Caso Lidia Macchi, ci fu depistaggio nelle indagini

L’ex capo della Mobile di Varese racconta le prime indagini svolte e denuncia i depistaggi e l’omertà nel caso Lidia Macchi





La vittima Lidia Macchi

Sono passati 29 anni dall’apertura del fascicolo sul caso Lidia Macchi, la 21enne di Varese scomparsa il 5 gennaio 1987 e ritrovata cadavere due giorni dopo a Cittiglio. Novità delle ultime settimane è il fermo dell’ex compagno di liceo Stefano Binda, arrestato solo qualche giorno fa dopo che l’indagine degli inquirenti aveva riconsiderato una lettera inviata dall’uomo il 9 gennaio ’87 alla famiglia Lidia Macchi.

 

 

Dal 1987 tante ipotesi sono state vagliate, compresa quella del coinvolgimento di Giuseppe Piccolomo, noto come “il killer delle mani mozzate”. Emerge invece che all’epoca delle prime indagini qualcosa di interessante era già emerso: l’omertà di Comunione e Liberazione, per esempio. CL era frequentato dalla vittima ma proprio da lì un muro di silenzi aveva fatto sì che il caso Lidia Macchi trovasse ostacoli su ostacoli, impedendo di fatto l’agognata meta della verità dei fatti.

L’arresto di Stefano Binda

A confermarlo è Giorgio Paolillo, 68 anni ed ex capo della Squadra mobile di Varese che indagò sul caso Lidia Macchi, lasciatosi andare ad importanti dichiarazioni al Corriere della Sera.  «La nostra pista non portò a nulla ‒ ha affermato Paolillo ‒, ma i ragazzi di Comunione e Liberazione si chiusero a riccio. Stefano Binda, l’indagato, per me è uno sconosciuto. Non faceva parte delle persone ritenute vicine a Lidia». All’inizio, si legge nell’intervista, Carabinieri e Polizia presero due strade diverse.




I primi pensavano ad un maniaco che era solito aggirarsi a Cittiglio, nei pressi dell’ospedale; i secondi invece pian piano avvalorarono la tesi che il caso Lidia Macchi trovasse origine nella storia d’amore tra la bella 21enne e un sacerdote. In particolare i sospetti si accentrarono su don Antonio Costabile della Basilica di San Vittore dopo la scoperta di una lettera nella borsa della vittima con riferimenti ad non precisato amore impossibile. Fu proprio in seguito a tali sospetti si innalzò una coltre di omertà.

 

«Sentimmo centinaia di persone ‒ riferisce l’ex capo della Mobile ‒. Ma i ragazzi si chiusero, erano come un riccio. Veramente poco collaborativi. Per fargli fare una dichiarazione bisognava strillare». Al loro silenzio si affiancò il parere negativo dell’allora sindaco del paese, Maurizio Sabatini, spingendo per allontanare le indagini da Comunione e Liberazione. D’altra parte «anch’egli era di CL», ha precisato Paolillo.

 

L’alibi di don Antonio Costabile fu verificato ma il sacerdote cadde in contraddizione: in un primo momento disse di essere rimasto in canonica da solo la sera del delitto; poi tirò in ballo alcuni sacerdoti che sarebbero stati testimoni della sua presenza. Chiamati quest’ultimi a deporre «crollarono e ammisero di essersi messi d’accordo per aiutare don Antonio ‒ continua l’ex capo della Mobile ‒. Lo fecero in buona fede, lo consideravano una brava persona. Eppure don Antonio non fu mai indagato formalmente».

 

Redazione di Cronaca&Dossier

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Caso Lidia Macchi, ci fu depistaggio nelle indagini ultima modifica: 2016-01-25T16:32:19+00:00 da info@cronacaedossier.it

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