Caso Marta Russo, una storia con troppe anomalie

Nel libro del giornalista Mauro Valentini raccolti gli indizi e le testimonianze che suscitarono più clamore sulla morte di Marta Russo

 

Mauro Valentini
Il giornalista Mauro Valentini

Fra testimonianze e indizi il caso Marta Russo continua a far parlare di sé soprattutto alla luce del libro Il mistero della Sapienza (Sovera Edizioni) appena pubblicato dal giornalista Mauro Valentini. Una storia controversa che pone ancora la fatidica domanda: furono giuste le condanne a carico di Scattone e Ferraro?

Il libro inizia in modo “anomalo”, cioè non partendo dal caso Marta Russo ma dalla morte di Giorgiana Masi. Perché? «Perché quella morte assurda, come assurda è stata quella di Marta, fu evocata subito come possibile pista politica dal pm Lasperanza, in quanto cadeva quasi nel ventennale quel giorno in cui Marta Russo è stata colpita. Ma soprattutto, 9 mesi dopo la sua morte fu rinvenuta nei bagni del rettorato della Sapienza una pistola calibro 22, compatibile sia con quella che ha ucciso Giorgiana Masi sia con quella utilizzata per uccidere Marta. Coincidenza incredibile, direi. Si parlò molto di quella pistola, ma non si riuscì a determinare nessun collegamento certo. Eppure, quella pistola con la matricola abrasa e nascosta in un passamontagna ha lasciato non pochi dubbi».

Luogo nel quale è avvenuto lo sparo
Luogo nel quale è avvenuto lo sparo

Una pista che ha sempre destato curiosità è quella relativa alla Pul.Tra e alle armi rinvenute. Può dirci cos’era la Pul.Tra e perché alla fine quella pista venne abbandonata dagli inquirenti?

«La Pul.Tra era la società che si occupava delle pulizie del perimetro dove è avvenuto lo sparo. Nel deposito della società furono trovati dei bossoli e delle scalfitture sul muro segno inequivocabile di prove di sparo. La Digos in un’informativa di pochi giorni dopo lo sparo scrisse apertamente che quella poteva esser la pista giusta e di cercare in quell’ambito. Però poi quella pista che appariva la più logica fu abbandonata, anche per le dichiarazioni degli operai della ditta che ammisero di avere delle armi seppur artigianali e di aver provato in quei luoghi alcune pistole. Se mi chiede perché rispondo che non c’è un perché. Si ritenne che le pistole trovate in casa di almeno due operai non fossero compatibili e questo bastò a chiudere le indagini contro di loro. Come se si potesse sperare che chi avesse sparato e ucciso Marta poi riportasse a casa l’arma».

 

libro marta russoLei ha avuto modo di leggere la documentazione relativa al caso. Ritiene che il proiettile, prima di impattare con il cranio di Marta Russo, abbia avuto un precedente impatto? «No, direi proprio di no. Il colpo ha raggiunto la testa di Marta penetrando secondo la perizia medico-legale in maniera perfetta, quindi integro nella sua forma, frantumandosi  poi nella teca cranica in più di 10 parti, segno che era un proiettile non incamiciato, fragile nella sua consistenza e che, qualora avesse colpito un altro oggetto prima si sarebbe frantumato salvando la vita alla ragazza».   

Un altro motivo che rende il caso interessante a livello accademico è relativo allo Stub. Ritiene attendibili le tracce di Residui dello sparo rinvenute dalla Polizia scientifica? «Lo stub è l’elemento da cui parte l’inchiesta che porterà a localizzare il luogo dello sparo nell’Aula 6. Ma quella particella di Bario e Antimonio trovata sul davanzale della Sala Assistenti sarà poi giudicata da tutti gli altri periti, intervenuti nelle successive perizie, non come residuo di colpo d’arma da fuoco ma come possibile elemento dovuto allo smog o a residui di freni meccanici. Quella stessa particella fu trovata anche in altre finestre nei primi giorni dopo lo sparo, e tre anni dopo durante un altro rilievo per una perizia nel processo d’Appello. No, a parer mio non era una prova attendibile, ma fu decisiva perché concentrò le indagini in quell’aula».

Giovanni Scattone all'epoca dei fatti
Giovanni Scattone all’epoca dei fatti

Nel 1998 in questa storia compare anche lo scrittore Andrea Camilleri che commenta un’arma rinvenuta nel bagno del Rettorato. Perché racconta di Camilleri? Ma soprattutto, per Lei la Beretta calibro 22 rinvenuta in quel bagno potrebbe essere la pistola che ha ucciso Marta Russo? «Già, quella pistola di cui si è parlato prima. Camilleri si chiese da arguto osservatore come mai quella pistola era stata ritrovata a seguito di una riparazione per una perdita, ipotizzando che quel guasto fosse stato creato ad arte proprio per far ritrovare l’arma. E fece un paragone sinistro e calzante con il ritrovamento del covo delle B.R. in via Gradoli a Roma, affermando in un’intervista che se fosse stato Montalbano ad investigare avrebbe chiamato un esperto idraulico per valutare la dolosità del guasto prima di chiamare un esperto d’armi».

 

 

Salvatore Ferraro nel 2015
Salvatore Ferraro nel 2015

Si è sempre ipotizzato l’uso di un silenziatore applicato all’arma che ha fatto fuoco. Qual è il suo parere nel merito della dinamica balistica e qual era, secondo Lei, la posizione della testa della vittima al momento dello sparo? «La posizione della testa di Marta è semplicemente non ipotizzabile. Lo scrivono tutte le perizie, che infatti ammettono come possibili punti di sparo tante altre finestre oltre quella dell’Aula 6, ritenuta da una perizia altamente improbabile ma non impossibile. La testa di Marta si muoveva, parlava con l’amica Jolanda, c’era il sole di fronte, aveva appena incrociato lo sguardo di un ragazzo che le aveva sorriso. Un piccolo spostamento di pochi gradi verso destra o verso sinistra avrebbe determinato una variabile che di fatto rese impossibile appunto ogni valutazione. Eppure, nonostante questa logica valutazione, si fecero tante perizie tutte spettacolari, con i laser e caschetti luminosi indossate da modelle della stessa altezza della vittima. Un dispendio di energie che la Cassazione sentenziò poi del tutto inutile, rimandando alle sole testimonianze la valutazione dei colpevoli. Sul silenziatore, posso rispondere che è molto probabile si sia utilizzato, ma neanche questo si può dire con certezza, dal momento che quel colpo seppur descritto come un “tonfo” non forte, fu udito dall’amica Jolanda e descritto dalle testimoni chiave, Maria Chiara Lipari e Gabriella Alletto. Gabriella Alletto che però nella sua descrizione dettagliata, 35 giorni dopo lo sparo, dirà che la pistola che vide non aveva nulla sulla canna».

 

targa marta russoUn capitolo a parte meritano le testimonianza alternatesi nel caso. A ciascun lettore il “piacere” di imbattersi nell’intricato puzzle, ma in questa sede rovesciamo la classica domanda: piuttosto che dirci se qualcuno ha mentito, secondo Lei c’è qualcuno che ha detto tutta la verità? «Domanda interessante ed insidiosa, visto che alla fine le tre testimoni principali sono state credute in primis proprio dai giudici chiamati a decidere. Tre donne, tre testimoni così diverse tra loro per cultura, estrazione e coinvolgimento all’interno della struttura universitaria. Però posso dare una mia valutazione frutto di una lettura attenta delle carte e dire che molto probabilmente una ha detto cose che non ha visto, una ha detto cose che ha creduto di aver visto, l’altra infine, ha visto così poco e che quel poco non sarebbe stato sufficiente, da solo, ad assurgere a elemento di prova. Ma sono mie valutazioni, le valutazioni di chi ha riletto e incrociato i verbali delle loro testimonianze rese nel tempo».

 

marta russoIl libro restituisce i colori ad una storia piena di luci e ombre e l’impressione è che il caso sia meno chiuso di quello che sembra. Sentenze a parte, Lei pensa che la condanna di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro sia un punto certo e oggettivo o  questa storia è da riscrivere? «La sentenza è definitiva. In questo senso direi chiusa, con due colpevoli. Però questa storia presenta a mio giudizio molti, troppi punti oscuri e mai chiariti. Nella mia ricerca ne ho contati ben 18. Possibile mi sono chiesto più volte nel corso delle mie ricerche, che quello che ho riletto e raccontato nel mio libro sia stato ritenuto non determinante per ribaltare la verità giudiziaria in questi 13 anni che ci distanziano dall’ultima sentenza in Cassazione? Evidentemente sì, è possibile. È andata così. E le sentenze vanno sempre rispettate».

 

a cura di Pasquale Ragone

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Il numero 32 di Cronaca&Dossier dedicato al caso Marta Russo:

Caso Marta Russo, una storia con troppe anomalie ultima modifica: 2016-12-15T18:03:41+00:00 da info@cronacaedossier.it

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