Emanuela Orlandi e un caso lungo più di trent’anni (parte prima)

Il 22 giugno 1983 spariva Emanuela Orlandi, dando inizio a uno dei gialli più intricati e controversi della storia italiana.

emanuela-orlandi-marco-accetti1Estate ’83. Mentre l’Italia intera si prepara pian piano all’esodo di massa, dalle città al mare, la Capitale, come una fornace, è pronta ad accogliere una nuova estate afosa. L’asfalto è incandescente, tra i palazzi l’aria passa con difficoltà, l’unico antidoto al caldo asfissiante sembra essere rifugiarsi sotto il verde ombroso di parchi e ville. Anche la scuola per quest’anno è da poco terminata. È possibile capirlo ascoltando dalla finestra le grida di gioia dei ragazzini ormai spensierati, che battagliano con le loro magliette sudate tra corse a perdifiato, infinite partite di pallone ed escursioni avventurose. Per molti quel mercoledì di giugno rappresenta semplicemente una calda giornata in un ventaglio di ricordi come tanti altri. Così non è per la famiglia Orlandi. La loro memoria, la loro estate, cosi come quelle che sarebbero arrivate, saranno macchiate per sempre dalla scomparsa dalla giovane Emanuela Orlandi. Una sparizione oscura ancora oggi dopo trent’anni d’indagini, silenzi, menzogne e mezze verità. Un caso di cronaca nera tra i più enigmatici della storia Italiana. Emanuela Orlandi ha 15 anni ed ha appena small_120414-233203_To140412est_3825-770x1127concluso il suo secondo anno di liceo scientifico. Differentemente dagli adolescenti della sua età, pronti all’ozio liberi dalle alzatacce mattutine, continua a frequentare il plesso scolastico, per seguire tre volte a settimana le lezioni di flauto e canto corale al “Tommaso Ludovico da Victoria”, scuola collegata al Pontificio Istituto di Musica Sacra. Non si sa con certezza, pare che quel pomeriggio Emanuela Orlandi abbia preso l’autobus 64 che collega San Pietro a Corso Vittorio Emanuele e poi da lì a piedi per 400 metri lungo Corso Risorgimento prima di giungere in Piazza Sant’Apollinare, al civico della scuola di musica. Secondo le ricostruzioni e le indagini condotte negli anni, la ragazza avrebbe incontrato lungo il tragitto un uomo, mai identificato, che le avrebbe offerto un lavoro per 375 mila lire (circa 1000 euro dei giorni nostri) a fronte dell’impegno di distribuire per un paio d’ore dei volantini a una sfilata di moda. L’ingenuità di quei 15 anni avrebbe impedito di poter dare risposte istantanee a quell’uomo apparentemente generoso, rimandando la questione a dopo le lezioni del pomeriggio. Alle 16.30, in ritardo di mezz’ora, Emanuela Orlandi si presenta in aula. La testa altrove, forse a quel gruzzoletto di denaro che potrebbe tira su con pochi sforzi e quindi al proposito di avere al più presto il consenso dei genitori. Forse sarà proprio l’eccitazione che la porterà a terminare la lezione 10 minuti prima delle 19.00; immediatamente fuori l’istituto, raggiunta Piazza Cinque Lune, fulminea la telefonata a casa da una cabina telefonica. Dall’altro lato dell’apparecchio c’è la sorella Federica che appresa la notizia non può far altro che metterla in guardia consigliandole di rientrare a casa per parlarne con i genitori al momento fuori per impegni. Riagganciarono la cornetta e da quell’istante mai più nulla. L’ultimo ricordo è dell’amica Raffaella Monzi alla fermata dell’autobus 70 in via Panisperna. La sua testimonianza si ferma alle 19.30 quando salì Emanuela_Orlandi_manifesto_2008sul bus lasciando Emanuela Orlandi ad aspettare il misterioso uomo. Appresa la notizia, sarà inutile l’affannosa ricerca del padre Ercole (commesso della prefettura della casa pontificia) e del fratello Pietro corsi alla scuola di musica in cerca di un seppur minimo indizio. Nella serata di mercoledì stesso partirà ufficialmente denuncia di scomparsa ma trattandosi di cittadina del Vaticano tutto sarà formalizzato il 23 giugno all’organo competente: l’Ispettorato di Pubblica sicurezza presso il Vaticano. Le ricerche immediate nelle zone limitrofe alla sparizione conducono a un vigile, Alfredo Sambuco, e un poliziotto, Bruno Bosco, in servizio davanti al Senato il giorno precedente. I due sono pronti a giurare di averla vista. In entrambe le versioni compare un uomo e una Bmw Touring verde metallizzato. Nei giorni successivi il presunto rapimento acquista vigore mediatico, conquistando le prime pagine del Messaggero, del Tempo e di altre importanti testate su cui era riportato il numero di casa Orlandi per comunicare tempestivamente indizi importanti. Il 25 giugno 1983 alle ore 18.00 arriverà al telefono di casa Orlandi la prima di 34 telefonate, di cui 16 considerate attendibili. La voce è maschile, il ragazzo dice di chiamarsi Pierluigi e di avere 16 anni nonostante il timbro tipicamente da adulto. Racconta che la sua fidanzata avrebbe incontrato Emanuela Orlandi a piazza Navona, fornendo a sostegno della sua tesi alcuni particolari come quello del flauto e degli occhiali che la ragazza si vergogna di indossare. Aggiunge che la ragazza avrebbe detto di chiamarsi Barbarella. Il giorno seguente, intorno alle ore 20.00 giunge la seconda telefonata di Pierluigi, che fornisce ulteriori particolari: Barbarella venderebbe collanine e prodotti di bellezza per conto di qualcuno e ha degli occhiali bianchi, che non ama. Le telefonate si pietro_orlandi_emanuela_thumb400x275succedono fino al 28 giugno quando la voce di Pierluigi sarà sostituita da quella di un uomo che si presenta come “Mario”. L’uomo racconta di avere un bar a Ponte Vittorio, vicino al Vaticano, frequentato da una ragazza di nome Barbara, che avrebbe raccontato di essere scappata da casa e di voler tornare solo per il matrimonio della sorella. Purtroppo le telefonate non porteranno nessuna svolta alle indagini. Numerose ipotesi sono state formulate negli anni allo scopo di far luce sulle acque torbide di questa vicenda. La prima collega l’evento a un ricatto al Vaticano per motivi politici, riconducibili all’attentato subito dal Papa ad opera di Alì Agca il 13 maggio 1981. Domenica 3 luglio 1983 il Papa, Giovanni Paolo II, durante l’Angelus, rivolge un appello ai responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi concretando ufficialmente, per la prima volta, l’ipotesi del sequestro. Alcuni giorni dopo, il 5 luglio per la precisione, giunge una chiamata alla sala stampa vaticana. Al telefono, un uomo che parla con accento anglosassone (ribattezzato “l’Americano”), afferma di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi. L’uomo misterioso richiede l’attivazione di una linea telefonica diretta con il Vaticano (con il cardinale Casaroli), chiedendo un intervento del pontefice, Giovanni Paolo II affinché Alì Agca fosse liberato entro il 20 luglio. Molte richieste e presunte prove ma nessuna pista reale da percorrere. Una seconda teoria ricollegherebbe la sparizione di Emanuela Orlandi allo IOR e al caso Calvi.

Roberto Calvi
Roberto Calvi

Alcune testate giornalistiche riconducono la figura “dell’Americano” a monsignore Paul Marcinkus, all’epoca presidente della banca vaticana. Gli studi condotti sulle comunicazioni registrate non escludono questa possibilità. Non mancano i sostenitori della pista a sfondo sessuale e dei festini erotici cui avrebbero partecipato anche esponenti del clero e personalità diplomatiche residenti presso la Santa Sede. La bestia nera e segreta dei predi pedofili che collegava l’Italia a Boston. Nel luglio del 2005 in una telefonata anonima alla trasmissione “chi l’ha visto?” un uomo misterioso confesserà che per risolvere il caso di Emanuela Orlandi sarà necessario scavare nel luogo dov’è stato seppellito Enrico De Pedis, detto “Renatino”, capo della Banda della Magliana. Il 23 giugno 2008, venticinque anni dopo, i media riportano le dichiarazioni di Sabrina Minardi, ex amante di Renatino De Pedis. La donna riferisce particolari agghiaccianti: Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa e il suo corpo, chiuso dentro un sacco, gettato in una betoniera a Torvaianica, in provincia di Roma. La Minardi, con il fare di chi non riesce a vivere con il peso di un segreto così pesante, aggiunge che il rapitore materiale sarebbe stato De Pedis, su ordine del monsignor Paul Marcinkus. Il luogo segreto del sequestro sarebbe stato un appartamento vicino a piazza San Giovanni di Dio, in via Pignatelli. Nell’estate del 2008 giunge dai legali dei famigliari di De Pedis il sì per l’ispezione della tomba, sepolta nella basilica di Sant’Apollinare. Un’attenta analisi del loculo e del feretro confermerà la presenza esclusiva dei resti del defunto De Pedis. Si tratterà dell’ennesimo depistaggio, nulla che avvicini alla verità su Emanuela Orlandi.

 

articolo di Alberto Bonomo

Vuoi leggere il numero di giugno 2014 da cui l’articolo su Emanuela Orlandi è tratto? Clicca qui!

 

Emanuela Orlandi e un caso lungo più di trent’anni (parte prima) ultima modifica: 2015-06-09T15:42:46+00:00 da info@cronacaedossier.it

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