Caso Orlandi, pregi e difetti di una commissione d’inchiesta

Importante iniziativa nel caso Orlandi: una Commissione potrebbe avere il compito di fare luce, ma quale strada seguire per arrivare alla verità?

Caso OrlandiUn’idea meritevole. A patto di realizzarla come si deve. Presentata martedì 17 ottobre con una conferenza stampa alla “Sala Nassirya” del Senato della Repubblica, la proposta d’istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sul caso di Emanuela Orlandi, avanzata ufficialmente dal portavoce al Senato del Movimento 5 Stelle onorevole Vincenzo Santangelo, è in astratto apprezzabile e condivisibile, se si vuole arrivare alla verità sulla scomparsa della quindicenne cittadina vaticana, avvenuta a Roma il 22 giugno 1983. Perché una commissione parlamentare ha poteri equivalenti a quelli della magistratura con il vantaggio di render pubblici i risultati dei suoi lavori. Calare dunque sul tavolo di quest’inestricabile mistero una carta di tal valore, equivale a giocarsi l’asso di denari.

Fin qui la teoria. Lodevole. E che avrà bisogno dei dovuti presupposti affinché, nella pratica, possa tradursi in un’iniziativa di successo. Sennonché, dai segnali emersi durante la conferenza, il raggiungimento dei risultati sperati sembrerebbe ancora lontano.

documentiA far dubitare, innanzitutto, lo scopo dei lavori dell’eventuale commissione, fissato nell’individuazione degli impedimenti e dei condizionamenti che per un trentennio hanno ostacolato il lavoro degli inquirenti. Tradotto in termini più semplici, individuare “chi” e “perché” depistò le indagini. Un obiettivo che, benché abbia un’anima nobile alla luce dei soggetti più disparati che hanno imperversato sulla scena del caso, al momento riveste un’importanza secondaria rispetto alla scoperta di quel che accadde a Emanuela Orlandi. E il motivo è presto spiegato.

Di quel che le successe, incominciando proprio da quel 22 giugno, si sa ben poco. Se non che fu vista per l’ultima volta su corso Rinascimento insieme a una compagna della scuola di musica. Stop. Per il resto, non sappiamo: chi la portò via; dove, esattamente, la “prelevò”; se fosse, o meno, sola sulla macchina dove si presuma sia salita. Uno scenario davanti il quale, ancor prima di cercare chi non volle la verità, una commissione parlamentare dovrebbe cercare proprio quella verità.

Mehmet Alì Agca
Mehmet Alì Agca

Spostandosi poi dal piano programmatico a quello operativo, l’ipotetica commissione non dovrà battere piste già percorse senza successo dalle indagini giudiziarie (legate alle dichiarazioni di Alì Agca, Sabrina Minardi e Marco Fassoni Accetti), bensì preoccuparsi d’illuminare le zone d’ombra ancora gravanti sulla vicenda. Come? Intanto, studiandola a fondo, nei particolari. Alla “Nassirya” è stato detto che Emanuela fu cercata soltanto dopo l’appello di Wojtyla e la richiesta di uno scambio con Alì Agca (rispettivamente, 3 e 5 luglio 1983) quando, invece, già tra il 25 e il 27 giugno 1983 la Squadra Mobile della Questura di Roma aveva steso tre pagine di relazione in merito agli accertamenti investigativi svolti dopo la denuncia di sparizione presentata dalla famiglia (23 giugno).

Il Papa con Alì AgcaPremesso ciò, si dovrà individuare quella studentessa della “Da Victoria” – particolare trovato ed evidenziato dal sottoscritto nell’inchiesta dedicata alla vicenda – inspiegabilmente mai identificata nonostante la sua esistenza fosse nota fin dalla sera della scomparsa. A seguire: rintracciare e sentire tutti i contatti presenti nel diario di Emanuela Orlandi, in buona parte trascurati quando, invece, c’è chi avrebbe qualcosa d’interessante da raccontare. Successivamente, esplorare a fondo gli ambienti frequentati dalla ragazza, cominciando dal territorio di appartenenza, cioè il Vaticano, inteso sia come ambiente ecclesiastico (i sacerdoti del tempo ancora in vita), sia come circuito sociale (le amiche silenti). Infine, accertare il contenuto di due intercettazioni sul fronte della Banda della Magliana: una ambientale, relativa a un presunto seppellimento del corpo della Orlandi a Torvajanica, e un’altra telefonica, inerente il possibile coinvolgimento nel cold case di uno dei tanti elementi orbitanti il criminoso sodalizio.

In poche parole, qualora fosse istituita, la commissione dovrebbe fare quello che non è stato fatto dagli organi inquirenti. Al contrario, se il suo modus operandi ne dovesse essere una replica, un copia e incolla con l’effigie della politica, l’asso di denari ha ottime probabilità di trasformarsi in un altro, insopportabile, due di picche.

articolo di Tommaso Nelli

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Caso Orlandi, pregi e difetti di una commissione d’inchiesta ultima modifica: 2017-11-05T00:25:34+00:00 da info@cronacaedossier.it

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