Caso Pantani, quella morte sintetizzata in 6 punti    

Dagli archivi di Cronaca&Dossier il resoconto tecnico e i dubbi su quella che poteva rivelarsi l’indagine risolutiva della Procura sul caso Pantani

 

1. Troppa cocaina

CocainaNel 2004 la Procura di Rimini incaricò il professor Giuseppe Fortuni di eseguire l’autopsia sul corpo del Pirata per un primo responso sul caso Pantani. Trascorsero due giorni prima che l’esame autoptico fosse eseguito. Dagli accertamenti a suo modo di vedere venne fuori un quadro tristemente chiaro e lineare.
La perizia che fu presentata alla Corte individuò in «un’intossicazione acuta da cocaina, con conseguente edema polmonare e cerebrale, la causa certa del decesso». Nel sangue di Pantani scorreva così tanta cocaina da non crederci.

Nel suo organismo c’era una quantità sei volte superiore a quella che in letteratura è considerata la dose letale minima; nel sangue “periferico” addirittura una concentrazione tredici volte superiore. L’esame del midollo mostrò una compatibilità con un uso cronico della sostanza. Le lesioni, undici in tutto, erano molto superficiali. Due le uniche di maggior interesse: una di forma triangolare nella regione parietale sinistra e un ematoma in corrispondenza del naso, senza fratture ossee. Si suppose che non fossero frutto di una colluttazione (perché assenti le classiche lesioni da difesa passiva o attiva), bensì la conseguenza del deliro da cocaina, accompagnato da allucinazioni visive e tattili, che colpì Marco Pantani prima del malore e la breve agonia. La concentrazione di antidepressivi e sedativi rinvenuta nel sangue era modesta, compatibile con l’uso terapeutico e con le stesse prescrizioni mediche. «I farmaci non hanno avuto alcun ruolo».
Non è assolutamente d’accordo con questa tesi il professor Avato. Nel caso Pantani il parere del consulente della famiglia si discosta dalle conclusioni prospettate all’epoca dal collega Fortuni. Tutti concordi sulle cause della morte ma nella nuova perizia le prime differenze di pensiero le ritroviamo dall’ora della morte: indicata tra le 10.45 e le 11.45, quasi in concomitanza alla seconda richiesta di aiuto. Il perito avrebbe spiegato che, dal punto di vista tossicologico, la quantità di droga trovata su Pantani, equivalente a diverse decine di grammi (paragonabile ai pacchetti ingeriti dai corrieri per eludere i controlli), risulterebbe una dose impossibile da mangiare o inalare per qualsiasi individuo. L’unico modo consisterebbe nel diluirla in acqua e farla bere a forza.




 

2. Quei segni tutti da interpretare

Eruzione cutanea da uso di droga.Per ciò che attiene alle undici lesioni, il professor Avato non ha molti dubbi: sono ferite compatibili con l’operato di terzi non quelli di un uomo in preda al delirio. Tuttavia, parlare di “compatibilità” in ambito forense può voler dire tutto e nulla: un fatto compatibile non è per forza “il fatto” accaduto, ma solo possibile.
Per questo motivo risultano interessanti, ma per ora non determinanti, le tracce sul polso sinistro e sulla regione del collo: la natura di quei segni è ancora tutta da stabilire in assenza di ulteriori riscontri. Per la nuova difesa sarebbe invece evidente il trascinamento del corpo durante il pomeriggio, quando il sangue uscito era ancora non essiccato, mentre all’ora ufficiale del ritrovamento del corpo (ore 20.30) il liquido ematico è praticamente essiccato.

Una traccia di sangue è anche lasciata da due palline bianche, grandi poco meno di una noce, trovate nei pressi del corpo (una poltiglia ricca di coca) quasi a far intendere che Pantani avesse mangiato quel composto. Un ulteriore elemento venuto alla luce dalla nuova relazione medico-legale sta a indicare come il corpo, secondo i filmati e le immagini, sia stato ritrovato poggiato sul fianco sinistro, in posizione leggermente obliqua con la parte destra più alta. Se la posizione fosse stata quella originaria, il polmone interessato dall’emorragia sarebbe stato il sinistro e non il destro, che dai rilievi autoptici è risultato pesare 200 grammi in più del sinistro.

3. Stupefacenti o “segreti”? Autopsia psicologica

Marco PantaniSecondo l’opinione di chi ha conosciuto Marco Pantani, in primis mamma Tonina, la condanna a morte del ciclista romagnolo coincise con la squalifica di Madonna di Campiglio. A tagliare le gambe a Pantani fu poi una seconda inchiesta che gettò nuove ombre sul personaggio. In un cestino dell’hotel di Montecatini, dove aveva soggiornato dopo una tappa del Giro d’Italia, i Carabinieri del NAS trovarono una siringa contenente insulina. Fu subito associata al Pirata. Scattò una squalifica di otto mesi.

Solo dopo si venne a sapere che non dormiva mai nella camera che gli era stata assegnata: per avere un po’ di privacy dall’assalto dei tifosi dormiva di solito in un’altra stanza.
La siringa fu trovata in un cestino del corridoio nei pressi di quella che doveva essere ufficialmente la sua camera. Intervistato sulla questione, rispose: «Oltre che da dopato mi fanno anche passare da deficiente, visto che avrei lasciato la siringa nel cestino». Sul reperto, ancora sigillato, non fu mai eseguito il test del Dna per appurare se davvero fosse stato lui a utilizzarlo.
Di certo ci furono le indagini di sette Procure e la sua immensa sofferenza a causa di quest’ulteriore vicenda. Poi, dopo la sua morte, venne assolto da ogni procedimento.
Si era sempre esposto per l’intero mondo del ciclismo, non solo per la sua squadra. Poi, alla fine, lo  lasciarono solo. Preferirono averlo sempre su una bicicletta piuttosto che aiutarlo a curarsi.
Marco era malato da tempo, forse da sempre, ma le priorità erano altre. Non era un uomo bensì una macchina da soldi e questo bastava.




 
In alcune pubblicazioni si parla di un uomo affetto da disturbi anti-sociali, deliri narcisistici e ossessivi, una persona psicologicamente instabile. Esisterebbe una non ufficiale perizia psichiatrica, condotta nel 2002 da un’equipe di medici di Reggio Emilia, in cui si rileva che Pantani soffriva di patologie mentali facilmente diagnosticabili e, con ogni probabilità, presenti già nell’età adolescenziale. Si parla di disturbi che non hanno alcuna relazione con l’abuso di cocaina o lo stress da primato. Anche se Pantani avesse fatto una vita ordinaria, i problemi sarebbero emersi ugualmente; di certo il peso della sua carriera avrebbe influito, di fatto peggiorando le cose.
Nel macabro gioco di vestire Marco Pantani di questo o quell’epiteto (dopato, drogato, truffatore) l’unico elemento certo è che ci troviamo di fronte ad una personalità sensibile e molto fragile, che non ha mai fatto mistero dei suoi sbagli o dei suoi limiti o della convivenza tra vita e sofferenza. Se sia stato vittima di uno spietato assassino o carnefice di se stesso questo saranno le nuove indagini a dirlo. Oggi possiamo parlare di una vittima rispetto a chi gli forniva gli stupefacenti, vittima di chi gli forniva le sostanze dopanti e vittima di chi gli forniva falsa fiducia e falsi sentimenti per un proprio tornaconto. Alla radice una vittima, all’occorrenza un debole tossicodipendente.
Tuttavia, Marco dava fastidio a molti perché quello che pensava diceva. Proprio per questo diventa difficile pensare che possa avere custodito “grandi segreti” a distanza di tempo dallo scoppio dello scandalo al Giro. Avrebbe di certo parlato subito.
Dunque, se delitto è stato, davvero aveva rivelazioni da fare? Forse la morte è da collegare a fatti direttamente legati al mondo degli stupefacenti o unicamente alla sua vita privata?

4. Troppe anomalie

Radiografia corriere della droga, con capsule interne.Il delirio eccitatorio è un quadro di comune riscontro tra coloro che muoiono a causa di tossicità da cocaina. Nei soggetti colpiti da tale forma si ha l’immediata comparsa di un comportamento bizzarro e violento, che include aggressività, iperattività, paranoia, energia inaspettata e/o grida incoerenti.
Tutto questo precede l’arresto cardiorespiratorio. Sarebbe questo il riassunto delle ultime ore di vita del Pirata, prima dell’overdose, anche se nella ricostruzione degli eventi il quadro non appare del tutto nitido. L’esposto presentato, spiega De Rensis, «è una rilettura, un esame degli atti d’indagine e processuali.

Ci sono state molte mancanze, molte lacune, accertamenti non fatti e una tesi seguita poche ore dopo la scoperta del corpo di Marco mai più abbandonata e che credo vada invece assolutamente rivisitata». Che cosa sia successo in quella camera continua a essere un mistero. Tralasciando per un attimo i rilievi autoptici.

Nelle tasche di Marco furono rivenute le chiavi della Mercedes, che in realtà dovevano essere in mano alla sua manager, cui era stato chiesto di vendere l’auto. Così come alcuni giubbotti, che dovevano essere a Milano, rinvenuti invece in camera, a Rimini. Ciò fa supporre che Marco non fosse solo. Nella stanza sono stati ritrovati in un cestino i resti di cibo cinese che però Pantani non ha mai ordinato.
Come si può spiegare se, stando alla ricostruzione iniziale, non c’era nessuno con il Pirata? Il titolare della pizzeria che si trovava nei pressi del Residence aveva raccontato di avergli portato un’omelette al prosciutto la sera prima del ritrovamento del corpo. L’uomo ebbe l’impressione che dentro la stanza ci fosse qualcuno, forse una donna, poiché si trattava della vigilia di S. Valentino.
E nel caso Pantani anche quei forti rumori provenienti dalla camera oggi a indagine aperta si trasformano in «rumori leggeri – afferma Marco, nuovo testimone che alloggiava accanto quella sera -. Le pareti erano sottili, l’edificio era datato e sprovvisto di un adeguato isolamento acustico». Quindi quel Pantani in preda a delirio avrebbe addirittura fatto tutto in sordina. Tesi difficile da sostenere.
Inoltre, a dieci anni di distanza dall’inizio del caso Pantani ci si domanda come mai Marco telefonò per due volte alla reception, chiedendo di chiamare i Carabinieri: perché in camera c’era qualcuno che gli dava fastidio? Perché nessuno s’interessò attivamente alle richieste di un personaggio come lui? Domande senza risposta giacché sia le numerose telecamere di sorveglianza dell’albergo, sia quelle della vicina farmacia quel giorno, inspiegabilmente, non funzionarono.

5. L’operato della Polizia

000Nessuna immagine di chi entrò in quella camera fu catturata. La matassa s’ingarbuglia quando ci rende conto che non esiste un verbale delle prime persone entrate all’interno della scena del crimine. Negli anni, più volte, è stato messo sott’accusa il modus operandi della Polizia, si è parlato di negligenza sin dai primi accertamenti. Dai video è possibile notare come nel caso Pantani la scena è stata rapidamente inquinata senza che fossero compiuti rilevamenti fondamentali come la ricerca d’impronte digitali. Secondo Philippe Brunel (autore del libro Gli ultimi giorni di Marco Pantani) c’è stata una precisa volontà di chiudere rapidamente il caso etichettandolo come overdose. Come se non bastasse, cosa si nasconde dietro la misteriosa telefonata ricevuta da un imprenditore di Rimini poco prima delle 21.00 e partita sempre dal residence “Le Rose”, mentre il corpo di Pantani veniva scoperto? L’uomo stava cenando con Elena Korovina, ex amante di Marco. Una voce al telefono gli chiese se era lui Pantani e poi riagganciò ma la telefonata durò circa 40 secondi.




 

6. Da dove ripartire

CrackL’esperienza insegna che il profilo della vittima non è vincolante, in termini assoluti, ai fini dell’accertamento della verità. Sebbene tossicodipendente, Pantani potrebbe essere stato vittima di un delitto, di un malore o di un suicidio con lo stesso grado di probabilità. Ciò che fa la differenza sono gli elementi concreti che contraddicono l’ipotesi di suicidio o malore accidentale. I veri punti che rimettono in discussione la verità sul caso Pantani sono legati soprattutto alla quantità di cocaina ingerita e alle anomalie che riguardano gli attimi che precedono la morte del Pirata, specie in merito alla possibilità di una o più persone in stanza con Pantani. In mezzo troviamo elementi discutibili e ancora privi di certezze.
Anche gli stessi segni sul corpo della vittima potrebbero avere spiegazioni diverse, tanto più che la nuova consulenza si basa sulle immagini e non sulla visione diretta delle stesse in fase autoptica. Quest’ultimo punto potrebbe essere un limite non da poco. Tanto più che, per verificare tali segni sul corpo, una nuova autopsia sarebbe del tutto inutile.
L’ipotesi del delitto resta pertanto ancora debole. L’unica possibilità per affermare l’ipotesi omicidiaria potrebbe emergere dai tabulati per scoprire cosa vi fosse dietro la frenesia delle telefonate degli spacciatori, pochi minuti dopo la morte di Pantani.
Intanto la Procura ha ritenuto di iniziare seriamente a indagare per omicidio volontario, come richiesto dalla famiglia del Pirata. Senz’altro da qui si riparte prima di archiviare per sempre il caso Pantani.

Questi i dubbi sul caso Pantani che avrebbero potuto portare ad una soluzione. Invece qualche mese dopo la pubblicazione del presente servizio sulla vicenda, la Procura di Rimini decide di chiedere l’archiviazione del caso Pantani, addirittura ipotizzando che non può escludersi la possibilità di un atto suicidiario. Ad oggi i dubbi qui esposti rappresentano interrogativi destinati a rimanere nel tempo elementi essenziali in contrasto con l’idea che non vi furono terzi a cagionare la morte dell’indimenticabile Marco Pantani.

a cura di Alberto Bonomo  @elalaned

 

 

Caso Pantani, quella morte sintetizzata in 6 punti     ultima modifica: 2016-01-14T12:00:06+00:00 da info@cronacaedossier.it

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