Delitto Avato, le lacune di un’inchiesta che non convince

Trentenne romeno si autoaccusa del delitto Avato, indica il mandante e la Procura gli crede. Ecco tutti gli elementi d’indagine rimasti ancora nell’ombra

 



 
armaLa notte tra il 14 e il 15 novembre 2015 di San Cosmo Albanese (Cosenza) alcuni colpi di pistola violano la tranquillità del paesino che conta meno di settecento abitanti: è il delitto Avato che irrompe all’improvviso. Il sangue che scorre per San Cosmo Albanese è quello di Carmine Avato, muratore di 50 anni. Per quel delitto gli inquirenti iniziano le indagini cercando dapprima di verificare la pista familiare. È così che scorrono i tabulati dei familiari dell’uomo e trovano un nome interessante tra i contatti telefonici di Salvatore Buffone, 31 anni, cognato della vittima. Il nome è quello di Cristian Dulan, romeno di 30 anni, già noto alle forze dell’ordine «per detenzione di armi ed esplosivi» come motiverà il Gip. Il 27 dicembre 2015 i Carabinieri si recano da Dulan e trovano un’arma: una semiautomatica in calibro 7.65, come quella usata per il delitto, fabbricata in Cecoslovacchia. Alla vista dei Carabinieri il romeno cerca di far sparire l’arma, ma non riesce nel suo intento.

Portato in Caserma è proprio lui a dare una possibile svolta alle indagini sul delitto Avato: senza troppi problemi confessa che quella è l’arma usata per uccidere Carmine Avato e che il mandante è Salvatore Buffone. Una confessione che arriva con una certa rapidità quello stesso 27 dicembre. Sembra fatta: c’è l’arma, il colpevole e addirittura il mandante del delitto Avato. Invece no. Pian piano dal racconto di Dulan quelle che all’inizio sembrano verità evidenti cominciano a risultare sempre più sbiadite, spesso incongruenti con l’accaduto.




 

messaggiNonostante la Procura della Repubblica di Castrovillari si ritenga certa delle accuse mosse nei confronti di Salvatore Buffone, la difesa di quest’ultimo, condotta dall’avvocato Chiara Penna, rileva le tante, troppe contraddizioni.
Tuttavia «le osservazioni difensive ‒ ha scritto il Tribunale della Libertà di Catanzaro ‒, per quanto pregevoli e apprezzabili sul piano della ricostruzione della vicenda delittuosa, si scontrano con le chiare e non equivocabili dichiarazioni del Dulan, che, pur facendo emergere nel racconto alcuni, ma di ridotta rilevanza, punti critici, è da ritiene, allo stato, altamente credibile e attendibile, non ravvisandosi elementi che possano far propendere per la falsità della chiamata in reità di Salvatore Buffone».

Frase in codice e soldi         

Il delitto Avato presenta però delle anomalie interessanti. Dulan afferma infatti di avere agito dietro ordine di Salvatore Buffone e dopo che quest’ultimo, via whatsapp, gli avrebbe scritto la frase in codice concordata per agire: «Faccio tardi. Stasera non esco». Eppure, fa notare la difesa di Salvatore Buffone, quella frase non compare mai nei tabulati. Lo stesso pagamento per un gesto così forte, importante, stride per la cifra irrisoria: «500 euro a titolo di rimborso spese per i miei movimenti» ha confessato Dulan. In merito alla consegna stesso non vi sarebbe però alcuna prova a conferma. Secondo gli inquirenti, Salvatore Buffone avrebbe pagato Dulan dopo avere prelevato 600 euro il 18 novembre, il giorno dopo il delitto. Il prelievo risulta effettivamente avvenuto, ma quei soldi sarebbero stati utilizzati per pagare un artigiano, come egli stesso ha riferito ai Carabinieri recante la cifra di 450 euro per un lavoro effettivamente avvenuto in casa e per il quale era stato contattato tempo prima del delitto.

 


passiLa descrizione della vittima e l’arma

Ma sono solo alcune, fra le più stridenti lacune che sembrano emergere dal racconto di Dulan in merito al delitto Avato. Fra tutte, il romeno dice che Buffone gli avrebbe ordinato di uccidere il cognato descrivendolo come persona «di 45-50 anni parzialmente pelata». La vittima però non era neanche parzialmente pelata. Eppure Dulan stesso aveva affermato di conoscere la famiglia Avato da circa tre anni e San Cosmo Albanese è un paese piccolo: com’è possibile incorrere in una descrizione così differente tra la vittima da colpire e Carmine Avato? Per non parlare dei colpi esplosi: 4 secondo Dulan ma 6 quelli ritrovati dal medico legale Dott. Aldo Barbaro.

C’è poi la questione dell’arma. Tra il delitto e il fermo di Dulan passa poco più di un mese: perché non si sarebbe liberato della pistola? «Temevo che lui stesso potesse fare qualcosa contro di me per eliminare l’unica prova che poteva collegare Salvatore Buffone nel fatto criminoso» si è giustificato Dulan. Ma le sue parole appaiono strane se si considera che il metodo più facile e sicuro è proprio liberarsi dell’arma del delitto. Invece quel che il RIS potrebbe decretare essere stata la pistola usata è lì, per più di un mese assieme al suo carnefice. E d’altra parte, alle pressioni esercitate da Buffone contro Dulan non sembra credere neanche il Gip che  scrive nell’Ordinanza: «Si rileva che appare poco credibile che il Dulan abbia agito solo mosso dal timore del Buffone senza riuscire a trovare una via per sottrarsi alle sue pressioni».

 




Il movente     

Penalista e criminologa Chiara Penna
L’avvocato Chiara Penna

Rispetto a quanto sembrava evidente nelle prime ore, anche il movente rivela qualche lacuna. Dulan riferisce di avere ucciso su ordine di Salvatore Buffone perché quest’ultimo non avrebbe tollerato i maltrattamenti messi in atto dalla vittima nei confronti della famiglia della sorella. A prova di ciò vi sarebbe la data del delitto che anticiperebbe di un giorno l’imminente separazione tra la vittima e la sorella di Buffone, così come una denuncia inoltrata dalla donna presso i Carabinieri. Movente credibile? Se la ragione di tutto risiede nei presunti maltrattamenti subiti dalla sorella, e dunque dall’intenzione di far sì che essi finissero, perché Salvatore Buffone si sarebbe posto il problema di far uccidere Avato proprio quando ormai i due si stavano per separare? Anche sulla denuncia in realtà non sarebbe stato detto il vero. Fa sapere la difesa che c’era stata sì una denuncia, ma per un furto di gioielli avvenuto poco tempo prima e, tornando una seconda volta dai Carabinieri, la sorella di Salvatore Buffone avrebbe solo fatto presente l’esistenza di fucili precedentemente presenti in casa e poi portati via dallo stesso Avato.

 

Nonostante ciò, per la Procura le affermazioni di Dulan sul delitto Avato «si rivelano altamente credibili, perché provengono da soggetto che si è assunta la responsabilità della condotta materiale del fatto omicidiario». Le parole di Dulan sono tutto ciò che gli inquirenti hanno, sommate ai contatti del 16, 18, 21 e 22 novembre via sms e whatsapp tra Buffone e il suo accusatore, quindi dopo il delitto. Eppure, Dulan e Buffone erano amici e i messaggi non lascerebbero trasparire alcun riferimento al delitto, con l’interruzione dei contatti fra i due avvenuta solo dopo il sequestro anche dell’ultimo telefonino dell’uomo accusato. Quegli stessi cellulari per i quali, fa sapere l’avvocato Chiara Penna, alla difesa è stata recentemente rigettata l’istanza per compiere analisi dirette e valutare elementi alternativi a quelli già prodotti.

Insomma, il delitto Avato non vedrebbe prove schiaccianti ma solo le parole di chi avrebbe agito uccidendo senza troppi problemi per 500 euro e senza fornire vere prove che sia Salvatore Buffone il mandante: possono bastare per condannare un uomo?

 
articolo di Andrea B.

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Delitto Avato, le lacune di un’inchiesta che non convince ultima modifica: 2016-03-10T18:38:33+00:00 da info@cronacaedossier.it

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