La verità sta in cielo ma è inverosimile

Punto per punto errori e forzature che rendono La verità sta in cielo una buona fiction ma non giornalismo d’inchiesta sul caso Orlandi





Caso OrlandiMolto rumore per nulla. Onnipresente sulle testate giornalistiche e amplificato dall’etere televisivo, La verità sta in cielo, il film sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, disattende le premesse della vigilia. Il regista Roberto Faenza, coadiuvato nella scrittura dell’opera dalla giornalista Raffaella Notariale e da Pier Giuseppe Murgia (dal ’91 al 2009 autore di Chi l’ha visto?), aveva legittimato l’attesa per la rivelazione di particolari inediti sul caso dichiarando: «Secondo me, in questo film ci sono prove e indizi». Bene. Quali?

 

Roberto Faenza
Roberto Faenza

Se da una parte La verità sta in cielo si rifà alla richiesta di archiviazione della Procura di Roma del maggio 2015, il film dall’altra attinge dal libro della giornalista Raffaella Notariale, Segreto Criminale, poiché imperniato sui racconti di Sabrina Minardi, ex amante di Enrico De Pedis, che a inquirenti e stampa ha detto di aver partecipato al sequestro di Emanuela Orlandi. Un rapimento architettato da De Pedis e riconducibile alle tresche economiche fra il suo sodalizio criminoso, la “banda dei Testaccini”, e lo IOR di monsignor Marcinkus.

 

Tratto da La verità sta in cielo
Tratto da La verità sta in cielo

Una versione, quella de La verità sta in cielo, rigettata dalla sentenza di archiviazione del Tribunale di Roma dell’ottobre 2015, che a pag. 32 riporta: «Il P.M. ritiene dunque che le dichiarazioni di Sabrina Minardi, testimone sicuramente difficile a causa della sua tossicodipendenza e delle pessime condizioni di salute, fisiche e mentali, appaiono e sono del tutto inverosimili, oltre che contraddittorie nelle versioni succedutesi nel tempo». Valutazione supportata anche dalla lettura dei singoli atti, tipo l’interrogatorio del 18 novembre 2009, dove la donna prima imputa il rapimento a “Ciletto” Cassani e tal “Rufetto”, uomini di De Pedis, e poi allo stesso De Pedis. Nei novantaquattro minuti di visione, ad acclarare la tesi dell’ex moglie di Bruno Giordano, anche Salvatore Sarnataro, padre di Marco.

 

Enrico De Pedis
Enrico De Pedis

Costui prima di morire gli avrebbe raccontato di aver eseguito materialmente il sequestro, «facendola (la Orlandi, nda) salire a bordo di una BMW a Piazza Risorgimento, senza violenza» (Richiesta di Archiviazione, pag. 35) la sera del 22 giugno e ricevendo come premio, da De Pedis, una “Suzuki 1100”. Racconto inverosimile. Emanuela, all’uscita da scuola di musica, aveva appuntamento con gli amici al “Palazzaccio”, tappa obbligatoria per rientrare a piedi a piazza Risorgimento (che sta a due passi dal Vaticano).

Loro però non la videro mai arrivare. E lei fu avvistata per l’ultima volta alla fermata del bus davanti al Senato insieme a una compagna della scuola di musica mai identificata. Come fece ad arrivare a piazza Risorgimento e salire in macchina di Sarnataro? Col quale, se fosse vera quest’ipotesi, avrebbe avuto una conoscenza pregressa (altrimenti chi sale in macchina con uno sconosciuto?), smentita però dal materiale agli atti (nella rubrica della giovane non c’è il nome di Marco Sarnataro). E il “Suzuki 1100” era in possesso di De Pedis, non di Sarnataro, sul quale la sentenza di archiviazione (pag. 38) recita: «La chiamata in correità di Sarnataro Marco, acquisita attraverso le dichiarazioni di Sarnataro Salvatore, come appresso sarà esposto, non fruisce di attendibili riscontri esterni ed individualizzanti».



ORLANDI
Emanuela Orlandi

Esaurita l’inverosimiglianza degli assiomi intorno ai quali ruota La verità sta in cielo, che fa del caso Orlandi addirittura l’origine di “Mafia Capitale” – il direttore dell’emittente londinese spedisce a Roma la giornalista italo-inglese dopo aver guardato il video dell’arresto di Carminati – altri errori contaminano la pellicola. Anche se Faenza alla vigilia aveva affermato: «Invito soprattutto i giornalisti andare a verificare le fonti, a vedere tutte le scene che noi abbiamo fatto. Andate a vedervi la documentazione, vedrete che sono credibili». D’accordo.

1.Nella prima scena del film La verità sta in cielo, ultima lezione di musica, Emanuela Orlandi suona il flauto quando invece quel giorno era in corso la prova di canto corale. Dove lei chiese all’insegnante di andar via in anticipo, come confermato anche dalla direttrice dell’istituto, suor Dolores;

2. Telefonata a casa. Uscita dall’aula, Emanuela chiamò casa. Ma non dalla cabina esterna la “Da Victoria” dopo aver salutato le amiche, come nel film, bensì dall’apparecchio a gettoni situato nel mezzanino fra terzo e quarto piano dell’edificio. Lo si deduce dalla testimonianza di un’allieva della scuola, Sabrina Calitti, alla Mobile di Roma il 29 luglio 1983: «Mi sono soffermata per qualche minuto sul portone della scuola. Subito dopo la mia sosta ho visto Emanuela scendere le scale; mi è passata davanti, ci siamo salutate e quindi l’ho vista allontanarsi verso corso Rinascimento». Emanuela era uscita prima dall’aula, ma si ritrovò dietro le compagne perché si era attardata. E poiché chiamò casa e la “Da Victoria” aveva un telefono, non è difficile ricostruire il motivo del sorpasso;

3. «Le amiche l’hanno vista salire su una BMW scura che le stava seguendo» ha affermato Faenza. Dai verbali delle allieve della “Da Victoria” assieme a Emanuela in quei frangenti, ciò non risulta. Come non risulta la presenza di una BMW scura tra piazza S. Apollinare e corso Rinascimento;

 

Basilica di Sant'Apollinare, Roma
Basilica di Sant’Apollinare, Roma

4. In una scena del film La verità sta in cielo si definisce la Banda della Magliana come un gruppo di sbandati mitizzati da fiction e romanzi, mostrando in sovraimpressione le foto segnaletiche di alcuni suoi esponenti: Danilo Abbruciati, Franco Giuseppucci e Maurizio Abbatino. Tutti pluripregiudicati. Solo che il primo non faceva parte della fazione della Magliana, ma proprio dei “Testaccini” ed ebbe rapporti con servizi segreti deviati, P2, mafia, camorra e ancora oggi s’ignora perché il 27 aprile 1982 salì a Milano a sparare a Rosone, vice-presidente del Banco Ambrosiano. Con la camorra entrò in contatto, per estendere il traffico di stupefacenti, Franco Giuseppucci, che si avvalse di Massimo Carminati e del suo gruppo «per il reinvestimento di denaro e il riciclaggio di preziosi provenienti da rapine» (Corte di Assise di Perugia, sentenza processo Pecorelli, 24 settembre 1999). Ricostruzioni possibili grazie anche alle testimonianze di Maurizio Abbatino, nel ’92 estradato “alla Buscetta” dal Venezuela dove era fuggito dopo essere stato condannato a ben 18 anni di reclusione. Proprio una pena da sbandato…;

5. Infine, la scena finale. Per il regista, un assist per il giornalismo investigativo, il metro che manca alla verità. Ambientata nel Museo d’Arte Classica sottostante la facoltà di “Lettere e Filosofia” della “Sapienza Università di Roma”, vuole il magistrato titolare dell’inchiesta Orlandi al centro di una trattativa “Stato-Chiesa” con un ecclesiastico. Il primo si prende la responsabilità di rimuovere la tomba di De Pedis da S. Apollinare, l’altro promette che in cambio il Vaticano consegnerà il dossier secretato su Emanuela Orlandi.



Danilo Abbruciati
Danilo Abbruciati

Intanto, sull’estumulazione di “Renatino” è andata diversamente. Il Vicariato acconsentì nel luglio 2010, ma la magistratura eseguì soltanto nel 2012. Perché quest’attesa? Aspettava il dossier? Ciò lascerebbe pensare che si è verificato l’incontro raccontato in La verità sta in cielo, se non che, nell’ultima inchiesta giudiziaria, i magistrati non hanno mai inoltrato rogatorie Oltretevere.

Ma c’è di più. Di un dossier interno alla Segreteria di Stato si sapeva dal 1993, quando fu intercettato Raoul Bonarelli, al tempo sovrastante della vigilanza vaticana, al telefono col suo capo: «[…] l’Ufficio ha indagato all’interno, questa è una cosa che poi…non dirlo che è andata alla Segreteria di Stato».

 

 

 

prelatoSe da un lato è ignominiosa l’omertà imperante dietro le Mura Angeliche verso la sorte di una concittadina, è anche doveroso riconoscere – a malincuore, però dura lex sed lex – che il Vaticano è uno Stato estero. Per accedere ai suoi documenti, occorrono le rogatorie. Che, fra il 1983 e il 1997, arrivarono a più riprese dalla Città Giudiziaria, ma senza successo. Anzi, piazza San Pietro rispose d’aver consegnato tutto il suo materiale quando l’inchiesta era nelle mani di Sica (1983-85).

Ma il procuratore Malerba, nella sua requisitoria del ’97, dissentì a chiare lettere: «Di tali notizie lo scrivente non trova traccia negli atti». Se ne deduce che sotto il colonnato del Bernini siano a conoscenza di quanto accaduto a Emanuela Orlandi, ma è una forzatura far passare il messaggio di una sua corrispondenza con quanto narrato in La verità sta in cielo e, soprattutto, che quest’ultimo contenga una verità che non si vuole accertare. Sia perché molte delle cose raccontate non sono vere, come fin qui dimostrato, sia perché soprattutto nessuno ancora la conosce, la verità. Che allora, forse, non andrebbe sbandierata in pubblico, con platealità e clamore. Ma andrebbe cercata. In silenzio, con rabbia e con passione.

articolo di Tommaso Nelli

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La verità sta in cielo ma è inverosimile ultima modifica: 2016-10-09T23:54:22+00:00 da info@cronacaedossier.it

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