Il Caso Moro (parte seconda): la verità dagli archivi dell’Est

Nuovi documenti dell’ex Cecoslovacchia gettano ombre sul presunto ruolo del Pci nel caso Moro

 

caso moro«Era una notte buia dello Stato italiano, quella del 9 maggio ’78. La notte di via Caetani, del corpo di Aldo Moro, l’alba dei funerali di uno Stato». Due righe inserite in una vecchia canzone dei Modena City Ramblers potrebbero essere l’incipit perfetto per un nuovo romanzo criminale sull’omicidio del padre del compromesso storico.
È opinione diffusa che Moro sia stato ucciso dalle Brigate Rosse in seguito a una strategia paramilitare del tutto staccata dai partiti. Nel saggio Storia segreta del Pci – dai partigiani al caso Moro (Rubbettino Editore, 2013) vengono analizzati alcuni possibili legami del Pci con forze occulte. Per rispondere alla domanda se davvero le Brigate Rosse fossero del tutto autonome rispetto al Pci, lo scrittore analizza documenti ritrovati negli archivi della ex Cecoslovacchia, dai quali emergerebbe l’esistenza di un’organizzazione segreta con rapporti strettissimi in Italia, che prende il nome di Volante Rossa, poi Gladio Rossa, con appoggi (complicati) con le Br presenti in Italia. Appuntiamoci questa storia e teniamola lì: ci torneremo più avanti e servirà per fare luce sul caso Moro.

 


300px-Via_Fani_16_marzo_1978All’inizio degli Anni di piombo, i rapporti tra la Gladio Rossa e le Br non sarebbero stati dei più rosei. I padri storici dell’organizzazione italiana, Renato Curcio e Alberto Franceschini, non sono uomini addestrati in Urss e agiscono con idee autonome e slegate dalle trame politiche pensate a Praga. Ma con l’arresto dei due e la rinascita delle Br di metà anni ’70, la situazione viene presa in mano da Mario Moretti, che a quanto pare sarebbe una figura meglio inserita nella Gladio Rossa italo-cecoslovacca. Pochi anni dopo si arriva al 1978, al caso Moro e al ritrovamento del suo cadavere.

 

 

Rocco Turi non ha dubbi: i mandanti del caso Moro vanno ricercati nella ex Cecoslovacchia e nei dirigenti di quel Partito Comunista Italiano che sarebbero stati a conoscenza di tutto. «Una quota minoritaria del Pci – specifica lo scrittore – aveva mantenuto [con gli ex partigiani, ndr] un legame di collaborazione». Sul tema avrebbero taciuto molti giornalisti legati all’estrema sinistra che iniziarono un’opera di depistaggio per poi poter fare carriera; così come avrebbero taciuto le commissioni d’inchiesta che avrebbero “rischiato” di rivelare questi fatti. Sono tanti i punti d’ombra mai approfonditi e legati a quei giorni di maggio di 36 anni fa. Persino tra gli stessi ex brigatisti, ancora oggi, regna un regime di omertà: «Anche il senatore Giovanni Pellegrino – si legge sempre nel saggio di Turi – già Presidente della commissione stragi, dichiarò: “Su Moro molti brigatisti sanno, ma non parlano”, ma egli stesso, in qualità di presidente della Commissione stragi, probabilmente non richiese ai suoi collaboratori un lavoro più rigoroso».

 


220px-Aldo_moro1
Significative sono addirittura le armi usate nel caso Moro: mitraglietta Skorpion, fabbricata nell’ex Cecoslovacchia e un revolver russo-belga Nagant con una semiautomatica sovietica Tokarev. Armi che sarebbero giunte in Italia direttamente da quell’organizzazione segreta Volante Rossa, quest’ultima nata a metà degli anni ’40 e costitutita da ex partigiani rossi che, macchiatisi di alcuni gravi crimini durante la Seconda guerra mondiale, per evitare i processi fuggirono nell’allora Cecoslovacchia, protetti dall’Urss. Una fuga che – a quanto si legge dal saggio di Turi – sarebbe stata organizzata dal Pci stesso, ricevendo in cambio sovvenzioni. Negli anni ’70, i figli «politici» di questi partigiani avrebbero dato il via al progetto Gladio Rossa, che secondo Turi sarebbero stati tra i mandanti del sequestro.
All’indomani del ritrovamento del cadavere di Moro, alcuni quotidiani parlano di «presenza straniera», ma nessuna inchiesta viene aperta. Una radio addirittura comunica la notizia della morte di Moro mezz’ora prima del ritrovamento del cadavere, dando spiegazioni poco chiare e affermando che «l’ipotesi dell’attentato […] circolava con insistenza da alcuni giorni negli ambienti dell’estrema sinistra».

 

Vitale1965

Il Corriere della Sera arriva a pubblicare una sorta di reportage su presunti campi di addestramento per terroristi a Karlovy Vary, nell’ex Cecoslovacchia, dove sarebbero stati presenti anche ex partigiani italiani, facilitati a raggiungere il paese dell’Est grazie alla collaborazione della Svizzera. Ma anche queste notizie non vengono mai approfondite.
E poi c’è quella moto, di cui si è ricominciato a parlare nelle ultime settimane. Quella Honda che viene notata in via Caetani e a bordo della quale ci sarebbero stati uomini dei Servizi segreti italiani, sponsorizzati dalla Cia, che facevano “da palo” ai brigatisti, perché il sequestro e l’omicidio andassero a buon fine. Insomma tra depistaggi, insabbiamenti e ipotesi di vario tipo, il caso Moro si fa sempre più intricato. Le testimonianze arrivate da Est non fanno che gettare benzina sul fuoco e questa volta sono tutti coinvolti: Unione Sovietica, Stati Uniti, Servizi segreti e politica italiana.

 

articolo di Luca Romeo

Vuoi leggere l’inchiesta intera sul Caso Moro? Trovi la prima parte qui e la terza parte qui. Altrimenti puoi sfogliare gratuitamente il numero di aprile 2014 da cui è tratta l’inchiesta sul caso Moro di Cronaca&Dossier.

Il Caso Moro (parte seconda): la verità dagli archivi dell’Est ultima modifica: 2015-04-14T16:59:47+00:00 da info@cronacaedossier.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

La realtà fa notizia, aiutaci a condividerla. Seguici con un Mi Piace!