Caso Moro, una storia da riscrivere?

Interrogatori, reperti e storie intrecciate sono alcuni degli elementi analizzati dalla recente Commissione Fioroni che indaga sul caso Moro

 

Giuseppe Fioroni, presidente della Commissione Moro
Giuseppe Fioroni, presidente della Commissione sul caso Moro

Quando capita di pensare ai tanti misteri dell’Italia moderna, come il caso Moro, potremmo immaginare il quadro di un amore malato. Una di quelle storie in cui chi sta dentro conosce il male ma fa finta di non capire. Non si agisce, si cela il marcio, si subisce e la paura diventa sopravvivenza, la paura diventa il nostro bene, o il bene di chi ci sta vicino. Una visione talmente tragica da suscitare comprensione e compassione. Ma se il quadro davanti a noi non parlasse di amore ma d’interesse? Se il silenzio fosse semplicemente bieco utilitarismo senza morale? Sono passati poco meno di quarant’anni ma sono sempre di più i tasselli, in precedenza non valutati o valutati male, del sequestro Moro che si vestono di certezza agli occhi dei membri della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni.

Punti cardinali degli studi condotti su infinite colonne di carta, atti e dichiarazioni a detta della Commissione sono: la presenza di due boss della ‘ndrangheta in via Fani durante il rapimento; la contestuale presenza di alcuni esponenti della RAF (Rote Armee Fraktion) del terrorismo tedesco e alcune stranezze, sul ruolo e sulla cattura di Valerio Morucci e Adriana Faranda in viale Giulio Cesare a Roma. Gli esponenti della mala calabrese accennati sono Antonio Nirta e Giustino De Vuono; i due sarebbero stati riconosciuti in numerosi rilievi fotografici contestuali al rapimento, così come la presenza dei terroristi tedeschi.

 

Raffaele Cutolo, 1986
Raffaele Cutolo, 1986

Ad oggi particolare credito sembra avere la pista secondo la quale vi sarebbero state fitte e segrete trattative per il commercio di armi (come accennato da Raffaele Cutolo nelle ultime dichiarazioni sul caso Moro, boss della Nuova Camorra Organizzata detenuto dal 1979). Rimane poco chiaro anche il ruolo di Tullio Olivetti, proprietario di un bar in via Fani, nel 1977 indicato come trafficante di armi salvo poi vedere finire con un nulla di fatto l’indagine e le accuse mosse contro di lui. La storia ci racconta che la cattura di Valerio Morucci e di Adriana Faranda, realizzata con l’irruzione della DIGOS nell’appartamento romano di viale Giulio Cesare 47 di proprietà di Giuliana Conforto. Si giunse all’arresto grazie a un informatore, titolare di una concessionaria di auto che un giorno riferì della presenza di Morucci e Faranda nell’autosalone; il primo riconosciuto in quanto cresciuto nello stesso condominio di uno dei due soci della concessionaria. Quindi una volta avvertiti i vertici della Questura da lì a poco il passo è breve prima di giungere al covo di viale Giulio Cesare.

 

Strage di via FaniApparentemente tutto lineare e trasparente ma in verità resta da chiarire il ruolo di Giorgio Conforto, l’uomo che, così come riportato dalle parole di Francesco Cossiga, per difendere il Partito Comunista Italiano dalle accuse di collusione con le Br e per tutelare la vita della figlia (che abitava con Morucci e Faranda) denunciò segretamente i due personaggi. Fece ciò perché la figlia, un’extraparlamentare non comunista, non sapeva nulla, sapeva esclusivamente che il ragazzo e la ragazza erano simpatizzanti di sinistra.

 

 

Antonio Nirta all'epoca del caso Moro
Antonio Nirta all’epoca del caso Moro

Quando Giorgio Conforto capì chi erano le persone che vivevano in casa della figlia, contattò il capo della mobile Fernando Masone. All’ipotesi che sarebbe stato l’uomo a “vendere” i due brigatisti, si sovrappone la convinzione diffusa tra i commissari che gli stessi terroristi decisero di consegnarsi nell’ambito della trattativa in corso. Nuovi inquietanti particolari, invece, saltano fuori dalle recenti dichiarazioni del boss Raffaele Cutolo. Alcuni mesi fa innanzi ai pm di Roma l’uomo sostenne di essere stato non di molto distante dall’intervenire per la liberazione di Aldo Moro dalle mani delle Brigate rosse ma che l’azione fu annullata a seguito di “un ordine” giunto proprio da Roma attraverso la bocca di Enzo Casillo, suo braccio destro e latitante, che circolava con una tessera dei servizi segreti in tasca; «i suoi amici dissero di farci i fatti nostri» queste le parole di Cutolo. Armi, legami e nuove ipotesi si susseguono mese dopo mese, ma la verità sul caso Moro sembra ancora lontana, probabilmente con molti particolari che ormai si sono persi nel tempo, delegati solo alla memoria di pochi uomini restii a parlare.

 

 

articolo di Alberto Bonomo

 

Segui Cronaca&Dossier con un Mi Piace su Facebook e Twitter, oppure unisciti al canale Telegram

Caso Moro, una storia da riscrivere? ultima modifica: 2016-09-15T20:14:27+00:00 da info@cronacaedossier.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

La realtà fa notizia, aiutaci a condividerla. Seguici con un Mi Piace!