La disabilità portata sul grande schermo

Quando il cinema aiuta a farci comprendere le differenze, la disabilità e le difficoltà, emozionandoci grazie al potere delle immagini




 

Johnny Eck e Angelo Rossitto in "Freaks"
Johnny Eck e Angelo Rossitto in “Freaks”

Quante volte ci siamo trovati nella condizione di guardare un film e di sentirci parte di esso, tanto da provare sensazioni così forti da commuoverci. Questa capacità di coinvolgere lo spettatore nella trama di un film, ha indotto alcuni registi a introdurre elementi nuovi e originali, quali la disabilità. Il cinema è sempre stato fin dai primi del ‘900 attratto da una forma di diversità che poi, a seconda del ruolo, ha modellato rendendo delle volte il personaggio terrificante, grottesco ed altre sensibile, dolce e vulnerabile.

La rappresentazione della disabilità è maturata nel tempo assieme alla condizione della nostra società. In alcuni casi è stato anche un azzardo, perché mostrare la disabilità sul grande schermo, vuol dire porre l’attenzione su qualcosa che molti vorrebbero non vedere, nascondere.

 

 

Invece in questi casi si obbliga il pubblico a guardare in faccia alla realtà, a scontrarsi con un’evidenza che è palese: un corpo diverso dal loro, un modo di vivere differente. Oppure la sofferenza di una malattia, la disperazione, lo sconforto ma anche la rinascita e la forza di chi non si arrende nonostante tutto.

 

Tod Browning nel 1921
Tod Browning

Troviamo nella storia del cinema una grande differenza tra la disabilità mostrata nei primi film come quello del 1932 e quelli di oggi. Parliamo del caso più noto in assoluto e cioè nel film Freaks dove il protagonista Tod Browning (disabile anche nella vita) rappresentava la malvagità, la cattiveria portata proprio dalla sua diversità rispetto agli altri.

Invece nel famoso film La scala a chiocciola (1946) di Robert Siodmak, la protagonista che è una donna con un handicap (ha perso la parola per un blocco psicologico) è la vittima di uno spietato killer che vuole uccidere tutte le donne disabili. La dolcezza e lo spirito di conservazione della giovane spingerà lo spettatore a volerle bene, a tifare per lei, tanto che fino all’ultimo spera nella sua salvezza.

 




 

 

Joseph Merrick
Joseph Merrick

Nel corso degli anni tanti sono stati i film che hanno trattato il tema della diversità: fisica o mentale. E le vicende ruotano più attorno al tema che non al personaggio in sé, quindi al suo essere diverso. Questa condizione può portare reazioni di attrazione, così come di rifiuto negli altri. Per chi non vive sulla propria pelle un disagio, una disabilità, non è facile delle volte comprendere. Pertanto trovarsi davanti un corpo deformato per una malattia o un incidente e fare anche i conti con le esigenze di tutti i giorni, quali amare ed essere amati, non è semplice da capire.

Pensiamo per un attimo al film The Elephant Man, che narra la storia vera di Jonh Merrick, un uomo che a causa di una malattia rarissima, ha il corpo tanto deformato da renderlo mostruoso. Mostrato come “uomo elefante” in un circo, viene sfruttato come una bestia. Eppure è dotato di grande intelligenza e sensibilità, ma questo non basta perché le persone hanno timore di lui. Ricordiamo questa frase toccante che urla disperato verso la fine del film: «Non sono un elefante. Non sono un animale. Sono un essere umano, sono un uomo». Su questa frase emblematica dobbiamo tutti fermarci e riflettere. Impariamo a vedere oltre le apparenze, oltre il corpo, oltre la disabilità, perché solo così scorgeremo la persona che abbiamo dinanzi.

 

articolo di Dora Millaci

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La disabilità portata sul grande schermo ultima modifica: 2016-04-01T16:38:35+00:00 da info@cronacaedossier.it

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