esperienze drammatiche aprono ferite indelebili nella psiche di un bambino, difficili da rimarginarsi.

 

Siria, 2015
Siria, 2015

Alcune guerre durano così a lungo da cancellare qualsiasi traccia di normalità nella vita familiare e comunitaria. La popolazione civile vive in un clima di continua incertezza e tensione, perché si passa da periodi di tregua apparente a scontri improvvisi. Questi bambini provano sentimenti contrastanti, sia nei confronti dei loro genitori sia della società e del mondo. Provano un conflitto nel conflitto: si sentono traditi dai loro genitori, perché non sono in grado di proteggerli dai pericoli e di soddisfare i loro bisogni. A questo tradimento si associa la conseguente perdita di fiducia verso le persone autorevoli ed importanti della loro comunità e del loro paese. La loro visione del mondo si frantuma, si sentono spaesati e senza riferimenti e tutto questo va ad inficiare su un sano e armonioso sviluppo mentale ed emotivo e sulla costruzione della propria personalità. I bambini sopravvissuti presentano le caratteristiche del disturbo post-traumatico da stress: depressione, angoscia, apatia, crisi di pianto, tachicardia, disturbi del sonno, aggressività, irritabilità, stato di confusione, difficoltà a concentrarsi. E possono anche arrivare al suicidio, poiché si sentono in colpa per essere sopravvissuti.

 

bambini guerraIl trauma che vivono si sviluppa in un modo subdolo: gli avvenimenti di cui sono stati spettatori impotenti vengono immagazzinati nella memoria e si trasformano in tensione e ansia; ma possono ritornare in mente sotto forma di ricordi, odori, rumori, in maniera improvvisa e vivida, tanto da riaffiorare periodicamente e per tutta la loro esistenza. L’impatto è immediato e rischia di interferire sulle loro capacità di apprendere, provare emozioni, relazionarsi e comunicare. Gli effetti delle guerre sui bambini sono profondamente preoccupanti. L’infanzia dovrebbe essere sempre protetta e vissuta in piena libertà, senza costrizioni e senza difficoltà, ma in un contesto simile i diritti dei minori vengono calpestati, a favore di interessi biechi e poco comprensibili.

Un buon intervento in una situazione di emergenza, come un conflitto armato, deve rivolgere, dunque, particolare attenzione a questa fascia di popolazione, e deve prevedere azioni, sia nel breve che nel lungo periodo, che permettano al minore di trovare dentro di sé e con il supporto di professionisti le risorse necessarie a ricostruire la propria identità, ad essere forte, a combattere le proprie paure, a trasformare l’esperienza traumatica in resilienza. Ma tutto questo non è semplice e non avviene in poco tempo.

Bisogna utilizzare modelli e strumenti operativi di intervento psicologico non invasivi sia durante la fase di emergenza che post-emergenza. L’intervento per definirsi completo ed efficiente non dovrà coinvolgere solo i minori, ma tutti i soggetti a rischio, inclusa la comunità intera. Solo così si tenterà di tutelare queste povere vittime innocenti.

 

articolo di Nicoletta Calizia

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Le ferite psicologiche delle guerre sui minori ultima modifica: 2016-09-15T20:21:10+00:00 da info@cronacaedossier.it

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