Il Caso Moro (Parte prima)

Il caso Moro e i giorni che cambiarono l’Italia: sono da poco trascorse le 9.00 e Montecitorio è in subbuglio. L’onorevole Moro è stato sequestrato in via Fani, strada del quartiere Trionfale…

MoroRoma, giovedì 16 marzo 1978

La notizia non è uno scherzo di pessimo gusto: il caso Moro ha inizio. A rapire Aldo Moro è stato un commando di brigatisti rossi. Nell’agguato hanno perso eroicamente la vita anche 4 uomini della scorta: Oreste Leonardi, Raffaele lozzino, Domenico Ricci e Giulio Rivera. Il quinto, Francesco Zizzi, morirà più tardi in ospedale. L’allarme per le strade è già stato lanciato dalla centrale operativa della questura di Roma, mentre nella zona di via Fani sono saltate tutte le linee telefoniche. La Sip parla di un sovraccarico. Il risultato è la compromissione quasi totale della comunicazione tra le Forze dell’ordine e il conseguente vantaggio per i brigatisti che avranno più di un’ora per raggiungere un nascondiglio sicuro. Frattanto la seduta per l’insediamento del governo Andreotti è stata rinviata. Negli stessi minuti Licio Gelli riceve, all’Excelsior, due ospiti mai identificati nell’inchiesta sul caso Moro che affermano che «il più è fatto». Intanto una telefonata giunge all’Ansa promettendo che «Moro è solo l’inizio». Nel tardo pomeriggio del 16 marzo il ministro dell’Interno Francesco Cossiga convoca i vertici delle forze di Polizia, dei Servizi segreti e delle Forze armate. Si formerà cosi un comitato tecnico operativo che dovrà coordinare le indagini del caso Moro. Si scoprirà 3 anni dopo che, molte delle persone riunite intorno a quel tavolo, sono iscritte alla P2. Accanto al comitato “ufficiale”, Cossiga ne costituisce un secondo denominato “Gruppo gestione crisi”. Nella tarda serata, il dott. Giovanni Di Matteo conferisce la direzione delle indagini sul caso Moro al dott. Luciano Infelisi.

Sabato 18

Al terzo piano del civico numero 96 di via Gradoli, zona Cassia, int. 11, si nasconde un covo delle Br. La vicina dell’int. 9, Aldo_Moro_brLucia Mokbel, racconta di aver sentito provenire dall’appartamento strani rumori e sollecita l’intervento della Polizia. Gli agenti del commissariato Flaminio si recano sul posto, bussano alla porta dell’appartamento ma nessuna risponde e vanno via.

Mercoledì 22 marzo

Telefonate anonime minacciano Maria Cristina Rossi, giornalista dell’agenzia Asca. La donna entra nel caso Moro per via di alcune fotografie scattate in via Fani prima che la Polizia convergesse sul posto. Gli scatti eseguiti dal marito, dalla propria terrazza, potrebbero risultare  importanti. Dopo lo sviluppo i rullini sono consegnati al dott. Infelisi che li avrebbe poi resitutiti ai legittimi proprietari. Quelle foto svaniranno nel nulla.

Mercoledì 29 marzo

Le Brigate Rosse rendono note ai giornali 3 lettere di Aldo Moro indirizzate rispettivamente al più fido collaboratore, Saverio Rana, alla moglie e al ministro Cossiga. «Io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato». Avverte anche del «rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni». A Cossiga, Moro suggerisce i primi passi da fare per l’avvio di una trattativa. Vengono immediatamente commissionate le perizie che devono stabilire se la grafia è quella dell’onorevole Moro. Il presidente del Consiglio Andreotti afferma: «Quale che sia il responso dei periti, la condizione di Moro è tale da togliere ogni validità morale agli scritti». Il caso Moro entra nel vivo.

350px-Moro_e_FanfaniGiovedì 30 marzo       

Appellandosi a un decreto legge introdotto apposta 9 giorni prima, il ministro dell’Interno Cossiga chiede al Procuratore Capo Giovanni De Matteo di trasmettergli una copia di tutti gli atti del caso Moro, comprese registrazioni e comunicazioni telefoniche raccolte fino a quel momento nell’inchiesta. Si scoprirà successicamente della sparizione di molte registrazioni telefoniche consegnate a Cossiga.

Lunedì 10 aprile

Giunge alle maggiori testate giornalistiche italiane il quinto comunicato delle Brigate Rosse. È reso noto il fitto interrogatorio a cui è sottoposto Aldo Moro durante la prigionia e i possibili risvolti sovversivi che potrebbero scaturire dalle importanti rivelazioni estorte «sulle trame sanguinarie e terroristiche che si sono dipanate nel nostro paese […]».

Sabato 15 aprile

Le agenzie di stampa italiane ricevono il sesto comunicato delle Br. Si descrive la “sentenza”: «Aldo Moro è colpevole e 440px-Morucci_Fiore_Gallinari_Bonisoli_Brigate_Rosseperciò viene condannato a morte… L’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato […]». Lo stesso giorno viene recapito il settimo comunicato delle Br informando della condanna a morte di Moro e l’abbandono del suo corpo nel lago della Duchessa. Si scoprirà poco dopo la falsità di quelle parole. Ad avere scritto quel comunicato è Tony Chicchiarelli, pregiudicato appartenente alla banda della Magliana. Lo stesso giorno le Br rendono noto il vero comunicato numero 7, allegando una foto dell’onorevole con in mano il quotidiano Repubblica del 19 aprile. Il caso Moro non è ancora chiuso, il prigioniero è ancora vivo.

Lunedì 24 aprile

Le Br depositano con le solite modalità una lettera di Moro a Zaccagnini e il comunicato numero 8, che contiene i termini di un’eventuale trattativa. È una lista di 13 detenuti da liberare in cambio del prigioniero Dc. La lettera di Moro a Zaccagnini contiene questa frase: «Per una evidente incompatibilità chiedo che ai miei funerali non partecipino autorità dello Stato, né uomini di partito perché non degni di accompagnarmi con la loro preghiera e il loro amore».

Domenica 30 aprile

Squilla il telefono di casa Moro. È Mario Moretti, l’uomo ha in mano la gestione del sequestro. Parla con Maria Fida, figlia del Presidente. Comunica che «la decisione è stata già presa» e che solo «un intervento di Zaccagnini, immediato e chiarificatore» potrebbe modificare la situazione.

caso moroVenerdì 5maggio

Diffuso ufficialmente il comunicato numero 9 delle Br: «A parole non abbiamo più niente da dire alla Dc… Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Moro è stato condannato».

Roma, martedì 9 maggio 1978

Sono da poco passate le 10.00 del mattino. Una Renault4 rossa abbandonata a via Caetani custodisce il corpo rannicchiato, ormai senza vita, dell’onorevole Aldo Moro. Il presidente della Dc è stato giustiziato con una raffica di pistola mitragliatrice (modello Skorpion) e due colpi di pistola calibro 9 dritti al petto. Finisce così la vita di uno dei più importanti uomini di Stato italiani. Inizia tutta un’altra storia per il caso Moro.

 

articolo di Alberto Bonomo

Vuoi leggere la seconda parte dell’inchiesta sul Caso Moro? La trovi qui, oppure sul numero di aprile 2014 di Cronaca&Dossier

Il Caso Moro (Parte prima) ultima modifica: 2015-04-14T16:50:22+00:00 da info@cronacaedossier.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

La realtà fa notizia, aiutaci a condividerla. Seguici con un Mi Piace!