Caso Moro, covo segreto vicino via Fani come disse Licio Gelli

 

Nei mesi scorsi Cronaca&Dossier aveva portato alla ribalta un’intervista di Licio Gelli sul caso Moro in cui si prospettava quest’ipotesi

Potrebbe esserci una svolta, non così inattesa e sicuramente tardiva, nelle indagini sul caso Moro, affrontato – forse – per la prima volta in maniera seria da una Commissione all’altezza. Pare infatti che vicino a via Fani sia stato trovato un covo segreto delle BR «di cui non si era mai parlato» scrivono i maggiori quotidiani. Ebbene, forse qualcuno l’aveva già detto.




morto licio gelliEra il 19 dicembre 2015 quando Cronaca&Dossier usciva con un pezzo dal titolo Gelli disse del sequestro Moro: «Da via Fani portato a 150 metri». Erano passati solo quattro giorni dalla scomparsa di Licio Gelli, ex-capo della P2 e personaggio invischiato nei peggiori meandri degli ultimi sessant’anni di storia italiana. Il passato remoto del titolo è spiegato con il fatto che Gelli rese quell’intervista nel lontano 2011 e restò inedita in Italia fino allo scorso dicembre, quando fu mandata in onda su La7 durante una puntata di Bersaglio Mobile, condotta da Enrico Mentana.

Aldo MoroGelli era stato abbastanza chiaro sull’accaduto: «Secondo me Aldo Moro fu portato a 100-150 metri da via Fani, in uno di quei garage sotterranei e lì tenuto per una decina di giorni». Secondo l’ex-leader della P2 il covo sarebbe servito per non rischiare di muovere Moro in un periodo di alta tensione. Solo dopo qualche giorno sarebbe stato trasferito in un nascondiglio più lontano. Ebbene, a quasi quarant’anni dalla vicenda – e a cinque dall’intervista di Gelli – la Commissione Moro sembra essere arrivata a conclusioni simili. Le Brigate Rosse avevano un covo vicino a via Fani, precisamente in via Licinio Calvo; non proprio a 150 metri di distanza come suggerito da Licio Gelli, ma comunque nelle vicinanze, a 1,8 chilometri dal luogo del sequestro. Un appartamento, o perlomeno un garage che il senatore Miguel Gotor si sente ottimista di poter trovare: «Abbiamo un rapporto della Guardia di Finanza sull’attività svolta nei giorni del sequestro in base al quale apprendiamo che una “fonte riservata” ritenuta molto affidabile (in gergo B/1) aveva avvertito che “le 128 dei brigatisti sarebbero state inizialmente parcheggiate in un box nelle immediate vicinanze di via Licinio Calvo”». L’appartamento doveva avere caratteristiche ben precise: per evitare spiacevoli incontri e mandare tutto all’aria per un dettaglio, un requisito fondamentale era un ascensore che collegasse l’appartamento – che era tra il 5° e il 7° piano – direttamente con il garage. Così si spiega l’ottimismo del senatore Gotor: «Quanti appartamenti possono esserci proprio in quella strada con caratteristiche così precise?».




Pasquale_Iantoschi-Aldo_MoroNonostante il lungo depistaggio avvenuto sul caso Moro e la – quantomeno – fuorviante ricostruzione proposta dal memoriale Morucci-Cavedon, queste scoperte arrivano comunque con colpevole ritardo. Non è stato solo Licio Gelli ad ipotizzare un covo prossimo a via Fani negli anni scorsi. Facendo qualche passo indietro suonano almeno due grossi campanelli d’allarme sul covo delle BR. Il primo, è quello del giornalista Mino Pecorelli, ora è proprio il caso di dirlo, cinquant’anni avanti a tutti: era il 16 gennaio 1979 quando tramite le pagine di OP Pecorelli sosteneva l’esistenza di un garage nelle vicinanze di via Fani per nascondere le auto utilizzate per l’operazione. Un paio d’anni dopo, il secondo campanello: è l’ex capo del Sisde Emanuele De Francesco a supporre l’esistenza di un luogo con «caratteri di extraterritorialità», probabilmente il primo covo in cui venne tenuto Moro, nei pressi della via in cui erano state ritrovate le vetture utilizzate. Che via era? Ovviamente via Licinio Calvo.




Aldo_moro_ritCome già detto, sicuramente il memoriale Morucci-Cavedon ha creato non pochi problemi alla ricostruzione del caso Moro. Solo oggi la Commissione è riuscita a escludere l’utilizzo di un furgone: «La valutazione complessiva dei dati obiettivi e delle fonti dichiarative comporta la definitiva svalutazione sia del prospettato trasbordo di Moro a bordo di un furgone in piazza Madonna del Cenacolo, luogo aperto e ben visibile, quindi in condizioni di estrema rischiosità, sia del successivo trasferimento della 132 in via Licinio Calvo, come descritto nel “memoriale”: via Licinio è distante da piazza Madonna del Cenacolo. Pertanto diventa poco credibile la ricostruzione di Morucci, mentre si pone l’interrogativo di quando e dove lo statista venne tratto fuori dalla 132, visto che in un momento anteriore e prossimo alle 9:23 quell’auto venne abbandonata».

Non resta quindi che attendere la conclusione delle ricerche delle forze dell’ordine. Certo, sarebbe tragicomico se tra qualche mese la Commissione ipotizzasse il coinvolgimento del bar Olivetti nel caso Moro, così come in un servizio del 23 gennaio avevamo ipotizzato titolando Aldo Moro fu nascosto a via Fani come disse Gelli? Il ruolo del bar Olivetti.

 

articolo di Nicola Guarneri

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Caso Moro, covo segreto vicino via Fani come disse Licio Gelli ultima modifica: 2016-03-02T12:06:23+00:00 da info@cronacaedossier.it

One thought on “Caso Moro, covo segreto vicino via Fani come disse Licio Gelli

  • 1 agosto 2018 at 22:01
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    Esattamente a 150 metri da via Fani si trova una palazzina sita in via Stresa 117 (con garages al civico 119). All’epoca della strage di Via Fani (16.3.1978) l’immobile dove abitava il colonnello D’Ambrosio che ricevette proprio quella mattina la visita inaspettata del colonnello Guglielmi del Sismi, sito in via stresa n.117, era una palazzina in uso a personale militare. La palazzina è composta da 10 appartamenti con relativi garages.
    Da quanto riportato negli elenchi telefonici dell’epoca emerge che gli appartamenti sono stati negli anni precedenti il 1978 in uso a vari personaggi militari di rilievo quali il Guglielmi, il gen. Siro Rossetti (P2) e Podda (Gladio).
    Dalla documentazione riportata in questo articolo
    http://www.sedicidimarzo.org/2017/05/era-e-una-palazzina-della-difesa-quella.html
    emerge la conferma che la palazzina sita in via Stresa 117 anche pochi anni fa era ancora in uso a personale militare. Inoltre da ricerche svolte al catasto l’immobile in questione sembrerebbe non censito. Probabilmente si tratta di un immobile del demanio militare e/o intestato ad apparati dello Stato.
    Nelle indagini a suo tempo svolte dalle forze dell’ordine subito dopo il rapimento di Aldo Moro, documentazione riportata nei volumi della prima commissione Moro (volume 30 pag. 389), furono sentiti tutti gli abitanti di via Stresa, ma c’è un vuoto proprio per quanto riguarda le testimonianze degli abitanti di via Stresa 117. Nessuno fu sentito/interrogato.
    Nonostante gli sforzi del deputato Gero Grassi componente della Nuova Commissione Moro, che nell’audizione del 23.5.2017 di Paolo Inzerilli (Generale, già Capo di Stato Maggiore del Sismi e già Comandante di Gladio) ha cercato di far luce sull’immobile di via stresa 117, non risulta che la Nuova Commissione Moro abbia svolto accertamenti in merito.
    Sarebbe stato utile:
    1) accertare la proprietà dei 10 appartamenti siti in Via Stresa 117 e relativi garages siti in Via Stresa 119;
    2) individuare all’epoca della strage di Via Fani chi avesse in uso gli appartamenti e garages;
    3)’ interrogare gli interessati in merito a quanto visto quella giornata, anche con riferimento alla presenza del Guglielmi in visita al D’Ambrosio;
    4) verificare se gli appartamenti e garages potevano avere caratteristiche tali da costituire una prima prigione del rapito Aldo Moro. Quest’ultimo aspetto in considerazione delle affermazioni di Licio Gelli che nell’ultima intervista rilasciata del novembre 2011, asserisce che la prima prigione di Moro sarebbe stata a 150 metri dal luogo del rapimento.

    Uno degli aspetti a sfavore della ipotesi che un appartamento di via stresa 117 sia stata la prima prigione di Moro è la testimonianza del sig. Antonio Buttazzo, autista dell’ing. Pellegrini dirigente dell’Italstat, che tentò l’inseguimento dell’auto dei brigatisti.
    Sulla sua testimonianza emergono però delle pesanti ombre che sono state portate all’attenzione della Nuova Commissione, come evidenziato dal link sottoriportato:
    http://www.gerograssi.it/cms2/index.php?option=com_content&task=view&id=16855&Itemid=158

    In tutta la vicenda della strage di via fani va inoltre considerata la presenza di ulteriori grosse zone grigie, che esulano dall’attività delle brigate rosse, costituite da:

    – quanto emerso nell’audizione del 9.6.2016 del poliziotto ADELMO SABA che ha dichiarato che il 16.3.1978 venne messo forzatamente in ferie e che quella giornata non venne così svolto l’usuale servizio di verifica (bonifica) preventiva di presenza di auto e persone sospette nel percorso seguito dal convoglio dell’onorevole Moro, servizio svolto in borghese e con auto normale (senza livrea della polizia). E di questo non si può certo dare la colpa alle Brigate Rosse,

    – altro aspetto invece non chiarito ne dalla precedente che dalla attuale Commissione è l’assenza dei brogliacci delle comunicazioni tra l’auto di scorta a Moro e la sala operativa del Viminale che coordinava e guidava il servizio scorte. Sono spariti i brogliacci solo del 16.3.1978 e di questo aspetto nessuna nuova dalla Commissione. Mi pare gravissimo. Ne sulla sparizione nè sulle eventuali responsabilità. Anche questo fatto non può certo essere addebitato alle Brigate Rosse.

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