Don Sotgiu e il caso Macchi, presto un nuovo interrogatorio?

Nel 1987 don Sotgiu fu ascoltato dalle forze dell’ordine in quanto sospettato di aver fornito un alibi al presunto omicida della ragazza

È una strana storia quella di don Sotgiu, oggi parroco di San Benedetto Abate a Torino. Per alcuni giorni non si è visto in parrocchia, a causa del rumore mediatico intorno al caso Macchi, in cui è coinvolto fin dall’inizio. Ad un certo punto però ha deciso di rispondere al telefono e di farsi intervistare dal Corriere della Sera per sottolineare la sua estraneità dai fatti: «No, non ho fornito un alibi a Binda».




caso lidia macchiFacciamo qualche passo indietro: è il 5 gennaio 1987 quando Lidia Macchi, ventenne studentessa di legge, esce di casa per andare a trovare un’amica, ricoverata all’Ospedale di Cittiglio, in provincia di Varese. Lidia non tornerà mai più a casa: viene ritrovata cadavere alcuni giorni dopo in un boschetto di Cittiglio. Le numerose ferite sulle gambe e sulla schiena suggeriscono una dinamica abbastanza chiara, la giovane è stata accoltellata nel tentativo di scappare dal suo assassino che nella furia omicida le infligge ben 29 coltellate. Le indagini non riescono a portare alla luce nessun colpevole e gli anni passano senza che l’assassino venga assegnato alla giustizia. Fino a pochi giorni fa, quando viene arrestato Stefano Binda, ex-compagno di liceo di Lidia e con la quale condivideva una fervida fede religiosa, dato che entrambi appartenevano a Comunione e Liberazione. Secondo l’accusa, Binda avrebbe incrociato la ragazza nei pressi dell’ospedale, l’avrebbe spinta a un rapporto non consenziente e subito dopo l’avrebbe uccisa per motivi religiosi (il nesso teologico si evincerebbe anche dalle coltellate, inferte a gruppi di tre). La prova più schiacciante sarebbe una lettera anonima intitolata “In morte di un’amica” e recapitata alla famiglia Macchi nei giorni del funerale, la cui scrittura sarebbe stata fatta risalire proprio a Binda.




lidia macchiEntra qui in scena don Sotgiu, all’epoca dei fatti solo Giuseppe Sotgiu e amico intimo di Binda. Secondo il parroco, Binda sarebbe stato impossibilitato a commettere l’assassinio in quanto era in vacanza studio a Pragelato, insieme ad altri ragazzi di Gioventù Studentesca, impegnati in una sei giorni di vita comunitaria. Il Gip sostiene però che don Sotgiu «si sarebbe adoperato per offrire un alibi sicuro al presunto killer». Non c’è modo infatti di verificare la presenza di Binda alla vacanza sulla neve: il registro degli ospiti è sparito, la camera in cui alloggiò è stata cancellata dalla ristrutturazione dell’hotel. Restano gli ospiti di quella vacanza: solo uno sui quaranta presenti ricorda la presenza di Binda, ma «senza particolare convincimento» secondo gli inquirenti.




arresto bindaDon Sotgiu esclude tuttavia di aver fornito un alibi al sospettato, dice di non ricordare la vacanza e soprattutto che non avrebbe avuto senso, dato che fu lui a dare il nome di Binda agli investigatori: «Ero indagato. Avevo ricevuto un avviso di garanzia, anche se allora, a 20 anni, non sapevo neppure cosa fosse. Avevo nominato un avvocato, mi avevano prelevato il DNA, mi chiedevano cosa avevo fatto quella sera e io ho cercato di ricostruirlo. Dissi che probabilmente mi trovavo con Stefano e un altro amico». Ricordi frammentari, compresi quelli di una cena a casa Macchi la sera del funerale, come sostiene la madre di Lidia: «Andammo il pomeriggio con il gruppo di CL a casa sua e sinceramente non ricordo neanche se Stefano fosse lì, ma se era lì è possibile che fosse venuto con me in macchina perché siamo dello stesso paese. La cena, invece, no. Quella non me la ricordo». Forse saranno questi frequenti “non mi ricordo” a spingere gli inquirenti a interrogare nuovamente don Sotgiu. Perché è giunta ora di scrivere la fine sul caso Lidia Macchi, una storia che il prossimo gennaio compirà trent’anni.

 

Redazione di Cronaca&Dossier

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Don Sotgiu e il caso Macchi, presto un nuovo interrogatorio? ultima modifica: 2016-01-29T15:35:19+00:00 da info@cronacaedossier.it

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