Caso Macchi, addio al liquido seminale repertato sulla vittima

Nel 2000 distrutti i vetrini contenenti il liquido seminale trovato sulla scena del caso Macchi, ma dietro la distruzione vi sarebbe solo banale prassi





macchi
Scena del crimine caso Macchi

Non sarà più possibile analizzare il DNA che fu repertato nel caso Macchi perché sembra ormai assodato che i tredici vetrini sui quali fu distribuito il liquido seminale trovato sul corpo di Lidia Macchi sia andato perduto. Quanto meno è ciò che lascia intendere la nuova indagine sul caso Macchi, riattivatasi 29 anni dopo l’apertura del primo fascicolo sul caso Lidia Macchi, la 21enne di Varese scomparsa il 5 gennaio 1987 e ritrovata cadavere due giorni dopo a Cittiglio. Novità giunte dopo il fermo dell’ex compagno di liceo Stefano Binda, arrestato dopo che l’indagine degli inquirenti aveva riconsiderato una lettera inviata dall’uomo il 9 gennaio 1987 alla famiglia Lidia Macchi.

 

I vetrini contenenti il liquido seminale e pezzi di vestiti sarebbero andati distrutti nel 2000, dopo che l’allora Pm incaricato per le indagini nel caso Macchi decise di estrarre dai campioni da inviare in Inghilterra negli anni Ottanta, al fine di ottenere risultati utili dai laboratori inglesi, all’epoca all’avanguardia per analisi del genere.




 

Stefano Binda
Stefano Binda

Come segnala La Stampa, nel 1999 durante una puntata di Blu Notte condotta da Carlo Lucarelli era stata posta in evidenza la possibilità delle nuove tecniche inerenti il DNA da applicare al caso Macchi. L’anno dopo invece i vetrini vennero distrutti perché ormai consumatosi il liquido seminale. Da lì la decisione di mandare il materiale al macero e dunque addio per sempre al materiale biologico che avrebbe potuto dare risposte importanti. Nessun depistaggio o mistero dietro un’azione del genere, bensì solo modalità di prassi quando un reperto di quel tipo si consuma e non diventa più utile alle indagini.

 

caso macchiResta però il mistero che circonda la comunità di Comunione e Liberazione, cerchia attorno alla quale sempre più informazioni vengono alla luce dalla nuova indagine. Ostracismo e omertà ne avrebbero caratterizzato il modus operandi nei giorni caldi del caso Macchi. A confermarlo è stato Giorgio Paolillo, 68 anni ed ex capo della Squadra mobile di Varese che indagò sul caso Lidia Macchi, lasciatosi andare ad importanti dichiarazioni al Corriere della Sera.  «La nostra pista non portò a nulla ‒ ha affermato a gennaio scorso Paolillo ‒, ma i ragazzi di Comunione e Liberazione si chiusero a riccio. Stefano Binda, l’indagato, per me è uno sconosciuto. Non faceva parte delle persone ritenute vicine a Lidia».

 

La pista degli inquirenti portata avanti nella seconda indagine sul caso Macchi è quella che vedrebbe Stefano Binda autore del delitto, ma coperto dal sacerdote Giuseppe Sotgiu che «non ha detto tutto», così come ha affermato Anna Giorgetti, giudice per le indagini preliminari sulla morte di Lidia Macchi, e pertanto indagato per falsa testimonianza. I vetrini distrutti sono senz’altro un’occasione perduta, ma ormai sarebbero ugualmente molti gli indizi avversi a Stefano Binda, al punto che il giallo potrebbe essere ad un passo dalla completa risoluzione.

 
articolo di Andrea B.

Resta sempre aggiornato! Segui Cronaca&Dossier con un Mi Piace su Facebook e Twitter




Caso Macchi, addio al liquido seminale repertato sulla vittima ultima modifica: 2016-03-21T15:45:06+00:00 da info@cronacaedossier.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

La realtà fa notizia, aiutaci a condividerla. Seguici con un Mi Piace!