Nessuna istigazione per Tiziana Cantone: La vergogna non è reato

Nessuna istigazione al suicidio: Tiziana Cantone si è uccisa senza colpa altrui. Era avvolta dalla vergogna e dal dolore per quella sua leggerezza a cui si era concessa e che l’aveva esposta a milioni di visualizzazioni.
Tiziana Cantone
Tiziana Cantone

Il vuoto legislativo è tutto nel disarmante provvedimento con cui il Tribunale di Napoli attraverso il GIP ha archiviato l’indagine per istigazione al suicidio di Tiziana Cantone. Non c’è reato, non c’è scampo: se qualche video consenziente o estorto va in rete niente e nessuno può toglierlo. Costi anche la vita di una giovane donna piena di vita e di fiducia, troppa, nei confronti degli uomini che dicevano di amarla e di desiderarla.

Tiziana Cantone, tra dicembre 2014 e gennaio 2015, aveva mandato via WhatsApp delle fotografie in cui appariva in costume da bagno o a seno nudo e dei video di atti sessuali. Anche se durante gli atti ripresi nei video Cantone era consenziente, certamente non aveva acconsentito alla loro diffusione online.

istigazione-suicidioRimane ancora l’indagine della Procura di Napoli su Sergio Di Palo, il misterioso ex fidanzato di Cantone, per il quale si ipotizza il reato di calunnia. L’ipotesi che quegli incontri filmati siano un gioco erotico perverso e neanche troppo singolare tra i due non costituisce reato comunque, l’indagine a suo carico ora è per calunnia nei confronti di quei cinque uomini che avevano diffuso on line il materiale. Finirà c’è da giurarlo in un nulla di fatto. Non ci sono appigli giuridici, non ci sono leggi che consentano di rimuovere video dove si lede la personalità delle persone filmate e pazienza se qualcuno ogni tanto si suicida perché non regge il peso della vergogna.

I fatti sono noti: il 25 aprile 2015 un primo video con Tiziana in atteggiamenti espliciti finisce su un portale hard. La diffusione diventa capillare e la ragazza è riconoscibile e nei titoli compare il suo nome e cognome, ma a spopolare è in particolare quello che in gergo si chiama “meme”cioè la frase di richiamo, l’hashtag: quella frase che la condannerà alla popolarità: «stai facendo un video? Bravo».

tiziana-cantoneChi diffonde non si rende conto di quello che sta facendo, oppure se ne rende conto e se ne frega. Escono magliette con quella frase, tazze, gadget. Un fenomeno di costume che imbriglia la vita di Tiziana e se la porta via. Tiziana fa causa a Facebook, Google, Youtube ma i tempi della giustizia sono infiniti si sa. Il Tribunale di Aversa le da ragione ma un anno dopo. Ad agosto 2016 Tiziana, secondo il principio di soccombenza, dovrà pagare 3.645 euro più iva a carico di 5 (su 10) dei social network citati. Tiziana ha ragione, però dovrà pagare 18.225 euro. Più Iva. La richiesta di un risarcimento è giudicata «inammissibile in sede cautelare», posticipando la questione ad altro momento: ad altro processo. Ma è troppo tardi. Tiziana quei soldi non li ha e per paradosso dopo un anno e mezzo, quando il suo tormentone stava scemando proprio la notizia del processo e della sua condanna a pagare le spese riaccendono la miccia. Ricominciano a riconoscerla in strada, nel locale dove si era impiegata dello zio. L’incubo ricomincia e Tiziana si uccide, impiccandosi con un foulard in casa il 13 settembre del 2016. Suicida per quei video. Un suicidio che ha tanti colpevoli, milioni di colpevoli e quindi, nessun colpevole.

articolo di Mauro Valentini

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Nessuna istigazione per Tiziana Cantone: La vergogna non è reato ultima modifica: 2017-12-21T15:36:59+00:00 da info@cronacaedossier.it

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