Le Brigate rosse e il processo “dimenticato”

In un clima rovente nel 1976 inizia il processo all’ala storica delle Brigate rosse

 

Renato Curcio nel 1976
Renato Curcio nel 1976

Il 17 maggio 1976, quarant’anni e una manciata di mesi fa, si apriva il processo al nucleo storico delle Br. Una giornata, e un processo, che avrebbero cambiato per sempre la storia dell’Italia. Fino a inizio degli anni ’70 delle Brigate rosse si sapeva poco o nulla. Gli stessi media, fino a pochi giorni prima del processo, avevano sottovalutato le intenzioni di questo gruppo. Come raccontò l’allora giudice Giancarlo Caselli, che aveva costruito l’istruttoria del processo insieme al procuratore di Torino Bruno Caccia, «attorno alle Br era cresciuto un alone di indifferenza o quasi, nonostante la temerarietà delle loro azioni. Un importante e noto giornalista mi confessò candidamente di non saperne nulla».
Nei primi anni ’70 le Br avevano iniziato la loro “propaganda armata” al nord, dalla Lombardia e dal Piemonte fino al Veneto, passando per Liguria ed Emilia Romagna.

 

Da sinistra, i brigatisti Morucci, Fiore, Gallinari, Bonisoli
Da sinistra, i brigatisti Morucci, Fiore, Gallinari, Bonisoli

Piccole azioni verso dirigenti di fabbriche e aziende, sequestri di qualche ora e una serie di azioni per dimostrare che esisteva un’alternativa alla politica tradizionale. Solo nel 1974 arrivano i primi morti (seppur non programmati), dopo che il sequestro del sostituto procuratore Mario Sossi (poi rilasciato) aveva portato le Br alla ribalta e raccogliere anche diverse simpatie in una crescente fetta di popolazione. Attraverso un’azione dei Carabinieri, sotto il comando del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’8 settembre del 1974 vengono arrestati i leader storici delle Br, Renato Curcio e Alberto Franceschini. All’arresto sfugge Mario Moretti, altro leader del gruppo e esponente dell’ala estrema delle Brigate rosse: egli riteneva infatti inutile la propaganda, preferendo attaccare in stile militare. Il suo mancato arresto rappresenta dunque una svolta all’interno del movimento che diventa sempre più estremo.
moro brCurcio e Franceschini finiscono in tribunale insieme ad altri 44 brigatisti e il 17 maggio 1976 inizia il processo presso la Corte d’Assise di Torino. I piani del procuratore Giancarlo Caselli, che prevede una rapida condanna, saltano in aria dopo pochi minuti dall’inizio del processo. Nemmeno il tempo di iniziare il dibattimento che un esponente dei brigatisti (Maurizio Ferrari) si alza e legge un comunicato a nome di tutti gli indiziati: «Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate rosse, e come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata, presente e futura. Affermando questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo, gli imputati non hanno niente da cui difendersi. Mentre al contrario gli accusatori, hanno da difendere la pratica criminale, antiproletaria dell’infame regime che essi rappresentano. Se difensori dunque devono esservi, questi servono a voi egregie eccellenze. Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai nostri avvocati il mandato per la difesa, e li invitiamo nel caso fossero nominati di ufficio, a rifiutare ogni collaborazione con il potere. Con questo atto intendiamo riportare lo scontro sul terreno reale, e per questo lanciamo alle avanguardie rivoluzionarie la parola d’ordine: portare l’attacco al cuore dello Stato».

 

brigate-rosseIn pratica i brigatisti si proclamano responsabili ma non colpevoli del capo d’accusa, e inoltre rinunciano sia a difendersi che a essere difesi. Un mossa che manda in scompiglio i piani dell’accusa che si ritrova totalmente impreparata. Da questa data tutti i difensori d’ufficio nominati rimettono il loro mandato e il processo si ritrova impossibilitato a proseguire. Il 24 maggio il Presidente della Corte incarica della difesa il presidente dell’Ordine degli avvocati, Fulvio Croce, uno dei pochi ad accettare l’incarico: il 28 aprile dell’anno seguente, a cinque giorni dalla ripresa del processo, viene freddato da cinque colpi di pistola. Il commando di tre uomini è solo un assaggio del nuovo corso delle Br guidato da Mario Moretti, che ha sfruttato il biennio 1974-1976 per rendere le Brigate rosse una vera e propria organizzazione militare. Tra mille difficoltà il processo riprenderà a singhiozzo per terminare il 23 giugno del 1978 con la condanna di tutti gli imputati, con pene tra i 10 e i 15 anni. Tutt’altro che una vittoria per l’Italia, che qualche mese prima aveva dovuto affrontare il sequestro Moro, una vera e propria operazione militare.

 

articolo di Nicola Guarneri

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Le Brigate rosse e il processo “dimenticato” ultima modifica: 2016-09-15T20:18:18+00:00 da info@cronacaedossier.it

One thought on “Le Brigate rosse e il processo “dimenticato”

  • 15 settembre 2016 at 21:33
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    per caso avv.ettore di giovanni ha avuto qualche compito nel processo

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