Christa Wanninger e il mistero di via Veneto, tra schizofrenia e servizi segreti

L’omicidio di Christa Wanninger è stato uno dei casi più mediatici e seguiti del periodo della Dolce Vita. Chi uccise veramente la “bella tedeschina”?

Sono passati esattamente 53 anni dall’omicidio di Christa Wanninger, modella e attrice tedesca uccisa a Roma il 2 maggio 1963. Un brutale omicidio, la cui rapidità si è scontrata con una lentezza giudiziaria durata più di due decenni.

409Christa Wanninger era subito stata battezzata la “bella tedeschina”. Si era trasferita da Monaco a Roma per coltivare il suo sogno di diventare un’attrice: con la sua bellezza teutonica pensava di poter sfondare nel mondo del cinema, nell’epoca d’oro della Dolce Vita. I piani non stavano andando nel migliore dei modi: dormiva in una pensioncina e la carriera stentava a decollare. Un nonnulla rispetto alla tragedia che successe quel 2 maggio.

02ChristabeGerdaChrista esce di casa per andare a trovare un’amica, anch’essa aspirante attrice, Gerda Hodapp. Raggiunge il palazzo di via Veneto intorno alle 14:30 e sale con l’ascensore fino al quarto piano. Si appresta a suonare il campanello – e forse lo fa, brevemente – quando viene colpita da una coltellata. Non riesce nemmeno ad accorgersi cosa sta succedendo che arrivano altri colpi. Saranno sette in tutto e mentre il suo assassino scappa per le scale Christa riesce a gridare. Accorrono i vicini, uno di loro incontra sulle scale un misterioso personaggio vestito di blu che dice: «Oh sì, c’è una donna che strilla». Il caso vuole che la custode stia consegnando dei documenti in un appartamento e colui che i media battezzeranno come l’“uomo in blu” lascia la scena del crimine senza farsi notare. L’attrice non arriverà mai all’ospedale: troppi i danni inferti dalle coltellate, che le avevano spappolato il cuore e il fegato.




christa wanningerI cronisti sul posto, ben prima dell’arrivo della polizia, cercano di contattare l’amica. Pensano sia stata uccisa anche lei ma dopo diversi tentativi Gerda Hodapp apre la porta di casa, visibilmente assonnata. Dice di aver dormito tutto il tempo ma alla notizia della morte dell’amica sembra quasi infastidita, tanto che nelle prime indagini risulterà indagata per favoreggiamento. Nemmeno due settimane di carcere però la convinceranno a parlare. Dopo alcune settimane le indagini si fermano, senza nessun sospettato. Il fidanzato infatti dimostra un alibi inattaccabile, così come il convivente della Hodapp.




imageLa prima svolta arriva un anno dopo, nel 1964. Un uomo chiama la redazione di Momento Sera, dice di essere «il fratello dell’assassino. Ho il suo diario, è tutto scritto lì. Mio fratello colpirà ancora, ha una lista di donne che vuole uccidere, bisogna fermarlo. Io vi aiuterò, ma bisogna muoversi con cautela». Il giornalista che riceve la chiamata, Maurizio Mengoni, capisce che c’è un fondo di verità e fa cenno ai colleghi di avvisare la Polizia. Trattiene al telefono l’anonimo informatore quel tanto che basta affinché la chiamata venga rintracciata. In men che non si dica i Carabinieri circondano il 35enne Guido Pierri ancora con la cornetta in mano in una cabina telefonica. La perquisizione del suo appartamento porta a una serie di evidenti indizi: coltelli, diari, disegni macabri di donne trafitte di coltellate e la minuziosa descrizione dell’omicidio di Christa Wanninger. Tuttavia nessuna prova risulta utile; Pierri dice di aver chiamato solo per voler fare un po’ di soldi e viene così scagionato.




Via Veneto, Roma
Via Veneto, Roma

Un’ulteriore svolta avviene nel 1971. È un il settimanale tedesco Quick a riportare in auge il caso di Christa Wanninger, ipotizzando un losco giro dietro la morte dell’attrice, che attraverso il suo lavoro sarebbe entrata in contatto con ricchi industriali e gente legata al SIFAR. Le teorie complottistiche cadono nel dimenticatoio e tre anni dopo tocca a Renzo Mambrini, ex maresciallo dei Carabinieri ed ex addetto stampa del generale De Lorenzo, iniziare a scrivere la parola fine su questa oscura vicenda. “Scrivere” è proprio il verbo corretto: Mambrini pubblica infatti un libro, Christa, in cui indica in Pierri il vero assassino. Le argomentazioni sono talmente convincente che la Procura riapre il caso. Si scopre che le prime indagini sono state deficitarie. Nessuno ha mai verificato l’alibi di Pierri, che si rivela inventato. Lo studio dei diari rivela inoltre particolari dell’omicidio mai pubblicati dai media tanto che Pierri viene arrestato. Una perizia – assolutamente tardiva – dice che l’artista è schizofrenico, incapace di intendere e di volere. Il 10 gennaio 1978 la Corte d’Assise lo assolve per insufficienza di prove ma nel 1985 la Corte d’Appello d’Assise lo giudica colpevole dell’omicidio di Christa Wanninger, a ben 22 anni dall’omicidio. Nel 1988 la Cassazione conferma la sentenza nonostante la colpevolezza sia basata sul semplice ricordo delle scritte nei diari, essendo questi andati distrutti. Nonostante la colpevolezza, Pierri resta libero: non va in carcere, perché all’epoca dei fatti era schizofrenico, e quindi incapace di intendere e di volere, e tantomeno in un ospedale psichiatrico, dato che nel frattempo risulta guarito, sano e non socialmente pericoloso. Nonostante la chiusura dell’inchiesta giudiziaria permangono i dubbi su un caso che ha sconvolto Roma e l’Italia intera per un quarto di secolo. E forse, come disse Pierri dopo la conferma dell’accusa, si sarebbero dovute percorrere tutte le strade possibili: «Non ci sto, non mi sono mai fatto un giorno di manicomio, mai preso un farmaco mi sono rifatto una vita. Perché non hanno indagato nel mondo di Christa?».

 

articolo di Nicola Guarneri

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Christa Wanninger e il mistero di via Veneto, tra schizofrenia e servizi segreti ultima modifica: 2016-05-02T15:11:27+00:00 da info@cronacaedossier.it

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