Donne serial killer: tre storie a confronto

Le vite di Leonarda Cianciulli, Milena Quaglini e Sonia Caleffi: soprusi, violenze e malvagità di tre donne serial killer  






0Nel variegato mondo del crimine la storia seriale si nutre anche della malvagità femminile. In Italia sono state ufficialmente tre le donne serial killer. Per incontrare la prima dobbiamo andare indietro fino al 1930 quando Leonarda Cianciulli, prima delle donne serial killer nota alla storia criminale italiana, con il marito Raffaele Pensardi raggiunge Correggio, in Emilia Romagna. Leonarda avrà ben diciassette gravidanze con tre parti prematuri. Dieci dei figli nati muoiono in tenerissima età mentre quattro sopravvivono. Di tutti e quattro, il prediletto è Giuseppe e quando nel 1939 una zingara predice l’arruolamento in guerra del medesimo, Leonarda matura dentro di sé l’idea che sia giunto il momento di iniziare a fare sacrifici per scongiurarne la morte. In quel periodo la donna frequenta tre amiche, donne sole e non giovani, ma soprattutto con molta fiducia in lei. La prima a cadere nella rete è Faustina Setti detta “Rabitti”, la più anziana, attirata da Leonarda con la promessa di averle trovato un marito in un paese delle zone limitrofe.

 

donnaLeonarda  convince l’amica a scrivere anche alcune lettere e cartoline che avrebbe spedito appena giunta presso il futuro marito. È un modo per rassicurare parenti e amici prima di ucciderla a colpi di scure in uno stanzino, sezionandola in nove parti e raccogliendo il sangue in un catino. La seconda vittima è Francesca Soavi, cui Leonarda promette un lavoro nel collegio femminile di Piacenza. Anche qui la storia delle cartoline per poi si avventarsi come una furia sulla donna e ripetere il precedente rituale. La terza e ultima vittima si chiama Virginia Cacioppo, costretta a vivere in miseria e nella nostalgia del proprio passato di cantante lirica. Leonarda le propone un impiego a Firenze, come segretaria di un misterioso impresario teatrale, pregandola, come al solito, di non farne parola con nessuno. Virginia, entusiasta della proposta, fece purtroppo la stessa fine delle altre due donne. La fine della cosiddetta carriera criminale della Cianciulli, avviene per mezzo della segnalazione della cognata dell’ultima vittima, la quale, insospettita per la sparizione improvvisa della parente, vista entrare in casa della Cianciulli, ne denuncia la scomparsa al Questore di Reggio Emilia. Seguendo i numerosi indizi lasciati dall’omicida, gli inquirenti arrivarono all’arresto dell’ormai nota “Saponificatrice di Correggio”.




 

donnaNella storia seriale femminile bisogna arrivare alla seconda metà degli anni ’90 per incontrare con Milena Quaglini, nota come “l’Angelo sterminatore”. Le sue vittime sono tutti uomini violenti che uccide proprio per vendicarsi dei maltrattamenti subiti. La sua prima vittima è Giusto della Pozza, un uomo di 83 anni del quale Milena si occupa dopo essersi allontanata per un periodo dal marito violento. L’omicidio avviene dopo che l’uomo tenta di usare violenza sessuale su Milena. Sia durante che dopo l’azione omicidiaria ella si mostrerà lucida, fredda e ben consapevole dell’azione compiuta. Tale evento rappresenta un punto di non ritorno: il piacere, la forza e la liberazione che Milena sperimenta dopo gli danno la consapevolezza che lei sa e può vendicarsi, mettere fine alle violenze subite dagli uomini, uccidendoli. Torna infatti da Mario Fogli, il marito violento dal quale si era separata per un periodo e dopo un iniziale periodo di sottomissione, la donna decide che è giunto il momento di mettere un freno ai soprusi subiti, perché stavolta ella sa che può reagire e sa anche come fare: pianifica ed organizza con freddezza e precisione l’omicidio del marito, attendendo che lui vada a dormire e colpendolo nel sonno per strangolarlo poi con una corda ed essere sicura che fosse veramente morto. Non si scompone e mette ordine nella camera, poi il mattino successivo chiama i Carabinieri e confessa l’omicidio. Ma la storia di Milena Quaglini non termina qui: mentre è agli arresti domiciliari incontra Angelo Porrello che ha appena scontato una pena di sei anni per violenza sessuale nei confronti della moglie e delle figlie. Milena subisce più volte violenza dall’uomo fino a che non decide di ribaltare i ruoli: ora è lei a disporre del corpo di lui, a decidere tempi, modalità e mezzi, di disfarsene. Ancora una volta pianifica con freddezza e lucidità l’atto: dopo averlo stordito con il veleno, lo lascia morire lentamente in una concimaia, tra il letame.

Per parlare della terza delle donne serial killer arriviamo ai primi anni del 2000 con il caso di Sonia Caleffi. A lasciare sgomenti i familiari delle sue vittime è l’inconsapevole rimorso di avere lasciato loro stessi i propri cari nelle mani della loro assassina. Sì, perché Sonia Caleffi è un’infermiera, una figura che infonde fiducia nei malati e che invece per molti si è rivelata fatale. L’arresto avviene il 15 dicembre del 2004, dopo un’indagine della Polizia dopo uno straordinario incremento di decessi nella Casa di Riposo in provincia di Como presso la quale lavorava la donna. Infatti in poco più di due mesi si erano verificati ben diciotto decessi, quasi tutti inspiegabili. L’infermiera subito confessa di essere la responsabile: per dimostrare la propria abilità, creava situazioni di emergenza iniettando aria nelle vene dei pazienti per poi mostrarsi attiva e competente quando arrivavano in soccorso medici e infermieri. A seguito di tale confessione si decide allora di indagare anche nel passato professionale della Caleffi e di verificare se anche gli otto decessi avvenuti nel 2003 all’ospedale Sant’Anna di Como possano essere stati commessi da lei. L’accusa diventa quindi di quindici omicidi, di cui quattro ammessi subito dalla stessa Caleffi che poi ritratta tutto.
articolo di Francesca De Rinaldis

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Tratto dalla rivista di Cronaca&Dossier:

 

 

 

 

LA MORTE COME RIVINCITA
Approfondimento della psicologa forense Francesca De Rinaldis

Dott.ssa Francesca De Rinaldis
Dott.ssa Francesca De Rinaldis

La prima delle donne serial killer è Leonarda Cianciulli (leggi qui l’approfondimento sulle tecniche della “Saponificatrice”). Ebbe un’infanzia difficile, sofferente di epilessia, disse di essere stata una  bambina debole e malaticcia, da sempre trattata come un peso dai genitori. La mamma stessa la odiava, non ne aveva infatti desiderato la nascita, essendo frutto di una precedente violenza carnale subita. Leonarda cresce infelice e sola, mossa da un profondo desiderio di morire. Tenta infatti ben due volte di impiccarsi a seguito dei quali la madre le dà dimostrazione del fatto di essere dispiaciuta nel rivederla viva. Seguono altri tentativi di suicidio e successivamente mangia alcuni cocci di vetro, ma invano. Questi ed altri eventi giocano un ruolo fondamentale nella già provata psiche della donna che, come in tentativo di esorcizzare il male cui è condannata la sua esistenza, sceglie di sacrificare le vite degli altri, attraverso dei rituali ben precisi e ben organizzati che si ripetono con ciclicità e lucidità. Condannata a trent’anni di carcere e a tre di manicomio, la donna morì nell’ospedale psichiatrico giudiziario femminile di Pozzuoli, il 15 ottobre 1970, stroncata da apoplessia celebrale.

occhioMilena Quaglini fin dall’infanzia incontra uomini violenti e il suo agire presenta caratteristiche di “tipicità” e di “atipicità”. È annoverabile tra le donne serial killer “tipiche” perché pianifica i suoi delitti con cura, uccide in un determinato posto senza affrontare grandi spostamenti. Inoltre nel corso dell’esistenza matura uno scarso concetto di se stessa e la sensazione di essere emarginata dalla società. Caratteristiche “atipiche”  sono invece quelle relative al fatto che  la donna, dopo aver torturato gli uomini, gode della loro agonia. Infatti, le donne serial killer in genere  non eccedono in violenza, spesso  stordiscono le vittime oppure le narcotizzano, usano veleni come l’arsenico e suoi derivati, invece Milena Quaglini solo in un omicidio ha usato dei narcotici ma non per uccidere bensì per stordire e poter poi agire violenza con maggiore sicurezza e garanzie di successo. Milena Quaglini, alla quale è riconosciuta la capacità di intendere e volere, pone fine alla propria esistenza, uccidendosi nel 2001 nel carcere di Vigevano presso il quale era detenuta. Anomalie vi sono anche Sonia Caleffi. A differenza delle due che la precedono, l’infanzia della serial killer può definirsi normale, considerata da tutti una bambina molto dolce. A 15 anni cade però nell’anoressia e nella depressione che diventa sempre più grave, tanto da costringerla ad una terapia psichiatrica molto lunga.




 

Dopo il matrimonio di un anno la relazione già fallisce e Sonia diventa ancora più insicura e depressa. I colleghi in ospedale la descrivono come taciturna e introversa, una ragazza molto indecisa che al presentarsi del minimo problema scoppiava a piangere perché non sapeva come risolverlo. Il bisogno di rivalsa, il desiderio di affermarsi e di affermare la propria esistenza e la propria efficacia nel mondo, sono le armi con le quali Sonia compie le sue azioni omicidiarie: uccidere equivale ad affermare se stessa, a far notare all’altro la propria capacità di agire nel mondo.

In sede processuale i suoi assistiti chiesero la perizia psichiatrica e in giudizio prevalse la convinzione che Sonia, seppur soffrendo di disturbi della personalità, era perfettamente in grado di intendere e di volere nel momento in cui praticava insufflazioni di aria per uccidere le sue vittime. È lei l’ultima di tre donne diverse per modalità comportamentali. Hanno però un filo conduttore: la ricerca di sé attraverso il controllo estremo e dunque nella morte dell’altro. Sì, perché, in fondo ciò che caratterizza e contraddistingue il comportamento delle donne serial killer è la concretizzazione, attraverso il delitto, di una rivincita sulla vita che ha indebolito, umiliato, spesso annientato la vera immagine di sé.

 

Donne serial killer: tre storie a confronto ultima modifica: 2016-04-15T16:19:05+00:00 da info@cronacaedossier.it

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