Gli occhiali rotti di Enzo Baldoni

Il destino drammatico e pieno di mistero di Enzo Baldoni, un reporter per passione 





enzo baldoni
Enzo Baldoni

«Intorno a me sibilavano i proiettili e scoppiavano i mortai e io mi son fatto male scaricando una cassa di medicinali e mettendo un piede in fallo. Mi sono quasi vergognato». Così raccontava Enzo Baldoni sorridendo al telefono satellitare alla moglie. Era il 19 agosto del 2004 e lui era dove la guerra non aveva pietà per nessuno, neanche per i convogli della Croce Rossa che facevano la spola da Baghdad a Najaf. Qualcuno tra quelle fazioni in lotta aveva fatto saltare in aria uno di quei camion carichi di medicinali e viveri ed Enzo Baldoni, che si era accodato alla missione umanitaria in primis per portare aiuto come volontario e poi per raccontare cosa accadeva in quel posto pieno di polvere e di armi aveva telefonato per dire che lui stava bene. A 56 anni aveva ancora gli occhi curiosi, lucidi e commossi: un “inviato di guerra” sui generis. Del resto a lui la figura del giornalista avvezzo ad ogni orrore, stile Jack Nicholson in “Professione Reporter” non gli si addiceva proprio.

baldoniLa sua carriera era stata fino a quel giorno un pullulare di cose diverse, tant’è che era praticamente impossibile dargli un ruolo preciso. Lui, umbro di Città di Castello aveva trovato nella “Grande Milano” degli anni ’80 la sua strada o meglio le sue strade. Pubblicitario di successo, pioniere dei blogger, traduttore delle strisce di Linus e collaboratore con diversi giornali come free lance. Era stato negli passati in tanti posti tutti così pericolosi che solo a nominarglieli si faceva una risata. Perché se c’è una cosa che rimane impressa a tutti quelli che lo hanno incontrato in quegli anni di vagabondaggio narrativo era la sua risata e il perenne sorriso stampato sul volto.

 

birmania guerraBirmania, Colombia, Timor Est e Chiapas. «Vado lì per cercare di capire cos’è che porta la gente a imbracciare il mitra. Uno studio quasi da entomologo» diceva leggero e disincantato. Ed ora Najaf e l’Iraq, quell’assurda guerra scatenata contro i presunti mandanti dell’attentato alle Torri Gemelle. «Tranquilli, ho la pelle dura io» aveva detto chiudendo quella comunicazione gracchiante al satellite: «Adesso mi sono rifugiato in una moschea con gli altri della Croce Rossa. Ma domani riprovo a tornare lì, a Najaf.» Enzo Baldoni vuole vedere attraverso i suoi occhiali e raccontare cosa è la guerra. Ha promesso un reportage sulla resistenza irachena per Diario il settimanale di approfondimento che esce con l’Unità. Ma l’idea di Enzo è quella di scriverci un libro, raccontare tutto, narrare. Testimoniare. Poi, dopo quella chiacchierata il silenzio. Una voce in inglese e arabo scandisce sempre la stessa frase quando il giorno dopo proveranno dalla redazione e da casa a chiamarlo: «L’utente ha il terminale spento». E quel terminale non si accenderà più.




baldoniIl 20 agosto infatti, il giorno dopo quella telefonata allegra e sdrammatizzante con la moglie Baldoni, mentre è con il suo autista ed interprete in viaggio verso la città maledetta viene rapito. Il suo autista ucciso senza pietà. A rapirlo è l’esercito islamico dell’Iraq, una formazione tra le tante, troppe, formatesi come galassie in quelle zone piene di fondamentalismo e armi legata, questo è sicuro, ad Al Qaeda. Enzo Baldoni è italiano, Enzo è una “merce” di scambio interessante per un gruppo di disperati che credono di poter prendere il potere seminando morte.

La Farnesina è subito allertata. Ma il filmato di rivendicazione recapitato ad Al Jazeera il giorno dopo il rapimento gela il sangue. Nel video che è simile a tanti altri di rivendicazione si vede uno sfondo scuro, una mappa dell’Iraq e Enzo Baldoni solo, sbarbato, e in abiti civili. Enzo guarda con una punta di quel sorriso che proprio non riesce a simulare anche in un momento così drammatico la telecamera. Chissà se pensa alla sua famiglia ed allora cerca di esser più rassicurante possibile o forse è soltanto l’inguaribile ottimismo di un uomo buono. È in buone condizioni, questo è sicuro. Forse non sa del destino del suo accompagnatore, giustiziato e gettato come un oggetto inanimato nel fossato di quella pista di sabbia che è la strada tra Baghdad e Najaf. Enzo parla nel video: «Sono Enzo Baldoni, vengo dall’Italia, ho 56 anni, sono un giornalista, sono venuto per scrivere un libro sulla resistenza irachena, e faccio volontariato per la Croce Rossa».

 

La Farnesina
La Farnesina

Quella rotondità della sua bellissima voce viene interrotta da un freddo ultimatum, in arabo: «Entro 48 ore vogliamo una dichiarazione dal governo italiano e dal suo premier Silvio Berlusconi, nemico dell’Islam, che si impegni a ritirare le truppe italiane dall’Iraq. In caso contrario, ne risponderà l’ostaggio.» Fine delle trasmissioni.

Il primo a parlare è il Commissario straordinario della Croce Rossa Maurizio Scelli, che annuncia contatti e si dice fiducioso in una soluzione rapida. Fiducia che non è condivisa da subito dai nostri Servizi Segreti, che parlano al contrario di situazione complessa. Si perché quell’esercito islamico dell’Iraq ha sempre avuto un atteggiamento pericolosamente risoluto. Non chiedono soldi ma riconoscimento politico e questo si sa, è impossibile scambiarlo in questa fase del conflitto. Il Ministero degli Esteri assicura in una nota: «Gli uomini dell’intelligence presenti sul posto sono impegnati a tempo pieno per la positiva soluzione del rapimento, seguendo lo stesso schema sperimentato per il sequestro di altri connazionali nel recente passato». Ed è proprio questo il punto. È qui l’errore fatale. Perché il rapimento di Enzo non è un rapimento come gli altri.

 

 

iraq
Mappa Iraq

Da quel filmato in poi infatti, tutto si complica, si perde in una nebulosa che inghiotte la verità, le dinamiche degli eventi e con essi la vita del Reporter umbro. Enzo Baldoni non lascerà più tracce di sé. E quando stanno per scadere le 48 dell’ultimatum, i figli di Enzo lanciano sempre attraverso Al Jazeera un appello destinato a rimanere una perla di umanità nella storia di quel conflitto inumano: «Noi ci rivolgiamo al popolo iracheno martoriato dalla guerra e agli uomini che hanno in mano nostro padre Enzo con un appello, per dire che Enzo Baldoni è in Iraq come uomo di pace, oltre che come giornalista, e che tentava di salvare vite umane a Najaf, nello spirito di solidarietà che ha sempre contraddistinto le sue azioni. In nome di questo spirito vi chiediamo di poterlo riabbracciare.» Un appello che è come un fiore delicato piantato nel deserto più rovente.

 

 

enzo_baldoniUn appello inascoltato. Il comunicato di risposta dell’”esercito islamico dell’Iraq” scadute le 48 ore è scarno e terribile. «Abbiamo ucciso l’ostaggio». Ci vorranno altri sei anni per riavere il corpo di quest’uomo coraggioso, di questo giornalista vero. Perché il balletto di voci e di contradittorie notizie intorno al cadavere di Enzo Baldoni è il vero mistero di questa morte assurda. Perché, ci si è chiesto in tutti questi anni, non restituire anche l’evidenza del corpo per mostrare a tutti che è stata un’esecuzione contro la politica estera italiana? Cosa c’è di cosi misterioso da non potersi mostrare al mondo per quello che è: un’esecuzione politica? Perché non consentirne l’autopsia? Forse è accaduto che tra chi lo teneva in ostaggio qualcuno abbia fiutato l’affare e cercato di  sfruttare la vita di Enzo Baldoni chiedendo un riscatto economico, innescando uno scontro interno a quell’organizzazione che si ergeva a moralizzatrice dell’area, e che quindi per non ammettere che in fondo era solo una pura questione di dollari abbiano nascosto il corpo? O peggio ancora forse Enzo è rimasto colpito durante un blitz segreto messo in campo da un esercito “amico” che intendeva liberarlo e poi visto che qualcosa è andato storto si è deciso di non raccontarlo, per non creare imbarazzo diplomatico? Non lo sapremo mai.

 

 




 

 

enzo-e-guerriglieriFatto sta che quello che resta di Enzo Baldoni su questa terra viene ritrovato ormai a conflitto finito. Nel 2010. I suoi figli, sua moglie e i tanti, tantissimi amici organizzano a Preci, la sua terra, un funerale senza lacrime ma con tanti abbracci e sorrisi, come avrebbe voluto Enzo che, proprio quel giorno prima di esser rapito, dopo quel piccolo incidente fisico che lo aveva fatto sorridere con la moglie al telefono, aveva scritto una mail che rende perfettamente, a rileggerla dopo i fatti, l’idea del suo stato d’animo e di come si sentisse questa volta come non mai, in serio pericolo. Aveva infatti scritto ad un collaboratore del suo blog dal nome perfetto: bloghdad.splinder.com. «Mettiamola così: amico mio, nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me».

Due anni dopo quella morte ingiusta, Samuele Bersani gli dedicherà una canzone dal ritmo allegro e dalle parole leggere e frementi di voglia di vivere. Come era Enzo Baldoni. “Occhiali rotti” è il titolo del pezzo e l’ultima strofa è una fotografia perfetta dello spirito libero e acuto del Reporter italiano: «I miei occhiali si son rotti / ma qualcuno un giorno se li metterà / e a occhi semichiusi attraverserà posti distrutti / e silenziosi».

Perché in fondo il regalo più bello che i Reporter di tutto il mondo potevano fare ad un uomo come Enzo è proprio questo: raccogliere i suoi occhiali e guardare ancora attraverso essi, raccontando la morte e la disperazione di popoli che vivono e che muoiono nelle guerre. Guerre che sembrano così diverse da quelle che raccontava Enzo Baldoni ma che in fondo sono sempre le stesse.

 

articolo di Mauro Valentini

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Gli occhiali rotti di Enzo Baldoni ultima modifica: 2016-08-30T15:58:34+00:00 da info@cronacaedossier.it

2 thoughts on “Gli occhiali rotti di Enzo Baldoni

  • 31 agosto 2016 at 13:30
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    Sono un medico della Croce Rossa ed ero insieme ad Enzo a Najaf, più’ precisamente ero nella macchina immediatamente precedente alla sua quando è stato catturato.
    Lo porterò sempre nel mio cuore.

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    • 15 settembre 2016 at 13:16
      Permalink

      Roberto. La sua testimonianza sarebbe preziosa. qualora lo volesse ci contatti. anche in privato a me che sono l’autore del pezzo scrivendo a 40passi@gmail.com

      Reply

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