Intelligence italiana: le nuove sfide dei servizi segreti

Le problematiche legate alla condivisione di informazioni tra i servizi di intelligence di tutto il mondo

intelligenceUn segnale d’allarme per i servizi di intelligence occidentali era arrivato a metà giugno con un messaggio trasmesso via Internet dal portavoce dell’Isis Abu Mohammed al-Adnani; l’avvertimento era fin troppo chiaro: «Mi appello ai musulmani affinché trasformino il mese sacro di Ramadan in una devastazione per infedeli, sciiti e apostati». Gli attacchi in Tunisia, in Francia, in Kuwait e in Somalia certamente erano già stati pianificati ma adesso, è questa esortazione così esplicita a far temere che non sia finita, che altri attentati possano essere già stati progettati. E allora l’Italia potenzia ulteriormente la sorveglianza – già al livello massimo dopo la strage di Parigi nella redazione di Charlie Hebdo e al mercato Kosher – impiegando l’esercito per nuovi possibili obiettivi. L’attenzione è rivolta ai “lupi solitari” e non solo, perché bisogna controllare chi in passato ha avuto contatti con persone o gruppi legati al fondamentalismo. L’attività di prevenzione tiene comunque conto di una realtà che lo stesso Alfano così sintetizza: «Nessun Paese è a rischio zero».

È complicato, praticamente impossibile, tenere sotto stretta sorveglianza ogni potenziale sospetto e l’Europa si scopre esposta e fragile di fronte a questi attacchi, nonostante le misure di sicurezza e le leggi speciali. Sono troppi, infatti, gli obiettivi cosiddetti sensibili (solo in Italia sono oltre 13.000) per quanto moltissimi siano da tempo sottoposti a stretta sorveglianza. E soprattutto sono molti i terroristi e i fiancheggiatori pronti ad agire.

I terroristi protagonisti degli ultimi attentati in Europa risultano essere cittadini europei. Non si tratta, in sintesi, di una minaccia esterna, per quanto alimentata dalla propaganda in rete, bensì di un problema interno all’Europa e, proprio per questo, più difficile da affrontare. Servono a poco i controlli alle frontiere o le ipotesi di limitazione degli accordi di Schengen, se le cellule del terrore si mimetizzano nelle periferie, nei luoghi di lavoro, negli ambienti religiosi. Va anche ricordato che la grande maggioranza dei miliziani arruolati dall’Isis sono europei usciti dall’Europa: giovani sottoposti a quotidiani messaggi di fanatismo e di odio inviati da Paesi dove l’immagine dell’Europa è offuscata dal passato coloniale e dalle operazioni militari del presente.

0000Ciclicamente, i rappresentanti politici delle varie nazioni enunciano la necessità, per il settore sicurezza, di lavorare in sinergia attraverso la “condivisione delle informazioni” ma niente è più falso di tale proposito se si richiama un noto monito: «In momenti critici potrebbe effettivamente essere utile condividere informazioni tra Servizi. Ma esiste anche una sacra regola: condividere può anche risultare un’operazione pericolosa. Un amico oggi potrebbe divenire un terribile nemico domani». Le conseguenze “politiche” di una potenziale sinergia tra servizi di intelligencesi possono comprendere, ad esempio, riprendendo una notizia di poco tempo fa apparsa sui principali quotidiani nazionali e internazionali riguardo lo “scandalo” che avrebbe coinvolto i servizi segreti esteri tedeschi, la BND (Bundesnachrichtendienst, paragonabili alla nostra AISE) accusati dai media nazionali di aver collaborato attivamente con la NSA (National Security Agency) americana, per raccogliere informazioni riservate in Europa. La controversia nasce dalla circostanza secondo cui, dopo i fatti dell’11 settembre 2001, i servizi segreti tedeschi avrebbero iniziato a collaborare attivamente con la NSA.

Detto ciò, non si può comunque escludere a priori che gli apparati di sicurezza ed informazione collaborino tra di loro. Si dice infatti che esista un “sistema di spionaggio condiviso” che tiene uniti da decenni i servizi segreti degli Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda: un network esclusivo per lo scambio di informazioni tra gli apparati di sicurezza di questi Paesi. Anche l’Europa auspica in una più proficua collaborazione tra le intelligence e già da alcuni anni degli europarlamentari (in primis l’ex Commissario UE alla Giustizia Viviane Reding), avrebbero avanzato la proposta di creare un apparato a livello sovranazionale, un’agenzia europea in grado di coordinare gli apparati di intelligence dei singoli Paesi aderenti (la EIS, European Intelligence Service).

Inoltre, il Consiglio dei Ministri degli Esteri e della Difesa UE ha approvato un piano di intervento navale contro i trafficanti di esseri umani: il Crisis Management Concept (CMC). Il quartier generale dell’operazione, che si chiamerà EuNavfor Med, dovrebbe essere in Italia, a Roma. Il piano prevede «un grande lavoro di intelligence in collaborazione tra i vari Stati per individuare i trafficanti e procedere a incursioni mirate». Quali intelligence nello specifico? Sicuramente in Libia non mancheranno i nostri Servizi e quelli francesi e il Primo Ministro britannico Cameron, peraltro, ha recentemente dichiarato che darà il suo supporto alla causa europea contro il traffico di migranti con l’apporto diretto dei loro servizi segreti.

La Relazione annuale del nostro apparato di intelligence (Relazione italiana sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza con cui il governo riferisce al Parlamento), parla del fenomeno del terrorismo di matrice islamica e informa che il rischio cresce.

La prima parte della Relazione è un’analisi geopolitica dal titolo Jihad GlobaleJihad Regionale e riguarda l’evoluzione de La minaccia in Occidente: affermazione dello Stato Islamico; accentuata capacità di presa del messaggio radicale; reclutamento per aspiranti combattenti, riferibile tanto a “lupi solitari” e cellule autonome.

Ground Zero.Per comprendere la reale percezione della minaccia Isis per i Paesi occidentali, è utile uno specifico passaggio: «La condivisione del know-how operativo acquisito sul campo, unitamente alla rafforzata rete di conoscenze e contatti, potrebbe accentuare in prospettiva il pericolo rappresentato da quella indefinibile percentuale di reduci che, sulla spinta di una forte motivazione ideologica e, in qualche caso, di shock emotivi subiti in combattimento, intendano concretizzare disegni offensivi in suolo occidentale, autonomamente ovvero su input di organizzazioni terroristiche operanti nei teatri di jihad. Nell’ottica di tali formazioni, i foreign fighters di matrice europea presentano, del resto, il profilo tatticamente più pagante grazie a: elevata capacità di mimetizzazione; facilità di spostamento all’interno dello spazio Schenghen; utili contatti di base in Europa che possano fungere da trait d’union con i gruppi armati attivi nelle aree di crisi. Per quanto riguarda l’Italia, la specifica minaccia deve esser valutata non solo per gli sporadici casi nazionali ma anche e soprattutto tenendo presente l’eventualità di un ripiegamento sul nostro territorio di estremisti partiti per la Siria da altri Paesi europei, anche in ragione delle relazioni sviluppate sul campo tra militanti di varia nazionalità».

Negli ultimi mesi sarebbero rientrati in Europa almeno 400 combattenti che sono stati addestrati in Siria dai miliziani del Califfato e, alla luce di tali osservazioni, è palese che la minaccia Isis non sia solamente una percezione bensì un concreto ed attuale pericolo anche per l’Italia.

Inoltre, la Relazione pone l’attenzione, in un passaggio, proprio sulla questione libica: «Prioritario rilievo d’intelligence ha assunto la situazione in Libia, dove il difficile processo di institution building è arretrato a causa delle profonde divisioni politiche e dell’aperta conflittualità tra le milizie riconducibili agli opposti schieramenti, soprattutto nelle aree di Tripoli e di Bengasi».
Questo vuol significare che nel teatro del sud del Mediterraneo vi è un’intensa attività di analisi (sia per il “pericolo Isis” sia per le questioni politiche interne e per il traffico dei migranti) che coinvolge certamente più apparati di sicurezza, tra cui quello italiano, con un’efficace presenza dei nostri servizi proprio nell’area libica al fine di monitorare l’attuale situazione e, contestualmente, di “mediare” tra le due fazioni, ossia i cosiddetti islamisti di Tripoli e i laici di Tobruk. Si potrebbe quindi affermare che, per una causa comune, le intelligence possono collaborare tra di loro: permangono tuttavia numerosi dubbi su come possano effettivamente coordinarsi degli apparati così sensibili, al di fuori di un mero scambio di notizie/informazioni.

00Nella Relazione, anche un riferimento alla tecnologia: «A fronte degli investimenti sovente massicci compiuti da altri Stati in tale settore, ed in forza della necessità di contrastare gli attori della minaccia che ci obbligano ad interagire in tempo reale con rischi inediti e puntiformi, l’integrazione fra la componente umana, la cui valenza strategica rimane imprescindibile, e quella tecnologica è il vero game changer della dimensione intelligence». Investire nella tecnologia è quindi fondamentale, non solo per dare vigore, con nuovi equipaggiamenti, alle forze armate della nazione, ma per mettere altresì la struttura di intelligence nelle condizioni di poter svolgere il ruolo assegnatole in modo più incisivo. Per fare un esempio, la Svizzera nella sua Relazione sulla Sicurezza 2015, pur dichiarando che non è designata tra gli obiettivi principali dei gruppi jihadistiritiene comunque di non dover abbassare la guardia, provvedendo ad un nuovo Programma d’armamento che prevede l’acquisto di un ulteriore sistema di droni da ricognizione per la spesa di 250 milioni di franchi. Trattasi di droni modello “Hermes 900” HFE prodotti dall’azienda israeliana Elbit System

Come parallelismo, le Forze Armate italiane hanno in dotazione sei droni “Predator B”, anche detti Reaper, ma manca la tecnologia necessaria per armarli.

(foto copertina)In conclusione, il comparto intelligence in questo momento storico, risulta più che mai indispensabile sia per raccogliere notizie e dati all’estero negli scenari più caldi, sia all’interno della nazione per prevenire possibili attentati o situazioni che possano destabilizzare il Paese e la democrazia. Inoltre, la sinergia tra gli apparati delle singole nazioni europee e non, è più che mai in questo momento indispensabile.

Però, prima di pensare a migliorare il dialogo tra i servizi dei vari Paesi occorre che ogni singolo Paese occidentale migliori il coordinamento interno tra le forze di Polizia. In questo periodo storico, è necessario che si metta fine all’era dei personalismi. L’intelligence e le forze di Polizia devono coordinare le risorse, gli sforzi, le capacità se vogliono raggiungere veramente dei risultati.

Non è possibile per l’intelligence di nessun Paese intercettare, pedinare tutti i potenziali terroristi presenti sul territorio ma è invece possibile stabilire delle priorità e suddividere con le altre Polizie il controllo dei soggetti potenzialmente pericolosi. Solo in questo modo si potrà ridurre il rischio di attentati. Solo con un efficiente coordinamento interno si potrà parlare di creare o dove c’è già, rafforzare, il dialogo tra intelligence di altri Paesi.

Infine, non dimentichiamo che i terroristi che sono riusciti a colpire e uccidere nelle città europee erano già noti alle autorità e ciò significa che i servizi di intelligence funzionano. Il compito dei servizi di intelligence è individuare i potenziali terroristi e non quello di trattenerli in carcere. Questo è un compito della Magistratura che è sottoposta all’autorità della legge.

 

articolo di Nia Guaita

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Intelligence italiana: le nuove sfide dei servizi segreti ultima modifica: 2015-07-28T15:01:06+00:00 da info@cronacaedossier.it

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