Ilaria Alpi e Miran Hrovatin perché sono morti?

Cronaca di una morte mai annunciata e i misteri che circondano la fine dei due giornalisti del TG3 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin





Ilaria Alpi
Ilaria Alpi

La mattina del 20 marzo 1994 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin hanno appena realizzato un’intervista che avrebbe potuto aggiungere il tassello che mancava, in quel puzzle all’apparenza indistricabile che era il sistema di cooperazione tra Italia e Somalia. Un sospetto che ormai era una certezza aleggiava dentro quel suo taccuino fitto di appunti, e cioè che dietro il sistema di scambi “umanitari” tra governo italiano e quel potere fantoccio che si era insediato a Mogadiscio appena dopo il “cessate il fuoco” nella guerra civile, ci fosse molto di più, e molto di meno di quello che si sbandierava come “aiuto”.
Un grande business stava emergendo nel nostro paese, appena dilaniato da “Mani Pulite”, ma che le mani non cercava di lavarle. Anzi, l’affare dello smaltimento dei rifiuti tossici, proprio per la difficoltà da parte del sottobosco del malaffare ad acquisire acquiescenza a buon mercato da parte degli organi di controllo dovuto a questa campagna di moralizzazione del Paese, costringeva a cercare altri luoghi dove “smaltire” senza dover pagare il dovuto. Le grandi industrie hanno una voce in rosso elevata quando fanno le cose secondo legge in materia di smaltimento delle sostanze tossiche. Costa troppo farlo legalmente, ed allora si cercano sistemi nuovi. E la Somalia, con quel via vai di navi cariche di aiuti era un luogo perfetto. Lontano, senza regole, senza quei noiosi ed idealisti movimenti ecologisti a mettersi di traverso.

 

 

Miran Hrovatin
Miran Hrovatin

Quel 20 marzo Ilaria è in procinto di chiudere il cerchio. Conosce la rotta, conosce i nomi degli artefici di quell’interscambio che verso Mogadiscio porta rifiuti in quell’antesignana “Terra dei fuochi” insieme alla parcella che quegli sversamenti illegali porterebbero in dote: le armi. Tante armi che avrebbero dovuto continuare a uccidere, sopraffare e sventare una possibile deriva democratica nel corno d’Africa.

Con lei, con Ilaria Alpi, inviata del TG3, c’è Miran Hrovatin, operatore alla camera, che ha un feeling professionale perfetto con la giornalista romana. Lui sa sempre dove inquadrare, lo stile di Ilaria è asciutto e senza fronzoli, le immagini di Miran sono la prosecuzione colorata di quello che lei dice. Coppia perfetta.

 

 

 

0Ilaria su quegli appunti ha il nome di un tratto autostradale: Garoe-Posase, chilometri di asfalto verso il nulla, costruita in fretta e furia con i soldi degli aiuti umanitari, dove sotto quella lingua di catrame senza senso, vi sarebbero seppellite scorie radioattive, veleno messo sotto il tappeto in nome della cooperazione. Miran e Ilaria sono su una macchina, scortati da qualcuno che non sembra proprio professionista, hanno pronto quel materiale, lo lanceranno forse nel TG del giorno dopo. Ma ad un incrocio un commando armato di kalashikov li circonda, arrivano degli spari. Precisi, colpiscono i due giornalisti. Li uccidono. In quel teatro terribile di sangue arrivano subito dopo due giornalisti italiani, immediatamente seguiti da Giancarlo Marocchino, un imprenditore italiano che, strani a volte gli incroci della vita, passa di lì per caso.

 




 

soldati somaliaMarocchino ufficialmente fa il trasportatore, ma cosa trasporti e per conto di chi lo si saprà solo venti anni dopo. È lui a prendere i corpi e il materiale di Ilaria e Miran, con la sua macchina li porta al vecchio porto di Mogadiscio, dove ci sono le nostre navi militari e dove molto del materiale di Ilaria sparirà. «Sono morti di giornalismo» diranno la sera al TG3. «Vogliamo giustizia» gridarono ai funerali i genitori di Ilaria e i colleghi dei due giornalisti. Ma quale Giustizia? Le indagini si arenano in mille depistaggi, si riesce a portare a processo soltanto un uomo, il giovane somalo Omar Hashi Hassan, accusato di aver fatto parte del commando che uccise Ilaria e Miran, accusato da un connazionale che lo riconosce facente parte del gruppo di fuoco. Chi lo riconosce è Ali Rage Ahmed, detto Gelle, un altro misterioso personaggio invischiato guarda caso in quei traffici di cui Ilaria voleva parlare, che dichiara in un verbale al Pm che segue il caso, Franco Ionta che è stato anche Hassan a sparare. Motivo? Per una rapina. Una dichiarazione senza riscontro, non suffragata in aula perché Gelle in aula non si presenta. Eppure, Hassan viene condannato a 26 anni nel 2006. Ma Gelle, qualche anno dopo ritratta e, scovato dalla bravissima Chiara Cazzaniga di Chi l’ha visto? dice che si è inventato tutto, che era stato indotto dai servizi segreti a fare quel nome.

Eppure la Commissione d’inchiesta parlamentare, presieduta da Carlo Taormina, aveva già la lista degli uomini del SISMI che erano presenti prima, durante e dopo quell’agguato. La ritrattazione di Gelle ha reso urgente una revisione di quel processo, che infatti è ripartito da Perugia, il 13 gennaio scorso. La Corte d’Appello della città umbra proverà, attraverso i testimone dell’epoca e a distanza di 22 anni, a ricostruire l’agguato; l’istruttoria dibattimentale è il prossimo 5 aprile. Il Procuratore vuole riascoltare gli uomini dei Servizi, poi Giancarlo Marocchino e i somali presenti al momento dell’agguato, per cercare di restituire la libertà ad Hassan ma soprattutto per verificare se, anche a distanza di così tanto tempo, i colpevoli di quella morte possano avere un nome.

 

articolo di Mauro Valentini




 

 

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L’articolo sulla rivista Cronaca&Dossier:

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin perché sono morti? ultima modifica: 2016-03-16T11:06:56+00:00 da info@cronacaedossier.it

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