Caso Bossetti, quell’invasione della privacy che sa di strategia?

Tante informazioni nel caso Bossetti e alcune fin troppo riservate: è giusto violare così la privacy anche quando potrebbe non esserci stato reato?

 

 




 

 

massimo bossettiNel caso Bossetti si sta leggendo di tutto e di tutto abbiamo visto finora, persino il ministro dell’Interno Angelino Alfano dichiarare di avere ormai le mani sull’assassino di Yara Gambirasio, esaltazione che oggi scopriamo essere stata fuori luogo. Non perché Massimo Bossetti sia sicuramente innocente, sebbene per lui ad oggi vige ancora la presunzione di innocenza, ma perché sarebbe stato necessario saperne di più prima di sbattere il mostro in prima pagina.

 

Qualcosa in merito ne sa il professore Gianfranco Marullo, docente di Criminologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Il prof. Marullo ha già seguito casi importanti, due su tutti per l’impatto mediatico e per l’importanza che rivestono nella recente storia della Criminologia: la vicenda del Mostro di Firenze e il caso della strage di Erba.

marullo
Il criminologo Gianfranco Marullo

«In entrambi i casi si è parlato del cosiddetto “mostro” (o “mostri”, come per Olindo e Rosa) ‒ afferma il prof. Marullo contattato da Cronaca&Dossier ‒ prima ancora che venissero trovati elementi idonei a dimostrarlo». A lui abbiamo chiesto cosa ne pensa del limite che ad oggi sembra svanito nel caso Bossetti tra il dovere a compiere le indagini e il diritto alla privacy dell’indagato.
«Quando si compie un’indagine del genere si prende tutto ciò che può essere utile, dunque cellulari, computer e quanto possa servire in merito. Perciò non si può parlare in questo caso di invasione della privacy. Quando sei sotto indagine, prima ancora di una imputazione, come “persona informata dei fatti” il diritto alla privacy salta. Se invece si andasse a vedere il computer o i cellulari di altre persone non inerenti all’indagine, in quel caso si porrebbe il problema dell’invasione della privacy», è il parere del criminologo.

 

 




 
L’esigenza di interrogarsi sul limite fra diritto alla privacy e dovere di investigare, nasce da quanto sta accadendo proprio nel caso Bossetti, laddove la notizia di presunto materiale pornografico rinvenuto nel computer di Massimo Bossetti, associato alla parola “ragazzine”, potrebbe costituire per la Procura un elemento indiziario importante a carico dell’indagato per la morte di Yara Gambirasio. Ma è davvero giusto che sia così?

 
computer«Al di là di quanto verrà fuori nel caso Bossetti, innanzitutto è bene distinguere pornografia da pedopornografia per evitare equivoci. Molte volte si parla di pedopornografia, ma per essa si intendono bambini e bambine sotto i 12-13 anni e per trovare queste immagini, bisogna fare ricerche molto particolari su siti spesso bloccati o nascosti. Se lui avesse consultato questi siti alla ricerca di materiale pedopornografico configuranti un reato ‒ continua il criminologo Marullo ‒ allora dovrebbe essere inquisito per quel reato, oltre il processo in corso. Ma se andava normalmente su un sito porno, quello non si configura certo come un reato. Nel primo caso andrebbe aperto un fascicolo presso la Procura competente». La considerazione appare importante considerando che il materiale rinvenuto “sfogliando” il computer di Massimo Bossetti potrebbe riguardare “ragazzine” dell’età di Yara Gambirasio, dunque al limite tra pedopornografia e pornografia.

Tuttavia, al netto di tutte le ipotesi e delle novità di questi giorni «temo che siamo dinanzi l’eterno discorso ‒ afferma il prof. Marullo ‒ ovvero se anche nel suo computer vi fosse materiale pornografico, cosa c’entrerebbe  con l’omicidio? Il fatto che si guardino siti pornografici “classici” o si cerchi specifico materiale all’interno di questi siti, non si configura come reato».

 

olindo e rosa
Olindo Romano e Rosa Bazzi

Dunque il caso Bossetti rischia di essere archiviato come l’ennesimo caso di “mostro in prima pagina” sulla base di elementi discutibili e senza neanche ancora la prova che le ricerche pornografiche le avesse compiute lui? «Il passaggio alla fase mediatica, solitamente rientra in una strategia utile ad aggravare ulteriormente l’immagine del soggetto, così per esempio è accaduto per Olindo Romano e Rosa Bazzi ‒ ricorda il criminologo ‒, screditati dinanzi l’opinione pubblica. In inglese è detta character assassination, cioè metto voci in giro  su presunti reati, o comportamenti disdicevoli, possibilmente che vengano ripresi da circuiti mediatici, così da accrescere l’immagine negativa del soggetto».

 

 

 

Tirando le somme, ad oggi il materiale trovato nel computer di Bossetti non sembra rivestire quel ruolo centrale e determinante per scorgere un eventuale movente del delitto. Non sappiamo infatti quante persone abbiano usato quel computer e, come specifica il prof. Gianfranco Marullo, non è detto che c’entri con il delitto. Eppure oggi dinanzi ai media il caso Bossetti è la vicenda di un uomo che una sera sarebbe andato “a caccia” di una tredicenne, secondo l’accusa per soddisfare non meglio precisati appetiti sessuali. Come nel caso Alberto Stasi, il ritrovamento di materiale pornografico può essere la giustificazione di un movente attendibile?

 

di Andrea B.

Segui Cronaca&Dossier con un Mi Piace su Facebook e Twitter

 




 

Caso Bossetti, quell’invasione della privacy che sa di strategia? ultima modifica: 2016-02-22T18:17:21+00:00 da info@cronacaedossier.it

One thought on “Caso Bossetti, quell’invasione della privacy che sa di strategia?

  • 23 febbraio 2016 at 10:41
    Permalink

    Questo caso è la riproposizione esatta del caso Girolimoni, avvenuto ai tempi del fascismo e su cui ci si può documentare su wikipedia (lo dico per i giovani e chi si informa soprattutto dalla tv). Ogni evento all’epoca fu letto in chiave colpevolista, tralasciando tutte le prove a discarico. Lo stesso si vede oggi, ad esempio i reati di falso in atto pubblico, omissione di atti d’ufficio, turbativa del processo e travisamento dei fatti e delle prove, attuato dalla pm nel nascondere la testimonianza dell’architetto Trivella (forte anche di documenti probatori), sul famoso sacco di sabbia. Non sono sottigliezze, tutto il processo si impernia su frasi come “è un’anomalia inspiegabile, ma non inficia il risultato”, “è vero che è stato commesso quest’errore, ma non inficia il risultato”, “materiale di natura non rilevante penalmente *ma* che getta un’ombra sinistra alla luce di…”, “fatti privati, certo, ma che aiutano a capire la presonalità dell’imputato”, e via discorrendo di argomenti soggettivi e non oggettivi nè tanto meno obbiettivi, portati avanti con protervia da chi ha mostrato di esere sempre e solo preoccupato di fare carriera (sulla pelle di un poveraccio che non ha le finanze illimitate dello Stato e che sarà rovinato finanziaramente anche quando sarà assolto) e di conservare il posto. Ricordate la pronta querela contro quel consigliere leghista che, quando gli inquirenti brancolavano nel buio, osò chiedere la riassegnazione delle indagini ad un magistrato più esperto? Ma è giusto operare così? E’ giusto violare il segreto istruttorio ogni minuto, per 5 anni, senza che nessuno prenda provvedimenti? Il CSM dorme o è solo corporazione?

    Reply

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

La realtà fa notizia, aiutaci a condividerla. Seguici con un Mi Piace!