Caso Caccia, una voce taciuta nel sangue

Non solo la ‘ndrangheta nel caso Caccia: l’ombra oscura di possibili infiltrazioni anche nella Magistratura

Bruno CacciaUn uomo dalla giustizia nel cuore. Dicono non ci sia modo di estirpare un ideale dalle viscere di uomo se non eliminando l’uomo. La memoria di Bruno Caccia è stata infangata con il silenzio da quel tragico giorno in cui i proiettili trafissero vigliaccamente il suo corpo. Quelle che ormai siamo soliti chiamare le “verità processuali” hanno stabilito che la mente dietro il caso Caccia è Domenico Belfiore, mai pentito, ai tempi boss della ‘ndrina di Gioiosa Jonica. Il boss sentenziò che l’uccisione avvenne proprio per interesse dell’organizzazione mafiosa che percepiva nel magistrato una concreta minaccia e un uomo con cui non avrebbero mai potuto fare affari. Da qui il sospetto al sapore di certezza che dietro l’efferata condanna a morte vi fosse la reale paura di avere i bastoni tra le ruote nel sottile compito di tessere le fila delle infiltrazioni nella macchina della Magistratura e dello Stato.




3Caccia era un uomo fedele e attento ai dettagli; la particolare connotazione dell’attenzione ai dettagli è sempre qualcosa che disturba chi tenta di operare sottobanco sempre attento a “non essere visto”. Furono numerose le inchieste che il magistrato portò a termine prima di essere ucciso, tra le tante lo scandalo sulle tangenti delle giunte rosse a Torino e la lotta al terrorismo armato. Mentre il substrato malavitoso tentava di penetrare, spesso riuscendoci, dentro il palazzo, a Torino un magistrato d’onore (quello vero), impossibile da corrompere, combatteva strenuamente senza guardare in faccia nessuno. Purtroppo erano anni in cui la ‘ndrangheta con le sue cellule tumorali prendeva piede in tutto il territorio nazionale espandendosi silenziosamente e le famiglie criminali siciliane comandavano seminando atti di terrore. Non è un mistero che tra le tante ipotesi formulate vi sia quella secondo cui Caccia stesse lavorando su documenti pericolosi atti a confermare nero su bianco le infiltrazioni delle ‘ndrine dentro le istituzioni. Verità talmente scottanti da generare un terremoto e avvalorare una repentina condanna a morte. L’ipotesi di una collusione tra magistratura e criminalità organizzata, possibile movente dell’assassinio e che si fa sempre più strada nel caso Caccia, è ancora più avvalorata dai collegamenti con alcuni nomi: Rosario Pio Cattafi, Francesco Di Maggio e Olindo Canali.




1 Barcellona Pozzo di GottoNomi che ritornano, prendendo strade secondarie, in questo fatto di sangue. Il nome di Olindo Canali entra nella vicenda (e anche agli atti) a seguito di affermazione rese dal Canali stesso che rivelerà il particolare del ritrovamento nell’abitazione dell’avvocato Rosario Pio Cattafi della falsa rivendicazione delle B.R., venuta a galla nelle prime ore dopo il fatto. L’ambiguo segreto sarà captato da Canali durante il suo apprendistato alla Corte del pubblico ministero Francesco di Maggio, nonché magistrato incaricato di indagare sul caso Caccia. Non c’è dubbio che sia Canali sia Cattafi rappresentano due personaggi oscuri, pesantemente legati agli ambienti di Cosa Nostra e della criminalità organizzata di stampo mafioso. Alcuni collaboratori di giustizia indicano Cattafi come un uomo profondamente corrotto ben disposto anche di fronte all’avance dei servizi segreti. Avvocato dalla fitte rete di contatti nazionali e internazionali verrà anche chiamato in causa per il sequestro dell’imprenditore Giuseppe Agrati, poi rilasciato in seguito al pagamento di un riscatto. A indagare sarà ancora una volta il pm Di Maggio che arriverà a chiedere l’archiviazione per l’avvocato barcellonese: un decreto di archiviazione che svelerà una presunta quanto velata mediazione.




2 Beppe AlfanoIl nome Canali è presente in numerose storie torbide; nell’informativa dei Carabinieri redatta nell’ambito di un’inchiesta siciliana denominata “Tsunami”, sono sottolineati i rapporti incontrovertibili dello stesso Canali con Salvatore Rugolo, cognato di Giuseppe Gullotti (la mente dietro l’omicidio Alfano), ritenuto elemento di spicco della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto così descritto: «Grazie allo schermo protettivo di cui beneficia per via della sua professione di medico, parrebbe dirigere ponendosi in un ruolo di vera e propria “cerniera” tra gli ambienti criminali e quelli istituzionali». Canali negli scorsi anni è stato più volte ascoltato in qualità di testimone dal pubblico ministero Antonino Di Matteo, uno dei magistrati che indaga sulla presunta “trattativa Stato-mafia”.




Nitto Santapaola
Nitto Santapaola

Nel processo senza mezze misure racconterà per diverse ore dell’omicidio di Beppe Alfano e del periodo di latitanza che il celebre boss Nitto Santapaola avrebbe trascorso proprio a Barcellona Pozzo di Gotto, la città di Saro Cattafi. Ascoltato anch’egli, tirerà in ballo i magistrati Di Maggio e Canali con riferimento alla “Trattativa” perennemente in atto dentro quello che appare uno dei possibili grandi misteri d’Italia. Collegamenti sotterranei, fili invisibili nel tempo lunghi centinaia di chilometri e anni, verità sfocate; l’unica certezza è che Bruno Caccia fu colui che diede l’impulso alla lotta viso a viso contro la criminalità organizzata. Una battaglia ancora oggi condotta da uomini che vivono nel ricordo del magistrato torinese sacrificatosi per amore della giustizia.

 

articolo di Alberto Bonomo @elalaned

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Caso Caccia, una voce taciuta nel sangue ultima modifica: 2016-06-15T19:02:23+00:00 da info@cronacaedossier.it

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