Donna e stato islamico: tra schiavitù e servitù

Il ruolo della donna nello stato islamico: molte promesse, nessuna mantenuta. Ecco tutto quello che una donna dovrebbe sapere e che il Califfato non dice




Secondo uno studio dell’Institute for Strategic Dialogue e del King’s College London sarebbero oltre 600 le giovani donne che si sono recate in Iraq e in Siria dall’Europa. Questi dati sembrano destinati ad aumentare e la conferma arriva con un recente rapporto del Consiglio di sicurezza Onu che ha rilevato come il numero dei foreign fighters sia cresciuto del 70% negli ultimi nove mesi.

donna-isisLa presenza femminile nei ranghi dello Stato Islamico ha un effetto domino perché attraverso contatti personali e l’uso dei social media, le donne sono direttamente coinvolte nel reclutamento di coetanee da tutto il mondo. Si fanno chiamare muhajirah (viaggiatrici, pellegrine), si presentano sui social network come «fortunate musulmane che sono fuggite e hanno raggiunto, dopo un lungo viaggio, il Califfato desiderato dello Stato Islamico» e raccontano storie di vita quotidiana. Hanno creato una rete di relazioni tra loro e incoraggiano donne di altre parti del mondo a intraprendere il Hijrah, il viaggio. In realtà, le donne che si uniscono allo Stato Islamico, sono destinate a un matrimonio-lampo con uomini mai incontrati prima: diventeranno casalinghe impegnate ad accudire la casa e i figli. Sarà loro cura fare in modo che questi figli crescano sotto i principi del Califfato a formare la generazione futura di combattenti.

jihad-donne-isis -medium_110209-175014_181441_jrl137_ap-kt9B--561x347@IoDonnaMa com’è la vita di una donna nello Stato Islamico al di là di una propaganda ingannevole? Una donna sposa e madre, una donna immobile che diviene inutile già passati i 20 anni, una donna schiava al servizio di un maschio forte che va a combattere e odia tutto ciò che mette in discussione la sua mascolinità. Una donna inesistente in un mondo di sola violenza. Per lo Stato Islamico non c’è alcun dubbio. Ad eccezione di pochissimi casi (che coincidono comunque sempre con i bisogni maschili) la donna è ferma, immobile, passiva. E ne deve essere felice perché, in una errata interpretazione del Corano, «è in questa condizione che troverà la propria tranquillità e il proprio benessere», in opposizione con l’inutile frenesia e il movimento, considerati aberranti, del modello occidentale. Lo Stato Islamico proclama: «L’Islam dà all’uomo il compito di dirigere, mentre alle donne concede l’onore dell’eseguire».

Il principio di base è che le donne debbano emulare la vita e i comportamenti delle figure femminili più importanti dell’Islam, ovvero Maria (la madre di Cristo, che secondo l’Islam è l’ultimo profeta prima di Maometto), Āsiya (madre di Mosé), Khadīja (prima moglie di Maometto) e a Fāṭima (figlia di Maometto), imitandone la purezza e la dedizione all’uomo: «Non c’è responsabilità più grande per la donna che quella di essere moglie».

Lo Stato Islamico critica ferocemente il modello di civilizzazione occidentale che ha “de-mascolinizzato” gli uomini, privandoli di quel ruolo fondamentale di “protettori” della donna che si traduce in qualcosa di più simile a “proprietari”. Il pensiero occidentale relativo al ruolo femminile è criticato punto per punto e la mascolinità dell’uomo occidentale – argomento molto sensibile per gli uomini del Califfo – è messa in dubbio ovunque a fronte di un modello di combattente dello Stato Islamico, che trasuda testosterone e machismo. Il perimetro della vita di una donna nello Stato Islamico è la casa, fin dai suoi primi anni di vita. Le donne sono considerate fondamentali nella realizzazione della visione sociale dello Stato Islamico, basata sulla dottrina islamica “salafista”: non è un male infatti se le donne si sposano a 9 anni, e comunque non devono farlo dopo i 16 o i 17, poiché il loro scopo è «soddisfare i propri mariti e generare nuovi combattenti».




1438841889-isiswIn quella che secondo lo Stato Islamico deve essere la condizione femminile nella società, le donne hanno l’obbligo di non farsi vedere e quindi di portare un velo integrale che renda impossibile vederle per gli uomini estranei alla ristretta cerchia familiare. Non possono affacciarsi a un balcone o guardare da una finestra. Non possono uscire senza un accompagnatore maschio, chiamato mahram. Se la polizia religiosa, hisbah, scopre violazioni, il mahram viene multato o frustato. Punizioni che possono poi ripercuotersi sulle donne nel contesto domestico. Devono astenersi dal lavoro, colpevole di corrompere le anime delle donne (tranne i casi in cui la donna sia medico o insegnante). Devono esimersi dal recarsi in luoghi come centri di bellezza o negozi alla moda (tutti i negozi di parrucchiere sono stati chiusi) perché simbolo di una “cultura deviata” e non è necessario che una donna prenda una laurea poiché il solo scopo sarebbe quello di affermare di “essere mentalmente più dotata di un uomo”.

1407406408_jihad-immagine-jpeg-1280x628-pixel-1280x628A far rispettare le norme comportamentali sono due Brigate di polizia completamente femminili, con sede nella città: la brigata al-Khansaa e Umm Al-Rayan. Dal punto di vista delle donne di queste brigate, l’appartenenza è vista come una sorta di emancipazione, anche se a danno di altre donne dato che le loro punizioni sono terribili: dalle percosse alle frustate, fino alla tortura. Alcune appartenenti a queste vere e proprie brigate del terrore operano in incognito, fingendosi normali casalinghe, alla ricerca di dissidenti, mentre altre gestiscono e controllano i bordelli dove le schiave del Califfato vengono vendute come ricompensa ai miliziani che tornano dal fronte (ma di questo argomento ne parleremo la prossima settimana). Ma se ci sono donne che volontariamente si offrono ai jihadisti per «alleviare le loro sofferenze» e supportare la causa dello Stato Islamico, tante sono coloro che cercano di ribellarsi, che urlano il dolore e la fatica di tollerare ancora l’intollerabile. Sono le loro testimonianze e la divulgazione della realtà di vita femminile all’interno dello Stato Islamico che possono influire sulla decisione di tante giovani donne a lasciarsi irretire da una propaganda falsa e retorica di un mondo che per loro non esiste e non esisterà mai.

 

articolo di Nia Guaita

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Donna e stato islamico: tra schiavitù e servitù ultima modifica: 2015-12-14T17:00:17+00:00 da info@cronacaedossier.it

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