Dalla scena del crimine alla borsa di Moro

Chi portò via la borsa nella quale Moro conservava i documenti più riservati? Un libro-inchiesta riapre il caso e ricostruisce la dinamica del sequestro

 

Marcello Altamura
Marcello Altamura, autore del libro “La Borsa di Moro” (Iuppiter Edizioni)

In anteprima pubblichiamo alcune foto inedite tratte dal libro in uscita “La borsa di Moro” (Iuppiter Edizioni) scattate in via Fani poco dopo il sequestro delle Br. Nell’intervista concessa, l’autore Marcello Altamura – giornalista che ha consultato la documentazione ufficiale sull’intricata inchiesta Moro – ricostruisce la dinamica del sequestro e riporta nuovi elementi d’indagine. Dopo 38 anni potrebbero diradarsi le nubi sul mistero dei misteri: chi portò via la borsa nella quale Aldo Moro conservava i documenti più riservati?

Chi legge per la prima volta del caso Moro è spesso portato a pensare che l’episodio di via Fani sia stato improvviso e inatteso. In realtà nel periodo precedente a via Fani quali erano le ansie di Moro e del maresciallo Leonardi?             
«Nel 1978 le ansie di Moro crescono in parallelo con il suo ruolo di grande tessitore del governo che comprende anche il Pci. In quel periodo cominciano i pedinamenti all’auto di Moro che il maresciallo Leonardi segnala. Questo lo racconta a più riprese la vedova di Aldo Moro, sia dinanzi alla prima Commissione Moro che durante il processo in Corte d’Assise. In particolare il maresciallo Leonardi segnala che c’è una Fiat128 bianca che segue l’auto del Presidente, ferma anche davanti casa Moro, come riportato anche da diversi testimoni. A quel punto il maresciallo Leonardi, persona molto attenta e molto vicina a Moro, partecipe delle ansie del Presidente, segnala la presenza di movimenti sospetti. Lo fa oralmente e con una serie di rapporti scritti. Questi documenti, dopo via Fani, scompaiono e tutte le autorità dell’epoca a partire dal ministro dell’Interno Francesco Cossiga, negano che Leonardi avesse mai segnalato alcun pericolo. Scompare anche una lettera di minacce delle Br, come racconterà il giornalista Mino Pecorelli».

 

 

 

 

 

 

Via Fani, 16 marzo 1978
Via Fani, 16 marzo 1978

Perché le armi della scorta erano custodite nel bagagliaio della 130?
«Questa è un’altra storia di via Fani. Il lavoro delle scorte era regolato da un apposito manuale, incluso agli atti della prima Commissione Moro e dunque consultabile. Nel manuale non si fa riferimento preciso al fatto che le armi dovessero essere posizionate nei bagagliai, ma è scritto che non dovevano essere tenute a vista e senza il colpo in canna. Il bagagliaio nasce però da una disposizione del Viminale precedente a via Fani e svelata da Mino Pecorelli in cui si raccomandava di tenere le armi nel bagagliaio».

 

Nel Suo libro spiega nel dettaglio un altro punto delicato dell’inchiesta, ovvero la scelta di Leonardi di transitare da via Fani e il fatto che le Br conoscessero il percorso.
«I brigatisti sicuramente conoscevano molto bene i vari percorsi di Moro, tra i quali c’era anche via Fani, che non era però l’unico. Il percorso variava a seconda anche del traffico, come testimoniano a più riprese i membri superstiti della scorta. Anche quella mattina, come sempre, Leonardi comunica il percorso scelto via radio. La mia ricostruzione porta elementi che fanno pensare che al maresciallo sia arrivata la comunicazione di due problemi: il primo è un incidente che bloccava via Cassia Vecchia, non lontana da via Cortina d’Ampezzo, la strada più veloce per arrivare da casa Moro alla Chiesa di Santa Chiara; il secondo è che in piazza dei Giuochi Delfici, dove è sita la chiesa di Santa Chiara, c’erano dei vigili che deviavano il traffico. Quella mattina diversi testimoni videro in strada due macchine e alcuni poliziotti che smistarono il traffico, aiutati da altri uomini con una divisa azzurra. Due episodi rimasti oscuri, eppure segnalati già all’epoca da diversi testimoni. Via Fani, probabilmente, quella mattina fu per Leonardi una scelta obbligata».

Ricostruzione del Messaggero pubblicata il 17 marzo 1978
Ricostruzione del Messaggero pubblicata il 17 marzo 1978

Lo stesso Leonardi che sapeva di alcuni strani movimenti nei giorni precedenti.
«Sì, ebbe precise segnalazioni sul fatto che brigatisti erano affluiti a Roma anche da più parti d’Italia, segno che qualcosa di grosso si stava preparando. La mia ipotesi è che i due blocchi al traffico non fossero estranei all’operazione».

 

Nel Suo lavoro si concentra molto sulla scena del crimine. Alla luce della documentazione pubblicata, quali sono gli elementi nuovi che emergono?
«Gli elementi fondamentali sono due. Il primo è la presenza di più persone in via Fani rispetto a quelle indicate nella ricostruzione ufficiale, circostanza che emerge già dai lavori di chi si è occupato in passato del caso. Il secondo è che venne impiegato un numero di mezzi superiore a quello indicato fino ad oggi. In merito al primo punto emergono anche fisionomie di persone molto diverse rispetto a quelle indicate nel Memoriale Morucci, rappresentataci negli ultimi 40 anni come la storia di via Fani».

 

Aldo MoroLei spiega dell’esistenza di alcune auto ferme nei dintorni. Di cosa si tratta nello specifico?
«C’è una testimone che asserisce di avere visto delle auto, oltre quelle già ricordate nella versione ufficiale, parcheggiate su uno dei due lati di via Fani. E nel libro riporto la versione di varie persone che abitavano in via Fani all’epoca e che raccontano come lì fosse sempre molto difficile trovare parcheggi per le auto. Io mi sono chiesto, incrociando le testimonianze, come avessero fatto i brigatisti a tenere sgombri i due lati attigui all’incrocio dove avviene l’attacco. La mia ipotesi, anche suffragata da foto e testimonianze, è che su quel lato vi fossero altre auto parcheggiate, di fatto bloccando la via di fuga dell’auto guidata da Ricci.
Del resto sembra abbastanza improbabile che i brigatisti avessero pensato di bloccare il “lato basso” e non anche il “lato alto”, cioè la strada che andava verso via Cortina d’Ampezzo: sarebbe stato rischioso lasciare una via di fuga all’auto di Moro. Mi sembra evidente che il piano delle Br era molto meglio organizzato rispetto a quanto abbiano voluto farci credere».

Ha accennato al Memoriale Morucci. Come ricostruisce il capitolo delle armi utilizzate dai brigatisti?            
«Gran parte dei testimoni parla di spari a raffica, quindi di persone che impugnavano dei mitra, invece Morucci asserisce che i brigatisti hanno sparato solo con le pistole e solo in quattro. Invito però tutti a guardare le foto della strage avvenuta a via Fani e chiedersi se è credibile che quattro persone con le sole pistole abbiano potuto produrre una mole di fuoco così importante».

In merito alla questione delle armi ci sono state di recente le parole del boss Raffaele Cutolo. Cosa c’è di vero secondo Lei?   

(CONTINUA A LEGGERE QUI L’INTERVISTA SUL CASO MORO, CON LE FOTO INEDITE DALLA SCENA DEL CRIMINE)

 

a cura di Pasquale Ragone

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Dalla scena del crimine alla borsa di Moro ultima modifica: 2016-09-15T20:13:01+00:00 da info@cronacaedossier.it

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